Salgono i prezzi ma non i salari: i ceti deboli sono sempre più invisibili

Sono i ceti più deboli a subire maggiormente l’impatto dell’inflazione: lì dove gli aumenti dei prezzi hanno toccato in maniera più consistente la capacità di spesa, non è corrisposto un aumento dei salari, e molto spesso gli aumenti dei tassi di interesse decisi dalla Bce sui mutui hanno colpito severamente le famiglie con i salari più bassi.

Lo ha raccontato già a luglio il rapporto Ocse “Prospettive dell’occupazione 2023”, che aveva delineato uno scenario in cui l’aumento dell’inflazione e la debolezza dei salari vedeva l’Italia particolarmente sofferente: alla fine del 2022 i salari reali erano calati del 7% rispetto al periodo precedente la pandemia, e la discesa è continuata nel primo trimestre 2023, con una diminuzione su base annua del 7,5%.

L’Italia è dunque il Paese che ha registrato il calo dei salari reali più forte tra le principali economie Ocse, mentre l’inflazione dovrebbe attestarsi al 6,4% nel 2023 secondo le proiezioni. Ma cosa significano questi numeri? “L’aggressione russa contro l’Ucraina – scrive l’Ocse nel rapporto – ha contribuito a un’impennata dell’inflazione, che non è stata accompagnata da una corrispondente crescita dei salari nominali. La perdita di potere d’acquisto ha un impatto più forte sulle famiglie a basso reddito, che hanno una minore capacità di far fronte all’aumento dei prezzi attraverso il risparmio o l’indebitamento“.

Lo scenario è confermato da altri numeri: l’aumento dei prezzi ha portato quasi 6 italiani su 10 (il 57%) a ridurre le risorse destinate allo shopping, il 53% a ridurre i consumi di energia elettrica, il 51% a ridurre le spese per attività culturali e di svago, il 44% a tagliare i consumi di gas. E la tendenza sembra destinata a proseguire nell’immediato futuro, con il 57% che si vedrà costretto a ridurre o evitare le spese in divertimenti, il 52% le cene fuori e i viaggi.

E in tutto questo si parla di una “stangata d’autunno” in arrivo: Assoutenti calcola che tra bollette, alimentari, scuola, mutui benzina e ristorazione gli italiani vanno incontro a una spesa da 1.600 euro a famiglia. Si prevedono rincari di 190 euro per gli alimentari, di circa 95 euro per il corredo scolastico, di più di 100 euro per i carburanti. Le note dolenti riguardano però i mutui, con oltre 1.000 euro in più.

Le parole del ministro Lollobrigida

I numeri (e la realtà che rappresentano) sono sotto gli occhi di tutti, anche per questo non sono passate inosservate le parole del ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, al Meeting di Rimini sul tema della “Food Security e sostenibilità”.

In Italia abbiamo un’educazione alimentare interclassista” ha dichiarato: “spesso i poveri mangiano meglio, perché comprano dal produttore e a basso costo prodotti di qualità“. Certo, questa frase è estrapolata dal contesto in cui il ministro intendeva porre l’accento sulla tradizione alimentare italiana, più capace di integrare alimenti non raffinati e lavorati rispetto ad altre cucine, nella fattispecie quella statunitense.

Eppure una frase come questa non può che suonare infelice, se consideriamo che secondo i dati diffusi a maggio dalla Rete francescana nazionale di Operazione Pane, gli aiuti alimentari alle famiglie sono aumentati nel 2022 del 135% rispetto al 2019. Non è chiaro dunque cosa intendesse il ministro parlando di “poveri” e lasciando immaginare un contesto rurale di scambio e relazioni dal sapore invero un po’ ottocentesco.

Le rinunce a tavola

I vari osservatori sull’andamento dei prezzi nel mercato italiano hanno mostrato che gli aumenti sono stati trasversali. Sono saliti nell’ultimo triennio i prezzi di frutta e verdura e gli italiani ne consumano sempre meno. Secondo l’Osservatorio di Mercato di Cso Italy, ciascun italiano, indipendentemente dall’età, ha consumato nei primi 3 mesi dell’anno 4kg in meno di frutta e verdure sul 2019 e quasi 2 kg in meno sul 2022.

Il prezzo della pasta continua a crescere: rispetto al 2022 oggi la paghiamo il 6% in più, ma la percentuale aumenta decisamente se si fa il confronto con giugno 2021: +32% (Altroconsumo).

Il caro-vacanze

Archiviata l’estate si tireranno le somme della stagione estiva, ma si hanno già alcune indicazioni. Sono aumentate tutte le voci spesa relative alle vacanze e ai viaggi: rialzi dal 9 al 21% per una settimana di ferie in Italia; voli rincarati anche del 45%; ha speso il 21% in più chi ha scelto la crociera; il 17% in più per la vacanza in una località balneare, con la voce albergo a segnare da sola un +28% anno su anno. Più contenuti gli aumenti per la montagna (+9%), con le escursioni a segnare una delle voci di spesa più onerose (+15%).

Nel frattempo, proprio a cavallo della stagione turistica, il caro benzina si è mostrato completamente fuori controllo: da maggio a oggi, il rincaro medio è stato del 4,9%, (per il gasolio del 5,6%) arrivando a toccare il picco di 2,553 euro al litro per il servito, (2,4 euro/litro per il gasolio), cosa che ha portato il governo a varare in fretta un decreto che ha stabilito l’obbligo di esporre un cartellone per informare gli automobilisti sui prezzi praticati dall’impianto, con sospensione dell’attività dopo quattro violazioni.

L’effetto dei rincari si è fatto appunto sentire sulla stagione turistica: sembra cambiata la mappa delle vacanze, con un calo anche tra il 20% e il 30% soprattutto degli italiani verso le destinazioni nazionali. La scelta ricade, oltre che su mete consolidate come Spagna, Tunisia ed Egitto (Sharm El Sheikh), anche su nuovi approdi come Albania e Montenegro. E questo ci dimostra che forse il potere di acquisto degli italiani sul proprio territorio è intimamente eroso.

A rischio povertà un italiano su 4

Nel Report su reddito e condizioni di vita 2021-2022, l’Istat ha rilevato che il 20,1% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà (circa 11 milioni e 800mila individui) avendo avuto, nell’anno precedente l’indagine, un reddito netto equivalente inferiore al 60% di quello mediano, ossia 11.155 euro.

Il 4,5% della popolazione (circa 2 milioni e 613mila individui) si trova in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale, ossia presenta almeno sette dei tredici segnali di deprivazione individuati dal nuovo indicatore Europa2030. Nel 2021 il dato aveva toccato il 5,9%.

Prendendo in considerazione la quota di individui che si trova in almeno una delle tre condizioni considerate come parametro (basso reddito, deprivazione e intensità di lavoro) si ottiene la valutazione delle persone a rischio di povertà o esclusione sociale. Si sale allora al 24,4% della popolazione (circa 14 milioni 304mila persone), dato sostanzialmente stabile rispetto al 2021 (25,2%).

Avidità e povertà

Povertà ed esclusione sociale sono dunque una realtà che tocca sempre più famiglie, in Italia. Se da una parte l’inflazione si comporta sul costo della vita come la “mano invisibile” dell’economia, da tempo si parla anche della “greed corporate” (avidità aziendale) come uno dei fattori che agisce pesantemente su questi numeri. A far lievitare i prezzi, in pratica, sarebbero state le aziende che avrebbero approfittato dell’aumento dell’inflazione per imporre ai consumatori dei prezzi non più regolati dal meccanismo di domanda e offerta, bensì dall’avidità di profitto.

Una situazione che assume contorni drammatici nei Paesi dove non esistono né misure di contenimento dei prezzi, né misure per incrementare i salari. Una delle soluzioni proposte dalla governance economica europea all’indomani del rapporto, è appunto agire sui redditi erogando sostegni in “maniera più mirata sulle famiglie a basso reddito”. Una misura che di fatto si traduce nel pensare a bonus sostitutivi di una riforma universalistica del welfare, come la Carta risparmio spesa 2023 “Dedicata a te” prevista dall’ultima manovra. Una carta elettronica prepagata per la spesa alimentare del valore di 382,50 euro, erogata dall’INPS tramite i Comuni di residenza.

Tra le raccomandazioni giunte dall’Ocse, si menzionava anche l’importanza di agire sui contratti, in particolare sulla contrattazione collettiva, in modo da mitigare la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori e garantire una più equa distribuzione dei costi dell’inflazione tra imprese e lavoratori. Di sicuro, almeno per i lavoratori a bassa retribuzione, è difficile pensare che non ci sia spazio per un aumento dei salari, o per misure che abbiano un impatto reale e concreto sul potere di acquisto delle famiglie, sempre più povere e sfiancate dalla disuguaglianza e dall’abbandono politico che subiscono.

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  • maurizio costa |

    Ancora questa storia degli americani che ci hanno liberato!? L’Italia é un paese occupato dal 1943! E proprio dagli americani!…..

  • Guido |

    Analisi perfetta e oggettiva. Purtroppo se l’attuale formazione politica non ne vuole tener conto rappresentando un’altra realtà, bisogna solo augurarsi che due cose: che i prezzi scendano in seguito alla discesa della domanda e che i nostri amministratori vengano illuminati da una luce divina. Data la situazione , credo sia più percorribile la prima opzione.

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