La necessità di riscrivere il tempo, sopratutto in azienda

ono-kosuki-5648075

“Il tempo è il più saggio perché svela ogni cosa” disse una volta Talete, filosofo, astronomo e matematico dell’Antica Grecia. Nel tempo si vive, si provano emozioni, si lavora, ci si sposta, si aspetta. Insieme allo spazio, è ciò che impegna fisici e matematici da secoli e ciò che definisce le coordinate in cui si muove la nostra esistenza.

Il rapporto con il tempo è complesso e sfaccettato: lo si percepisce, gli si attribuisce senso e significato, lo si tenta di gestire. A volte, lo si subisce. Ogni persona ha le sue modalità, tanto che in psicologia si parla di Psicologia del Tempo o Approccio Temporale. La teoria è stata elaborata dallo psicologo Philip Zimbardo e individua sei profili temporali che definiscono le diverse modalità con cui ci si orienta nel mondo, si affrontano le situazioni e si prendono le decisioni. Sei profili, nei quali passato, presente e futuro si mescolano e prendono forma.

Il rapporto con il tempo non è solo individuale, ma anche collettivo. Basti pensare all’introduzione dell’ora legale o, ancora più banalmente, all’utilizzo degli orologi. C’è un tempo in cui si muove la collettività e uno in cui si muove la persona. Personalissimo. Fatto di secondi che si dilatano o che corrono velocissimi. Al mutare della compagnia, della situazione, dell’umore. La stessa dinamica si ritrova in azienda: sebbene infatti il tempo sia codificato, assume forme diverse. Subisce inevitabilmente il flusso delle percezioni dei singoli. Soprattutto oggi, che le modalità di lavoro ibride stanno riscrivendo il rapporto con il proprio lavoro e che hanno abbattuto la fissità dell’orario 9-18. Cosa succede, dunque, quando una persona si riappropria della propria giornata lavorativa, intesa come ore che si susseguono? Le possibilità sono due.

Il tempo che divora

Quello che spesso si osserva, è l’incapacità di collocarsi all’interno di una libertà temporale. Prima del lavoro da remoto, dello smart working e delle modalità ibride, era l’azienda a definire e cadenzare il tempo. Tanto che se volevi riappropriartene dovevi chiedere il permesso. In senso figurato e letterale. L’organizzazione come balia, in un certo qual modo. Tanto che oggi, sono poche le persone a riuscire a trovare un equilibrio tra le lancette del proprio orologio. Nessuno ha insegnato loro a farlo. Non c’è stato il tempo. La sensazione comune, diventa allora quella di una corsa, nella quale si sente di non riuscire ad avere abbastanza momenti a disposizione. Soprattutto per sé.

Le occasioni da dedicarsi sono infatti quelle che generalmente vengono sacrificate per prime. Immolate a impegni, call, riunioni, commissioni, figli, genitori. I ruoli di vita si accavallano e la persona sente sfuggire via la giornata dalle mani. I mesi volano via e con loro le settimane. E c’è chi pensa al 2019 se gli dici “l’anno scorso”.

Il tempo che libera

Eppure, c’è anche chi, del proprio tempo, si è riappropriato. Sembra infatti che gli ultimi due anni abbiano radicalmente cambiato la logica. E i motivi potrebbero essere due. Da un lato, il fatto che, per la prima volta, ci si è ritrovati a gestirsi all’interno di orari fluidi, riscoprendo libertà e difficoltà di giornate senza metronomo. Dall’altro, il fatto di essersi dovuti fermare. Dopo i primi mesi di lockdown, infatti, molti hanno riportato la sensazione di un tempo cambiato, come se ci fosse stato un reset, dopo il quale tutto sia tornato a scorrere diversamente. Si è acquisita una consapevolezza che non si aveva: per la prima volta, si è osservato il tempo. Ci si è vissuti accanto, piuttosto che dentro.

Questo meccanismo, ha reso maggiormente coscienti del valore che il tempo ha e, di conseguenza, sono subentrate aspettative e bisogni che prima non si intravedevano. Non è un caso, dunque, se molte persone cerchino oggi aziende che riconoscano loro autonomia e flessibilità. Una volta compreso che il tempo si può modellare, non si è disposti a rinunciarvi.

A prescindere che dal tempo ci si faccia divorare o liberare, tutto si gioca sulla “possibilità di”. È il sentire di avere al polso il proprio orologio a innescare meccanismi che impattano positivamente sul benessere psicologico. Offrire alle proprie persone, come azienda, la facoltà di lavorare dove e quando si vuole, impatta direttamente sulla loro soddisfazione. Anche se quella libertà non si utilizza e si accende il computer alle 9 per spegnerlo alle 18. Ciò che cambia, è però sapere di poter anche agire diversamente. È la sensazione di percepire il tempo non più come prigione, ma come alternativa.

***

La newsletter di Alley Oop

Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.

Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com

  • Stefano |

    Siamo schiavi, ahimè, di una logica produttiva/industriale che in molte Regioni Italiane stabilisce le performance del lavoratore non tanto sulla Qualità del lavoro e quindi del valore portato in azienda da quest’ultimo bensì dalle ore “passate” in azienda. Sarebbe logico e anche naturale che sia il dipendente a poter decidere come sfruttare il tempo a disposizione per completare i task assegnati senza il vincolo delle canoniche 8 ore. Indipendentemente dal concetto di smart working, il lavoratore non è padrone del proprio tempo e questo può arrecare frustazione, disagio e malessere. Sfido chiunque a non avere provato una volta nella vita quella sensazione di imbarazzo nel chiedere un permesso al proprio superiore perdendo tra le altre cose del tempo pensando a quale giustificazione politically correct potesse andare bene. Nulla di più sbagliato: un individuo può voler prendersi un permesso anche per andare a fare una passeggiata, o semplicemente perchè in quel momento ha terminato il proprio lavoro e non vuole perdere tempo stando seduto su una sedia aspettando le 17..insomma il tempo dovrebbe essere un dono, non un favore.

  • Gloria |

    Vivere il proprio tempo a 360 gradi può essere un’altro elemento e fattore di Salute ancora non considersto. Avere la pissibilità in azienda di fruire di un tempo flessibile porta ad una riorganizzazione della vita ,ad un miglioramento qualutativo sempre che al centro del lavoro si pine l’uomo conni suoi bisogni senza estremizzare.Ben venga la flessibilità dell’orario e di schemi di lVoro altri che già in alcune zone dell’Italia a macchia di leopardo consentono di fruire del tsmpo prezioso per sè oltre che per il lavoro e la famiglia.Ciò comporterà al benessere psicofisico della società oltre che ad un riaparmuo economico in sanità

  Post Precedente
Post Successivo