Sciopero globale delle donne cattoliche perché il loro lavoro diventi visibile

Cosa farebbe la Chiesa cattolica senza le donne? Cosa accadrebbe se le donne dicessero no al loro lavoro “invisibile” nelle parrocchie e in tutti i contesti legati alla Chiesa? Mentre Papa Francesco inaugura la convalescenza nel suo appartamento a Santa Marta, le donne cattoliche fanno seguito alla sua parola – «Per stare vicino a Dio, dobbiamo sapere come metterci in cammino» – dimostrando di non aver alcun timore nell’intraprendere un nuovo cammino nella Chiesa. Più inclusivo, paritario e al passo con il mondo che cambia: il Catholic women strike è lo sciopero globale delle donne cattoliche che, a partire dal 5 marzo e per tutto il periodo quaresimale, invita le donne a scioperare, sottraendo tempo, lavoro e risorse finanziarie alla Chiesa.

L’azione programmata arriva soprattutto in risposta all’ultimo sinodo dei vescovi, che si è concluso lo scorso ottobre senza che si prendessero provvedimenti sulla leadership femminile. Il documento finale, a differenza di quanto annunciato e sperato, non ha previsto per le donne una maggiore equità. Sono stati eliminati i temi più divisivi come la questione delle diaconesse, dei preti sposati e la discussione legata ai diritti Lgbtq+.

«No alla continua negazione della nostra uguaglianza»

«La Chiesa cattolica ha perso un tesoro incalcolabile nelle donne che, chiamate al ministero ordinato, hanno visto negarsi la loro vocazione – spiega ad Alley Oop Kate McElwee, direttrice esecutiva della Women’s Ordination Conference, che ha lanciato lo sciopero – Abbiamo perso generazioni di donne che sono morte con il dolore di non essere in grado di vivere pienamente la chiamata di Dio e che hanno sperimentato la costante umiliazione di dover provare la loro umanità e il loro pari valore a un’istituzione che continuamente le sminuisce».

Da questa rivendicazione nasce l’idea di lanciare lo sciopero globale: «Rifiutiamo queste tattiche di stallo senza fine – aggiunge McElwee – Con il Catholic Women Strike emettiamo il nostro chiaro “no more” alla continua negazione della nostra uguaglianza».

Nel mondo ci sono 1,4 miliardi di cattolici, religiose in calo

«Rendere nota la propria presenza in chiesa attraverso la propria assenza» è l’obiettivo e la modalità indicata dal Catholic Women Strike: Global Witness for Equality per dare visibilità e spazio alle donne nella Chiesa.

Nel complesso la popolazione cattolica mondiale è aumentata dell’1,15% fra il 2022 e il 2023 passando da circa 1.390 a 1.406 milioni. Registra ancora una volta un calo invece il numero delle suore e dei religiosi prrofessi. In particolare il numero di religiose professe (donne che, dopo un periodo di noviziato, assumono i voti religiosi di castità, povertà e obbedienza) è in calo in tutto il mondo: con una riduzione variazione dell’1,6% sono passate da 599.228 nel 2022 a 589.423 nel 2023 (dati Annuario statistico della Chiesa). Un dato che suggerisce come il sistema Chiesa non sia esattamente a misura di donna.

La loro presenza, poco apicale e soprattutto “operativa” e di servizio, in Italia si “nasconde” soprattutto nella quotidianità di diocesi e parrocchie. Ad esempio, come raccontano i numeri della ricerca “Catechisti oggi in Italia”, promossa dall’Istituto di catechetica dell’Università Pontificia Salesiana di Roma, le catechiste rappresentano il 76% del campione: hanno in media 50 anni e svolgono il servizio da oltre 12 anni. La percentuale di catechisti uomini cresce solo nelle fasce di età più giovani: tra i 21 e i 30 anni sono il 13,9% contro il 5,1 di donne; tra i 31 e i 40 sono il 14,6%, a fronte del 9,2% di catechiste.

Dalle “volontarie” alle suore, il lavoro non riconosciuto delle donne nella Chiesa

«Nelle parrocchie locali, che rappresentano la grande realtà della Chiesa in Italia, i ruoli di responsabilità – anche quando sono noiosi, banali e non richiedono particolari competenze – vengono dati agli uomini. Le donne si prendono ruoli considerati di serie b, che invece sono essenziali» sottolinea ad Alley Oop Elisa Belotti, giornalista e co-autrice – insieme alla sociologa Paola Lazzarini e alla teologa Sandra Letizia – del podcast “Cristianə a chi?”, partner italiano dello sciopero globale.

Il lavoro di cura delle donne nella Chiesa si basa sul loro esclusivo volontariato: la mancanza di un compenso economico si accompagna all’assenza di un adeguato riconoscimento sociale, nel solco di una presunta postura di “servizio” che le donne devono assumere e per cui tutto è dovuto.

«La cura è molto svalutata nella nostra società e nelle parrocchie, in particolare, non viene riconosciuta ma legata alla comoda convinzione per cui quello che fai è a beneficio del prossimo e per questo il tuo lavoro non viene pagato o riconosciuto in nessun modo» sottolinea Belotti, che aggiunge: «Dalla signora che pulisce le stanze dell’oratorio a quella che si occupa di aprire il bar, ad esempio, tutto si basa sulla convinzione altrui per cui, tutto sommato, “hai solo fatto il tuo lavoro e non sei stata particolarmente brava”. Magari, invece, hai passato la domenica a cucinare per il ritiro di 150 persone in oratorio».

Nelle parrocchie è gratuito il lavoro di chi pulisce la chiesa, la abbellisce con i fiori, se ne prende cura fra una cerimonia e l’altra: oggi a farlo è quasi sempre una donna, che normalmente considera questo lavoro come un “servizio al Signore”, e non tanto al parroco, che pure ne usufruisce direttamente. Tuttavia, il servizio che le donne prestano in parrocchia, pur non avendo un orario preciso, deve garantire dei risultati e spesso richiede un esborso da parte delle donne coinvolte (per l’acquisto di fiori, di libri o di carta). Gratuito è anche il contributo delle catechiste, che devono formarsi con un apposito corso di formazione e sono comunque sottoposte al controllo del parroco.

Gli stereotipi che imperano riguardo il lavoro femminile riguardano anche l’impegno delle donne religiose nei lavori domestici presso sacerdoti o presso istituzioni maschili come i seminari. Le suore – che di fatto lavorano senza orario né ferie – ricevono una paga poco più che simbolica, che va direttamente al loro ordine. La “confusione” e la sovrapposizione fra lavoro e missione viene alimentata dal fatto che molto spesso le suore fanno parte di congregazioni religiose, fondate da sacerdoti, finalizzate proprio al servizio del clero. Anche se la natura di questo servizio non è in genere specificata, la si interpreta, in relazione alle donne, come lavoro domestico.

«Emettiamo il nostro no»: cosa prevede lo sciopero globale delle donne cattoliche

«Le donne sono la linfa vitale della chiesa, coordinando la stragrande maggioranza dei ministeri parrocchiali in tutto il mondo e servendo come diaconi e sacerdoti senza essere riconosciute – racconta ad Alley Oop Kate McElwee – Vogliamo rendere visibile ciò che è troppo spesso invisibile, insistendo affinché la Chiesa si muova rapidamente per aprire i riti di ordinazione alle donne».

Lo sciopero risponde a una semplice domanda: «E se le donne dicessero di no?». Le donne cattoliche sono stanche di aspettare: «Invece di aspettare un “sì” papale, noi emettiamo il nostro “no” ai sistemi di misoginia, sessismo e patriarcato che cercano di fermare lo spirito santo – sottolinea la direttrice della Women’s Ordination Conference – Così facendo, mostreremo all’istituzione quanto le donne siano vitali per la sua sopravvivenza».

La Women’s Ordination Conference aveva originariamente pianificato uno sciopero simile a marzo 2020, ma è stato posticipato a causa della pandemia di Covid-19. Durante il processo sinodale durato anni, iniziato nel 2021, membri e altri attivisti hanno partecipato al summit del Vaticano sul futuro della chiesa. Il documento finale del sinodo non si è pronunciato sulla questione delle diaconesse, ma ha lasciato la questione “aperta”, nonostante qualche mese prima Papa Francesco avesse dichiarato alla conduttrice televisiva Norah O’Donnell di essere contrario all’idea.

Da questa ulteriore mancanza e discriminazione, l’idea di rilanciare lo sciopero globale nel 2025: si può aderire in diversi modi. Attraverso, ad esempio, la non partecipazione alla messa, la scelta di una liturgia incentrata sulle donne, la sospensione dei contributi finanziari, il rifiuto di fare volontariato durante la Quaresima. «Lo sciopero sarà diverso per donne e comunità diverse – afferma ad Alley Oop McElwee – Abbiamo chiamato le donne a trattenere il loro tempo, lavoro e risorse finanziarie dalla Chiesa cattolica. Ma per molte uno sciopero di 40 giorni non è possibile. Pertanto, incoraggiamo le donne a impegnarsi in conversazioni coraggiose con il loro datore di lavoro, parrocchia e comunità, a indossare simboli visibili della loro solidarietà con lo sciopero, o a partecipare a una manifestazione nella loro regione».

L’iniziativa incoraggia le donne a segnalare le proprie attività al database centrale dello sciopero e ai leader della Chiesa. Anche in Italia le adesioni non mancano. Ma serve più consapevolezza culturale.

Le adesioni italiane al Catholic women strike

Tra le adesioni italiane allo sciopero globale delle donne cattoliche, insieme al podcast partner “Cristianə a chi?”, c’è l’associazione Donne per la chiesa: nata alla fine del 2017, porta avanti l’obiettivo di rendere la Chiesa «sempre più egualitaria e capace di promuovere la piena dignità e partecipazione di tutte le persone». Come si legge nel loro manifesto – inizialmente condiviso dalla fondatrice Paola Lazzarini attraverso un gruppo Facebook di persone interessate al tema – Vediamo che le donne nella comunità esistono nella misura in cui risolvono i problemi dei protagonisti uomini. Tutti uomini. Che si tratti dell’oratorio parrocchiale, di movimenti ecclesiali o di facoltà teologiche, il modello femminile che viene proposto è sempre quello di ‘stampella’ a sostegno delle figure maschili (presbiteri, docenti o mariti)».

A muovere l’associazione è la percezione di un profondo disagio nel vivere la Chiesa così come oggi si propone, con la volontà di cambiarla. «L’associazione è nata da donne normali: alcune di noi sono teologhe, altre sociologhe, altre persone comuni che hanno iniziato a sentire un grosso disagio nella chiesa. Di esclusione strutturale ma anche linguistica» racconta ad Alley Oop Patrizia Morgante, presidente di Donne per la Chiesa. Dal disagio percepito alla condivisione, per il raggiungimento di un obiettivo che la presidente Morgante individua come comune: «Una Chiesa più aperta, più accogliente, capace di far risaltare meno la normativa e il dogma e più la dimensione evangelica di accoglienza».

L’impatto che si otterrebbe, su diversi ambiti, sarebbe concreto e a beneficio di tante persone: «Penso a tutto quello che riguarda le donne e l’accesso ai ministeri ordinati- afferma Morgante – Ma anche alle comunità Lgbtqia+ che meriterebbero più diritti e attenzione. Ma anche a tutte quelle persone che, per vari motivi, non rientrano nel “box morale” definito dalla Chiesa oggi. Ad esempio chi vive in una famiglia di fatto non riconosciuta, alle donne single, a una famiglia monogenitoriale, ai genitori dello stesso sesso».

L’influenza politica della Chiesa è lo spunto di riflessione che ha dato vita all’altro progetto italiano aderente allo sciopero, “Cristianə a chi?”: «L’idea è nata nel 2021 quando il Vaticano pur non essendo coinvolti in prima istanza nell’approvazione del ddl Zan, esprimendosi negativamente a riguardo ha influenzato gli esiti e le opinioni di associazioni e gruppi cattolici» racconta Belotti, che continua: «Lo stesso è accaduto con il responsum sulla benedizione delle coppie queer a cui, nel 2021, aveva detto no. Per poi smentirsi nel 2023 con indicazioni poco chiare». Dall’influenza della Chiesa nelle questioni politiche alla quotidianità delle parrocchie, il lavoro che entrambi i progetti portano avanti si basa sulla decostruzione del “sistema Chiesa” così come oggi è concepito, attraverso la riflessione interna e la rivendicazione di nuove consapevolezze.

«Le discriminazioni subite nella Chiesa e nella società creano delle lacerazioni molto forti in una donna. Abbiamo creato, omaggiando Virginia Woolf, il progetto “Una stanza tutta per me”: ci incontriamo, anche online, per condividere la fatica e la rabbia. E far sì che la rabbia abbia un senso trasformativo e diventi proposta» riferisce Morgante, sottolineando l’attenzione dell’associazione nello schierare la prospettiva di “donne nella chiesa” anche in casi che riguardano la violenza nella Chiesa, come le riflessioni scaturite e diffuse nelle diocesi rispetto all’Indagine indipendente sugli abusi ad opera di chierici nella diocesi di Bolzano-Bressanone.

In sinergia vanno avanti anche Belotti e le colleghe Lazzarini e Letizia: il podcast è l’opportunità, attraverso dialoghi diversi, di mostrare che la comunità cristiana è complessa, variegata, formata da spiritualità molto diverse. «Mi sono occupata della traduzione in italiano dei materiali dello sciopero e, anche questo, è un modo di aderire» spiega Belotti, per cui «lo sciopero funziona quando è visibile. Per renderlo sempre più visibile in Italia, serve lavorare sulla consapevolezza delle donne».

L’esodo delle ragazze cattoliche, in un decennio diminuite del 30%

In Italia, l’ultimo “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo rivela un vero e proprio esodo delle ragazze dalla Chiesa. Il fenomeno, cominciato in punta di piedi a partire dagli anni Sessanta, si è consolidato con forza negli ultimi decenni con la GenZ.

Attualmente, le ragazze italiane under 30 che si dichiarano cattoliche sono il 33%. dieci anni fa erano quasi il doppio (62%). Quelle che si definiscono atee sono passate dal 12% al 29,8%. Cifre simili a quelle dei coetanei maschi. Se le giovani fedeli erano state “l’eccezione” alla crescente sfiducia verso appartenenze e pratiche religiose, ora non è più così: sia in Italia che nel resto d’Europa.

L’urgenza di ripensare il ruolo femminile nella Chiesa è fondamentale per garantirne la sopravvivenza: lo studio globale “International Survey of Catholic Women” condotto dalla teologa e sociologa della religione Tracy McEwan, in risposta all’invito a presentare proposte al sinodo dei vescovi 2021-2024, aveva già mostrato che l’84% delle donne sostiene la volontà di riforme nella Chiesa. Due terzi delle donne cattoliche vuole riforme radicali e quasi tre su dieci ritiene che senza di queste non vi sarebbe posto per loro nella Chiesa.

«Smantellare pratiche e teologie sessiste»

Nonostante alcuni passi avanti messi a segno dal pontificato di Papa Francesco in merito al potere apicale delle donne – dal 1° marzo è effettiva la nomina di Suor Raffaella Petrini come presidente della Pontificia commissione e del Governatorato vaticano, è la prima donna – per sfondare il soffitto di cristallo, come testimoniano le cattoliche in sciopero, serve fare di più e meglio. Con meno esitazioni e più decisione.

«L’esclusione delle donne dai ministeri ordinati non solo indebolisce la loro capacità di prendere decisioni come leader, ma rafforza la discriminazione culturale e sociale e perpetua strutture che subordinano le donne e possono portare alla violenza di genere» sottolinea ad Alley Oop Kate McElwee, che conclude: «La Chiesa deve lavorare urgentemente per riconoscere l’uguaglianza battesimale delle donne accogliendo le loro vocazioni al ministero ordinato e aprendo le sue porte alle donne in tutti i ruoli decisionali. Ciò richiederebbe lo smantellamento e l’abbandono di pratiche e teologie sessiste che minano il Vangelo e sono usate per giustificare l’esclusione e l’oppressione delle donne».

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