AI e lavoro, il fenomeno dell'”AI brain fry”

L’AI semplifica il lavoro? Lo alleggerisce davvero? O sposta solamente il carico da un’altra parte?

La retorica è comune: l’intelligenza artificiale ci permette di liberare tempo da dedicare alle attività davvero significative. Ciononostante, alcune evidenze mostrano che destreggiarsi con tool e agenti rischia di saturare lo spazio mentale, aumentando la percezione di sovraccarico

Impatto dell’AI sulla mente

Un recente studio condotto negli Stati Uniti su quasi 1500 lavoratori di grandi aziende operanti in diversi settori, ha messo in luce il rischio di esaurimento cognitivo in relazione ad attività di supervisione dell’AI. La stessa ricerca, tuttavia, evidenzia anche un effetto mitigatore. Quando i tool digitali vengono utilizzati per sostituire compiti di routine o ripetitivi, infatti, i punteggi di burnout sono più bassi. Sebbene restino alti i livelli di affaticamento mentale. Quando il sovraccarico cognitivo diventa troppo intenso, i lavoratori possono sperimentare quello che i ricercatori hanno definito “AI brain fry”, con effetti tangibili su performance e risultati.

Alla scoperta dell’”AI brain fry”

L’”AI brain fry” (letteralmente “cervello fritto dall’intelligenza artificiale”), è un affaticamento mentale derivante da un uso eccessivo – in termini di interazione e/o supervisione – di strumenti di intelligenza artificiale. Si presenta quando l’utilizzo supera le proprie capacità cognitive e può manifestarsi come una sorta di “nebbia” o “ronzio”.
Le conseguenze sono molteplici: incapacità di pensare lucidamente, difficoltà di concentrazione, rallentamento nei processi decisionali (fino al 33%), aumento della frequenza di errori (fino al 39%) e mal di testa. Tutti fenomeni che portano molte persone ad allontanarsi fisicamente dal computer per poter “sfiatare”.
Secondo la ricerca citata, a soffrirne è specialmente chi lavora nel marketing (26%), seguito da chi si occupa di risorse umane, finanza e IT.

Come gestire il sovraccarico da AI

Gestire il sovraccarico da AI non è responsabilità del singolo: richiede un approccio integrato che coinvolga manager, team e organizzazione.
A livello manageriale, è fondamentale dare spazio al confronto e pianificare insieme l’uso dei tool, guidando le persone invece di lasciarle sole davanti agli strumenti. A livello di team, invece, l’affaticamento mentale dipende da due elementi principali. Si nota infatti che cresce nel momento in cui ci sono pressioni da parte dei colleghi a usare l’IA o se è presente grande disparità nel modo in cui la si utilizza. Organizzare prassi comuni può pertanto aiutare a uniformare il lavoro e a renderlo più equo.
A livello organizzativo, infine, serve una strategia chiara sull’uso che l’azienda vuole fare dell’intelligenza artificiale. Il tutto, supportato da formazione tecnica e trasversale per ridurre lo stress digitale e promuovere consapevolezza nell’interazione con gli agenti.

Se la mente dei singoli rischia di “friggere”, la soluzione deve essere integrata e collettiva: serve il contributo consapevole di tutti gli attori organizzativi.

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