Non incontrarsi mai non è smart working e mette a rischio l’efficacia del lavoro

scritto da il 04 Giugno 2021

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Se ne sta parlando in tutto il mondo occidentale: scegliere se e come “far tornare” le persone in ufficio e, in molti casi, come convincerle a farlo. Sono sempre più frequenti i casi di persone che, potendo scegliere, dichiarano apertamente di preferire aziende “full smart working” alle altre; chi non può scegliere minaccia invece cali di motivazione se sarà costretto a perdere la guadagnata agilità, attesa per decenni prima che la forzasse la pandemia. Molte aziende programmano nuovi modi di lavorare che comprendono la possibilità di lavorare “altrove” anche per più giorni a settimana, ma emerge un movimento più radicale, soprattutto da parte della generazione Z e successive, di persone che si sentono di pretendere il 100% di, così lo chiamano loro, “smart working”. Ovvero vorrebbero sul luogo di lavoro poterci non andare mai.

In linea teorica e in passato avrebbero potuto avere ragione. Ma le transizioni come la pandemia, oltre a far saltare tutte le previsioni e a farci sentire come in un mare in tempesta perenne, hanno il vantaggio di accelerare l’apprendimento mettendo la teoria alla prova della pratica. Oggi nessuno sa ancora che cosa sia lo smart working: ciò di cui si parla è piuttosto “remote working”, fatto in condizioni eccezionali, che ci hanno portato a sfruttare al massimo le opportunità tecnologiche senza però darci il tempo di lavorare sulla cultura e ragionare sulle modalità, di fare quindi delle vere scelte. Siamo finiti a mare, insomma, e di conseguenza abbiamo nuotato. Abbiamo nuotato così a lungo che nuotare inizia a sembrarci l’opzione migliore, ma non lo è. Se potremo lavorare in modo diverso dovremo farlo, e sarà una grande opportunità per tutti, ma non basterà spostarci di luogo perché accada.

Negli ultimi 30 anni, il nostro modo di lavorare è cambiato soprattutto inseguendo la tecnologia. Alla fine del secondo millennio, per esempio, sono esplose le email senza che le accompagnasse alcuna educazione al loro utilizzo. È stato come acquisire un linguaggio senza possedere un dizionario. Lo parlavano tutti e ne siamo stati trascinati senza una pedagogia. Si parlava di (assenza di) una netiquette: l’assenza persiste ma la prepotenza delle email appare oggi quasi gentile di fronte ad altri mezzi di comunicazione ancora meno gestibili come le chat, l’instant messaging, i social.

whatsapp-image-2021-06-03-at-21-34-41Seduti in mezzo a un flusso di comunicazioni infinite e frammentate, nella possibilità di sapere qualunque cosa di tutto, e quindi alla fine niente (troppa informazione rende impossibile la conoscenza), ci siamo dati delle regole blande, più sui tempi che sui modi. I trentenni di oggi sono entrati in un mondo del lavoro fatto così. I cinquantenni, invece, hanno intravisto quello di prima, e non so quanti definirebbero il secondo più smart del primo.

Per questo non si può chiamare “smart” il lavoro da remoto.  Tempi e luoghi non significano abbastanza, se non si condividono delle regole che riguardano molto di più: riguardano chi siamo, la ragione per cui lavoriamo e le scelte che possiamo fare.

christina-wocintechchat-com-lq1t-8ms5py-unsplashStabilito quindi che ciò di cui stiamo parlando non è smart working ma remote working, c’è qualcosa di importante che abbiamo scoperto in questi mesi di messa in pratica coatta, ed è che un lavoro al 100% da remoto puoi farlo da freelance o in un’azienda che non si aspetta altro da te che porti a termine dei compiti, possibilmente senza cambiare molto nel tempo. Se pure soddisfi l’aspetto sociale della vita attraverso le tue relazioni personali, e quindi quel bisogno è soddisfatto, non avere occasioni informali di incontro con i colleghi, non respirare anche solo ogni tanto la stessa aria, non potersi dire cose estemporanee e inaspettate, fare a meno della dimensione relazionale che si coltiva con l’incontro, l’intuito, il comune sentire… vuol dire rinunciare a creare qualcosa insieme al di fuori da ciò che ci si aspetta da noi: vuol dire rinunciare a innovare. L’innovazione solitaria è quasi impossibile: è piuttosto genio (e sregolatezza), è arte, ma l’innovazione dei prodotti, dei processi, sei servizi, va ben oltre un’idea e ha bisogno di molte mani per nascere.

Oggi nessuno può permettersi di lavorare senza innovare, anche in minima parte, ciò che fa, perché il suo mestiere stia al passo con il cambiamento costante e veloce in cui deve produrre. Ed è stata la sua incredibile capacità di collaborare a far fiorire la specie umana. Le scoperte, le invenzioni, il progresso: sono sempre il prodotto di molte voci che hanno saputo accordarsi per cantare in sintonia. Può accadere anche stando lontani, ma è molto più raro e difficile.

Ma c’è di più. La specie umana sopravvive da millenni grazie al suo istinto primario verso lo stare insieme: pochi altri primati sanno stare insieme, organizzarsi e prendersi cura gli uni degli altri, sopprimendo altri istinti di difesa, come noi. Il lavoro in questa prospettiva non è solo produzione, è anche società. Nel lavoro collettivo da remoto, esclusivamente da remoto, sopravvive un certo tipo produzione, ripetitiva e non innovativa, e viene meno la dimensione sociale. Se questo è quello che vogliamo e che ci serve allora si: possiamo chiamare smart working il non incontrarsi mai.

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Ultimi commenti (1)
  • Alberto |

    Interessante, per quanto riguarda questa sorta di brainstorming casuale, derivante dalla convivenza. Però nego quanto detto sui cinquantenni, io poi sono sessantenne, sarà che da una vita mi interessavo solo amatorialmente di elettronica e computer, usarli man mano al lavoro già era stato molto positivo. Lo smart working, ora molto limitato dal mio datore di lavoro, è stato un sogno…se si potesse lavorare così lavorerei fino a 80 anni…per me la fatica del lavoro è quasi esclusivamente quella fisica di andare e stare in un luogo che mi è sempre stato sgradevole…