“Quaderno armeno”, viaggio in una storia dalle ferite aperte

scritto da il 11 Febbraio 2024

Maggio 2003, aeroporto di Malpensa. Nel bagaglio qualche libro, un registratore e il quaderno verde a cui affidare pensieri e impressioni.

Inizia in questo luogo/non luogo il viaggio in Armenia di Sara Maino che, nella sua seppur breve durata, avrà una portata tale da offrire tutto il materiale oggi diventato il volume “Quaderno armeno” edito da Nous. Un resoconto di pochi ma profondissimi incontri e piccole vicende dalla carica umana fortissima.

Si tratta per la maggior parte di eventi di entità personale che si svolgono però nella cornice della disperazione di una terra ancora sanguinante. “Il genocidio, la distruzione del patrimonio artistico e culturale, la diaspora, l’occupazione del regime sovietico e in seguito la guerra del Nagorno-Karabakh l’hanno sconvolta a tutti i livelli. […] Ero consapevole – conferma l’autrice – di addentrarmi in una storia dalle ferite aperte, di cui il canto è espressione diretta, connessa con le emozioni, il ricordo, l’appartenenza. Nonostante la circolazione di immagini e testimonianze sempre più diffuse, il genocidio del popolo armeno fatica tuttora a essere riconosciuto”.

Da Milano a Yerevan. E ritorno

Le vicende raccontate in questo “diario” sono il ricordo del percorso e dei passaggi che hanno portato Maino, allora ancora studentessa in cerca di materiale di studio sul canto sacro armeno, dal Nord Italia alla scoperta della capitale Yerevan. “Avevo ventiquattro anni, scrivevo poesie, facevo teatro e cercavo le colonne sonore più originali per i miei spettacoli”. La passione per la musica stimolo per il viaggio è certo pretesto per scoprire i suoi segreti cercandoli nei luoghi dove sono nati, ma ben presto appare quasi un richiamo sfumato. Senza un piano preciso né provvista di un permesso apposito di ingresso, Maino parte dall’Italia ignara di quanto riporterà indietro al suo ritorno. “Non riuscivo a chiarire neanche a me stessa che cosa mi spingesse con tanta ostinazione in quel lembo di terra chiamato Armenia, con le amiche che mi chiedevano stupite: ma chi te lo fa fare?”.

Proprio l’inconsistenza del percorso di visita, fondato su pochi contatti raccolti prima di imbarcarsi, diventa la chiave per aprire il viaggio a tutte le situazioni che incontrerà e che andranno ben oltre alle programmate registrazioni dei canti dal vivo. “Quaderno armeno”, scritto a vent’anni dallo svolgersi degli eventi, è basato sulle note appuntate direttamente al succedersi delle vicende ed è diventato lo scrigno dei ricordi. “Alle pagine del mio quaderno verde ho comunicato le mie ansie più profonde, le perplessità, i dubbi, le illuminazioni. È stato l’unico strumento per dialogare con me stessa e ritrovare fiducia”. Siamo di fronte a un resoconto dal ritmo simile a un romanzo di scoperta, dove ogni vicenda si collega inaspettatamente alla successiva e ogni rapporto dell’autrice con i personaggi fluttua costantemente, in bilico tra gratitudine, ricatto, aspettative e ambiguità.

L’Hotel Praha

Sin dal primo incontro all’aeroporto della capitale armena, il dubbio inizia a strisciare: è davvero tutto come sembra? L’ambiguità sta negli occhi di chi guarda, non capisce una parola della lingua locale ed è “di passaggio”, o è invece reale la macchinazione di chi non ha niente da perdere e cerca di approfittarsene? Il dubbio è legittimo – considerando già l’albergo di bassissimo livello dove viene accompagnata per passare le sue prime notti a Yerevan: all’apparenza una casa di incontri sporca e umilissima, si scopre in poche ore essere (anche?) luogo di asilo per disperati in fuga da terre in conflitto. “L’Hotel Praha è, in realtà, un albergo di rifugiati dove è finita parte degli sfollati di Hadrut, una città del Nagorno-Karabakh, e di Baku, la capitale azera. Lo Stato armeno li ha sistemati in quest’albergo e da allora vivono qui in cinque o sei persone per stanza”.

Quando parte per l’Armenia Sara Maino ha in tasca solo la lettera del professore a giustificare il suo ingresso per studiare la musica sacra locale. E il nome di una donna che potrebbe ospitarla atterrando a Yerevan. Eppure bastano poche pagine perché i piani pre-partenza, per quanto vaghi, si ribaltino e la ricerca universitaria prenda una piega laterale, ri-orientando, in parte, l’obiettivo principale di studiare dal vivo i canti religiosi. Quello che era un viaggio intellettuale vira verso la scoperta di un’umanità lontana, in parte stridente con la realtà della studentessa-viaggiatrice. Ma alla fine, persino chi avrebbe facile accesso a quella musica, per lei oggetto del desiderio, poco ne comprende la passione. “Come le altre persone che ho incontrato, anche lei si stupisce del mio interesse per la musica liturgica armena. / Come mai un’occidentale è così attratta dalla musica armena e dalla nostra terra?, quasi con fastidio”.

La musica, da motivazione per il  viaggio, diventa elemento di sottofondo; sempre presente, assume però una posizione secondaria, di colonna sonora giustapposta agli eventi.

I luoghi

Il volume edito da Nous è breve. Il racconto è veloce, scritto con frasi rapide dove si alternano elementi narrativi e ricordi, rimandi ad altri luoghi (l’India per esempio). Questi vissuti diventano l’espediente che aiuta l’autrice a decifrare gli avvenimenti e, collegando passato e presente, a offrire al lettore un’esperienza sensoriale intensa, per quanto traslata nel tempo e nello spazio.

Quasi come succede davanti a dipinti realizzati in estemporanea dove colpi di colore immediati puntano a restituire la qualità dell’atmosfera di quell’istante immortalandola per sempre, la prosa di Maino è fatta di tratti. In più, rispetto a una tela, “Quaderno armeno” aggiunge alle immagini, profumi o odori respingenti, la sensazione della qualità dell’aria, densa o cristallina, sulla pelle, la maestosità del Monte Ararat e la banalità del quartiere nella periferia di Yeravat dove si trova l’Hotel Praha.

Per quanto tratteggiati attraverso alcuni elementi caratteristici (ci sono dettagli sufficienti per individuare piazze cittadine, le vie o il mercato all’aperto) i luoghi diventano il contorno in cui vivono i personaggi. Non per forza ci si ritrova in punti turistici famosi, nemmeno sempre in posti accoglienti – anzi nel testo non si nasconde la sporcizia, l’usura, il grigiore. Ma è forse proprio grazie alla natura materica degli appunti, scritti dall’autrice nel 2003 sul quaderno verde, che il racconto gode di un’immediatezza affascinante. Gli eventi si svolgono in una successione incalzante tanto da far venire voglia di divorare il volume in seduta di lettura unica.

Le persone

In Armenia Maino incontra (poche) persone con cui stringe però legami fortissimi da molto presto. Tra tutte, la accompagna da vicino Violet/Manushak, presenza in certi momenti non richiesta, giovane interprete/guida improvvisata. Questa figura femminile è la prima chiave per comprendere situazioni, abitudini e la vita quotidiana degli ultimi della società armena di inizio XXI secolo. Ma si dimostra anche da presto un po’ guardiano e un po’ angelo custode: “Voglio lavorare al mio progetto, voglio essere libera di girare da sola per la città, e in Armenia. Sono abituata a essere una donna indipendente. Ma qui non posso esserlo. Le donne stesse me lo impediscono. Per proteggermi o per bloccarmi?”.

Amica/sconosciuta è figura sfaccettata che anche nella sua ambiguità riesce ad allargare la visione dell’autrice sull’Armenia e sulla sua posizione privilegiata di viaggiatrice italiana in un Paese di contrasti. Di lei scrive: “Manushak: un nome armeno dal suono bellissimo, uno scrosciare di torrente sugli altipiani, lo schiocco di frusta di un cavaliere, un bicchiere d’acqua fresca bevuto al mattino. Un canto. …
/ Sembra chiarirsi tutto, all’improvviso. Ora mi sento più connessa, fatta custode di quello svelamento”. Ma anche che è “donna … davvero cocciuta! … di sicura intelligenza, ma (che) impone con prepotenza il suo modo di vedere, la sua strategia”.

Sara Maino è andata in Armenia per cercare materiale di studio. Lì ha trovato un’umanità inaspettata, per certi aspetti soffocante, ma autentica e combattente, affettuosa, amorevole, anche se a volte opportunista. “Mi sembra di aver vissuto un lungo sogno a occhi aperti. A volte un incubo. Uno scontro con una realtà più dura e autentica. Ne sento ancora l’odore addosso”.

“Quaderno armeno” attraversa rapporti umani minuti, luoghi di povertà e meraviglia a un tempo. Poco importa che siano eventi successi davvero, che siano avvenuti oggi o oltre due decenni fa.

“L’incontro con quella cultura e la sua gente ha generato queste pagine, scritte di getto, al termine di quelle giornate così intense, hanno impiegato molti anni per essere riordinate e trascritte. In quegli otto giorni ho perso quattro chili. Al mio rientro ho avuto un crollo fisico. Ma, nella mente e nel cuore, ho la certezza di aver toccato il canto della vita“.

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Titolo: Quaderno armeno
Autrice: Sara Maino
Editore: Nous Editrice
Prezzo: 16 euro

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