Le donne punti di luce nella tragedia della Shoah

scritto da il 27 Gennaio 2024

Nel buio infinito della Shoah, nelle pieghe tragiche di quegli anni, le donne brillano come luci di vita. Lo racconta, con passione e dettagli, la rassegna Punti di luce, essere una donna nella Shoah, in corso fino al 14 febbraio nelle sale dell’ex Filanda Meroni di Soncino (Cremona), su iniziativa del Museo della stampa-Centro studi stampatori ebrei di Soncino, guidato da Giuseppe Cavalli. Curata da Susy Barki, vicepresidente dell’Associazione Figli della Shoah, e in collaborazione con l’Istituto dello Yad Vashem di Gerusalemme, la rassegna è una polifonia di donne che, pur vivendo nella patriarcale e conservatrice società ebraica, hanno guidato vite, famiglie e destini. Le loro esistenze e le loro lotte sono tratteggiate in nove sezioni tematiche, tra cui amore, maternità, resistenza, amicizia, fede, cibo e arte.

Da Soncino (la mostra è itinerante) riemergono nomi e volti carichi di luce, affranti dal dolore ma sostenuti dalla speranza. È la poetessa e attivista israeliana Dalia Rabikovitch (1936-2005) in una sua poesia a definirle le donne come «Punti di luce in questa materia oscura…». Nelle fasi iniziali della guerra, molti uomini ebrei furono sfruttati come forza lavoro o scapparono, verso Est, alcuni tentarono la fuga, migliaia furono giustiziati. Le donne si trovarono così, loro malgrado, a gestire le famiglie, a garantire il necessario per vivere. E anche nella tragedia dei campi cercarono la vicinanza con altre donne, prima di finire nell’oblio e di lasciarsi morire, diventando eroine della vita, ognuna nel proprio ambiente, nella propria comunità.

Le voci che arrivano da Soncino sono potenti e contemporanee. C’è Fanny Solomian che aveva lavorato come fisioterapista e che poi il ministero polacco dell’Educazione aveva inviata in Svezia per proseguire gli studi prima della guerra. Tornata in patria, a Pinsk, scampa al massacro del suo paese d’origine e diventa protagonista della resistenza: fa l’infermiera in una sala operatoria improvvisata ma, nonostante la sua dedizione, il suo lavoro, avverte che i colleghi la trattano con diffidenza in quanto donna. Ma resiste, aiuta, cura fino alla fine della guerra quando emigra in Israele con il marito.

O c’è la storia di Miriam Litman, così carica di amore e dolore insieme. Miriam evita la deportazione subita dagli abitanti ebrei del suo villaggio d’origine, Pustelnik, ma poi, arrestata anche lei a Varsavia, viene deportata ad Auschwitz dove incontra Leon Libak Krycberg. Leon fa parte del Sonderkommando cioè di quel gruppo di prigionieri selezionati dai nazisti per lavorare nei crematori e riesce, pur in modo illegale, a dare a Miriam abiti, scarpe e cibo. Le dona perfino un semplice anello con un cuore e i loro numeri di matricola (osservatela bene la foto di quell’anello). A guerra finita, Leon e Miriam si incontrano ancora in un campo di raccolta per profughi, ma Miriam non accetta la proposta di matrimonio di Leon. La guerra è finalmente alle spalle, evaporano le speranze di Leon ma quell’anello ci dice quanto, anche nella disperazione, sia luce avere occhi che brillano e cercano l’amore.

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