“Amiche”: quando la sorellanza diventa capitale sociale

«L’amicizia femminile… è un luogo di costruzione identitaria, un laboratorio esistenziale».

È una definizione che supera immediatamente la dimensione sentimentale e introduce quella storica. Il volume corale “Amiche. Undici storie di legami e sorellanza” (Il Mulino) non si limita infatti a raccogliere racconti biografici, ma piuttosto prova a leggere la relazione tra donne come uno spazio di formazione civile. Non solo sentimenti, stima e affetto, ma produzione di un sé nella relazione con le altre, e quindi indirettamente sviluppo del concetto di presenza sociale e di cittadinanza raccontati da un insieme di firme con diverse sensibilità: Eliana Di Caro, Cristiana Di San Marzano, Elisa Dossi, Dacia Maraini, Stefania Porrino, Linda Laura Sabbadini, Francesca Sancin, Mirella Serri, Chiara Valerio.

Una sfera pubblica parallela

Il libro suggerisce che, in un contesto in cui l’accesso femminile alle istituzioni culturali e politiche era intermittente e spesso ostacolato, l’amicizia abbia funzionato come una struttura alternativa per permettere ai talenti femminili uno sviluppo che non riusciva a trovare linfa altrove. Attraverso lettere, collaborazioni, sostegno reciproco e riconoscimento intellettuale, le protagoniste costruiscono una sfera pubblica parallela, non ufficiale ma efficace non solo per loro. La relazione scelta diventa così motivo di legittimazione: prima ancora di essere riconosciute dalle istituzioni, queste donne vengono riconosciute da un’altra donna. Lo sguardo e l’ascolto delle altre rende reale percorsi di crescita, consapevolezza e coscienza sociale.

La storia culturale emerge proprio da qui. La modernità del volume sta nell’osservare che la presenza femminile nello spazio pubblico non nasce solo da conquiste legislative o da figure isolate di eccezione, ma da una trama relazionale continua. L’amicizia non come episodio privato, dunque, ma come infrastruttura sociale: un luogo dove si elaborano idee, si trasmettono competenze e si rende possibile la partecipazione alla vita collettiva. Prima di diventare categoria politica, la sorellanza è stata quindi una pratica storica, concreta e tangibile.

«L’amicizia non era più rifugio, ma laboratorio di senso e vi prendeva consistenza un desiderio di liberazione che non accettava compromessi […] Non un’alleanza di facciata, ma una solidarietà capace di generare pensiero e azione. […] non c’è rivoluzione senza relazione.»

si legge nel capitolo dedicato all’amicizia fra Carla Lonzi (1931–1982), critica d’arte e teorica femminista fiorentina, e Carla Accardi (1924–2014), pittrice siciliana, tra le protagoniste dell’astrattismo italiano del dopoguerra.

La relazione tra donne come strumento di emancipazione

Leggendo “Amiche. Undici storie di legami e sorellanza” (Il Mulino) si ha una sensazione precisa: non si sta attraversando soltanto un libro di storia culturale, ma un archivio di ciò che oggi chiameremmo capitale sociale femminile. La vera materia narrativa non sono le biografie, infatti, ma la relazione tra donne come strumento di emancipazione. E, soprattutto, come strumento di accesso allo spazio pubblico.

Dacia Maraini, nell’introduzione, parte da un dato quasi antropologico: la tradizione occidentale ha sempre celebrato l’amicizia maschile mentre ha ignorato o diffidato di quella femminile. La cultura letteraria abbonda di esempi eroici di solidarietà tra uomini, mentre «sull’amicizia femminile si trova invece poco o niente». Non è una lacuna casuale, ma una rimozione culturale sistematica che ha creato un vuoto. L’amicizia tra donne veniva percepita come una possibile alternativa all’ordine patriarcale, perché spostava la lealtà emotiva dalla famiglia patriarcale (padre prima e marito poi) a una relazione scelta. In altre parole, non una parentela ma un’alleanza fra donne non legate fra loro da legami riconosciuti e stereotipati.

Il libro racconta quindi quella sorellanza che esisteva, prima ancora che la parola prendesse forma nel linguaggio pubblico.

L’amicizia come costruzione di identità

Uno dei nuclei più interessanti del volume è il rapporto tra Grazia Deledda e Biancofiore. Non è un’amicizia paritaria: è una relazione segnata da distanza sociale, culturale ed esistenziale. Ma proprio per questo diventa rivelatrice. Nel racconto, Deledda confessa: «La mia prima e sola amica si chiamava Biancofiore: ed è stata la prima e sola persona al mondo che io abbia cordialmente invidiato». L’invidia non è negativa: è riconoscimento dell’altra come possibile versione alternativa di sé. La scrittrice, simbolo di successo e autonomia, guarda alla vita stabile dell’amica con nostalgia. Il libro suggerisce un’idea potente: l’amicizia femminile è uno spazio in cui le donne possono confrontare identità diverse senza annullarsi.

È anche uno spazio protetto dalla performance sociale. Deledda, personaggio pubblico e premiato, scopre nella relazione privata una forma di verità più profonda della fama. L’amica rappresenta ciò che il successo non può dare: appartenenza. Questo tema attraversa tutto il volume. L’amicizia diventa un laboratorio identitario, un luogo dove le donne possono sperimentare se stesse fuori dai ruoli assegnati.

Una rete prima delle reti

Le relazioni tra intellettuali sono uno stimolo a guardare alla storia in modo diverso. Il rapporto tra Sibilla Aleramo e Fausta Cialente, ad esempio, non è soltanto emotivo: è una vera comunità professionale informale. Le lettere, gli scambi di opinioni, l’aiuto reciproco nella pubblicazione dei testi costruiscono quello che oggi chiameremmo networking. Una partnership non strutturata, informale ma proficua.

«Nelle lettere certo si fa accenno ai problemi domestici, e spesso ai vari malanni dovuti al clima, tuttavia leggendole si ha l’immagine di una condivisione affettuosa della propria intimità. Un legame che andava oltre lo scambio di opinioni e consigli letterari. È un raccontarsi senza schemi e senza schermi, con comprensione e accoglienza, che in quegli anni Trenta segnati dal fascismo aiutò entrambe a convivere con i compromessi che il regime imponeva e che fu la radice della loro forte amicizia».

Non è un caso che queste relazioni si intensifichino negli anni del fascismo. Il regime limita la presenza femminile nella vita pubblica e culturale: proprio allora l’amicizia diventa infrastruttura di sopravvivenza professionale. Le scrittrici si sostengono, si presentano agli editori, si leggono e si legittimano reciprocamente.

Il libro suggerisce una chiave interpretativa molto contemporanea su questo tema suggerendo che quando l’accesso alle istituzioni è limitato, le donne costruiscono istituzioni informali. È una dinamica ancora attuale spesso nelle carriere, sia nel pubblico sia nel privato. Prima delle politiche di diversity, oggi per altro sotto attacco, esiste la rete relazionale. Prima delle quote di genere, esiste il riconoscimento tra pari.

Amicizia e politica

Con Ada Gobetti e Bianca Guidetti Serra la relazione diventa esplicitamente civile. La loro amicizia nasce casualmente ma si trasforma in azione nella Resistenza e nella battaglia per i diritti. Il libro sottolinea che entrambe partecipano attivamente alle brigate operative e alla rivendicazione femminile. Quindi in questo caso la sorellanza diventa cittadinanza. Non è più sostegno individuale, è produzione di democrazia.

Rossana Rossanda e Luciana Castellina portano questa dinamica nella politica del secondo Novecento. Condividono militanza, giornalismo, conflitti ideologici. Non sempre concordano, ma restano un riferimento reciproco. Il punto non è l’unità, è il confronto: l’amicizia consente dissenso senza esclusione. Un aspetto, se vogliamo, molto moderno perché leadership e relazione non sono alternative, ma si fondono per dare frutti proficui per antrembe.

Lavoro, competenza, riconoscimento

Il libro è anche una storia del lavoro femminile. Gae Aulenti e Rosellina Archinto, architetta ed editrice, mostrano come l’amicizia possa diventare riconoscimento professionale. Entrambe operano in ambiti maschili e la relazione diventa uno spazio di legittimazione perché finalmente qualcuno vede il talento quando le istituzioni ancora non lo vedono. Oggi si parlerebbe di role model ma qui emerge un elemento più interessante: vale a dire che non è solo l’esempio a contare, è lo sguardo reciproco. Le donne non avanzano soltanto perché qualcuna ha aperto la strada, avanzano perché qualcuna ha riconosciuto la loro competenza.

«Cara Alessandra, ti vedo un po’ sofferente. Evidentemente per il freddo che hai sul collo. Non ti basta quello sciarpone che ti metti. Devi cercare di stare più calda perché ti vedo un po’ scomoda. Comunque sei bravissima come sempre, su questo non si discute… Ma non ti vedo felice. Sei un po’ come dire, preoccupata… spero di sbagliarmi alla grande. Comunque vai avanti così, stai sempre bene e stai calda, stai calda!»

(Raffaella Carrà, vocale WhatsApp ad Alessandra De Stefano)

Un punto chiave ancora oggi per la diversity, perché la carriera non cresce solo con regole formali, ma attraverso relazioni di fiducia da coltivare con il tempo, l’apertura, l’ascolto, la collaborazione e il coraggio.

«C’è qualcosa che tu non hai bisogno di coltivare. È come quando metti delle erbe che vanno su da sole, però che sono profumate… la menta, il rosmarino, la lavanda… crescono nelle piazzole sull’autostrada. Ecco, il rapporto con lei è stato così.»

(Alessandra De Stefano)

La cura e la presenza

Tra le storie più sorprendenti c’è quella di Raffaella Carrà e Alessandra De Stefano. Non riguarda il femminismo militante ma la cura quotidiana. La relazione si nutre di telefonate, consigli, incoraggiamento, senza esibizione pubblica (cosa non scontata e di difficile comprensione oggi nell’era dei social media, dove tutto viene mostrato). Il libro suggerisce che anche la dimensione emotiva è politica in questo caso, perché sostenere qualcuna nella crescita professionale significa anche darle la possibilità di una maggiore partecipazione sociale. La cura, quindi, non è privata, ma diventa empowerment nell’accezione di oggi.

Una conclusione attuale

Maraini lo scrive chiaramente: queste relazioni non sono accessorie, «l’amicizia femminile… è un luogo di costruzione identitaria, un laboratorio esistenziale». Il libro, letto oggi, si inserisce direttamente nel dibattito sulla parità di genere mostrando un meccanismo storico secondo il quale le donne hanno costruito spazi di libertà attraverso relazioni fiduciarie prima di ottenere diritti formali. In questo senso “Amiche” è più vicino a un saggio di sociologia che a una raccolta narrativa.

La diversity contemporanea si misura con indicatori quantitativi (occupazione, retribuzioni, presenza nei consigli di amministrazione), mentre il libro suggerisce una metrica diversa basata sulla qualità delle relazioni perché la parità non nasce solo dall’accesso alle istituzioni, ma dalla possibilità di non essere sole dentro di esse. La prima forma di inclusione non è quindi normativa, ma relazionale. E queste undici storie lo dimostrano con una semplicità radicale: prima delle politiche pubbliche, prima delle leggi, prima delle quote di genere, la libertà femminile è stata spesso una pratica quotidiana di alleanza.

***

La newsletter di Alley Oop

Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com