Femminicidi, è lecito usare le foto dei social per raccontare le vittime?

scritto da il 24 Febbraio 2021

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Una ragazza molto giovane, carina, truccata, ammiccante. La stessa ragazza, rossetto e mascara, che posa da influencer. Ancora lei, con il suo fidanzato, sorridente e felice. E, ancora, con tutta la famiglia di lui, un quadretto idilliaco. Roberta Siragusa aveva 17 anni. E’ stata la terza vittima di femminicidio del 2021, il 24 gennaio. In carcere accusato della sua morte c’è Pietro Morreale, 19 anni, con cui era fidanzata.

Le foto di Roberta finite su siti, giornali, trasmissioni tv, sono tutte tratte dal suo profilo social. E colpiscono, come colpivano quelle di Noemi Durini, 16 anni, anche lei uccisa dal fidanzato – minorenne anche lui – e ritratta in pose ammiccanti o abbracciata a lui. E ancora, Nicoletta Pacini, 15 anni, uccisa dall’ex della madre nel 2017 viene raccontata con una sua foto con il volto imbronciato e un dito in bocca. O Ilaria Palummieri, 20 anni, massacrata dall’ex, Riccardo Bianchi, che ha ucciso anche Gianluca, il fratello della ragazza. Le foto di Ilaria? Lei in reggiseno che balla in discoteca, lei che fa la linguaccia, lei abbracciata al suo assassino.

Giovanni Palummieri, il papà di Ilaria e Gianluca, spiega bene come questa narrazione sia una ferita nella ferita. “Sono anni che ci penso – ci dice – io ho perso due figli, quel 24 giugno 2011. Tutti e due“. Ricorda e racconta ogni dettaglio di quella giornata, così come ricorda le foto che hanno corredato il racconto dell’uccisione dei suoi figli. “In quelle foto mi ha colpito molto che Ilaria apparisse poco vestita. E’ come insinuare che non fosse una ragazza seria, che se l’è cercata. E’ come dire che lei, col suo modo di fare, di essere, di vestirsi, abbia provocato la reazione di lui, del maschio violento, che era geloso e quindi era stato preso dal solito ‘raptus’. Certo – aggiunge – è più facile accusare una persona che non può più difendersi“. Un po’ come, una volta, si guardava a come era vestita una ragazza.

Le foto di Ilaria e quelle delle altre vittime sono state pubblicate sui social dalle stesse ragazze, prima di essere uccise. Foto che restano online, a disposizione e vengono utilizzate senza alcun riguardo per la vittima e per i suoi familiari. Cosa c’è dietro la scelta di queste immagini? E cosa non funziona nel loro utilizzo?

“La morte ti fa bella”: la violenza raccontata come un romanzo
Il primo criterio che salta all’occhio nella scelta delle immagini per raccontare i femminicidi è che ci sono tante foto delle donne uccise, poche foto degli aggressori. Emanuela Valente, esperta di comunicazione e blogger, da anni con “In quanto donna” tiene un osservatorio permanente sui femminicidi. Dall’esame di tutti gli articoli pubblicati su carta e online negli ultimi 10 anni, Valente ha visto che “ogni 10 femminicidi ci sono 7 foto di donne. Non ci sono di solito le foto di donne anziane o delle prostitute, delle quali spesso non abbiamo neanche il nome. Le foto pubblicate più spesso sono quelle di donne fino a 40 anni, più piacenti, prese dai Social”. Molto più rare le foto degli aggressori, circa 3 su 10. Ovviamente, l’identità degli aggressori viene protetta per la presunzione di innocenza, che deve essere garantita agli indagati, quindi spesso vediamo le immagini dell’aggressore pixelate e quelle della vittima senza protezione. Ma la vittima, invece? Una volta uccisa, non gode più di alcuna tutela?

Ma non si tratta solo di numeri. Nella scelta delle foto delle vittime si nota “una forte erotizzazione ed estetizzazione della morte delle donne e della violenza che subiscono”, dice Nadia Somma, per dieci anni presidente del centro antiviolenza Demetra. Attenta osservatrice della comunicazione e autrice di “Le parole giuste”, un testo che analizza come la comunicazione aiuta (e non) la lotta alla violenza di genere, Somma nota che, per esempio, “le notizie sui femminicidi nei confronti delle anziane sono prive della narrazione erotizzante della violenza, c’è la notizia secca, non si ricama il romanzo. E, in questi casi, la foto difficilmente viene messa”. Anche con le foto, quindi, il messaggio che viene fatto passare “è che una donna viene uccisa anche perché con la sua sessualità, con l’eros provoca: è lei stessa la causa, la causa della morte sta nella vittima stessa”.

Un altro aspetto da considerare è il ritratto della coppia: “Quando si tratta di femminicidi – sottolinea Somma – vedere le donne uccise abbracciate al loro aggressore mentre sorridono, quando erano felici continua a passare il messaggio del legame amore-morte, continua a rendere romantica la morte di una donna, uccisa “per troppo amore”. Non è giusto far possedere la donna nell’immagine, ancora, da morta da colui che l’ha uccisa”. In più, in molti di questi casi, parliamo di ragazze ancora minorenni.

Cosa dice la legge?
Foto come queste, quindi, non andrebbero pubblicate, perché rappresentano quella che si chiama vittimizzazione secondaria, ovvero una seconda aggressione, dopo quella del femminicidio. Anche perché la vittima, a quel punto, non può più esprimere la sua volontà. Ma qui non parliamo solo di opportunità di pubblicare o meno, parliamo di norme.

La cornice dentro cui ci muoviamo dal punto di vista del diritto è quella delineata dalla legge sul diritto d’autore e dalla protezione dei dati personali, oltre che dal codice deontologico dei giornalisti. Se questa cornice definisce la responsabilità del giornalista nella scelta di ciò che pubblica, che sia testo o che siano immagini, i casi che abbiamo citato sono molto più delicati. In tema di violenza sessuale, per esempio, una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito che il giornalista deve dimostrare di aver valutato il diritto alla dignità umana in rapporto alla rilevanza di dare la notizia con le generalità della persona offesa.

La dignità non muore
Giorgio Resta è professore ordinario di Diritto privato comparato presso l’Università di Roma Tre, dove ricopre la carica di Direttore vicario del Dipartimento di Giurisprudenza: “L’immagine di una persona defunta, vittima verosimilmente di violenza, determina uno statuto differenziato, è l’immagine da trattare con ancora maggiore cautela”. C’è un limite invalicabile per il giornalista, spiega il professor Resta, che è la “dignità della persona”. La dignità dello scomparso “ha un peso importante per l’ordinamento, anche perché è l’ultima cosa che rimane di una persona. I diritti muoiono con la persona ma la dignità permane oltre la morte, è un valore e un principio giuridico e il potere pubblico ha il dovere giuridico di tutelare il rispetto di questo valore”.

Vanno considerati anche i riflessi della pubblicazione di immagini di questo tipo nei familiari e nei cari che restano in vita, il peso dell’attenzione mediatica e del giudizio. Sono proprio i familiari a poter richiedere un intervento dell’Ordine professionale e del Garante della privacy, in prima battuta, o dell’autorità giudiziaria. Certo, si tratta di un intervento ex post, quando il danno è già stato fatto e che richiede comunque un’azione di cui devono farsi carico i familiari.

Su questo, torna Giovanni Palummieri, che racconta il trauma, lo shock, lo strazio di quel momento, nel 2011, con cui ancora oggi, ogni giorno fa i conti. Per agire in maniera tempestiva a difesa della dignità e dell’immagine delle vittime, serve una lucidità che non è pensabile di avere in quei primi momenti, se non si ha l’adeguata rete di supporto. “Nel mio caso il sostegno è stato nullo – racconta Giovanni – una telefonata dalla Questura, la confusione, i miei figli che non rispondevano al telefono. Ho saputo della loro morte dalla televisione. Sono entrato in una specie di limbo, poi sono come impazzito, con momenti di buio assoluto“. Per questo con l’associazione Libere Sinergie e con la sua compagna, Alessia Guidetti, Giovanni chiede che ci sia un sistema di accoglienza di chi resta, una rete di supporto pratico, legale, psicologico, economico. Per gestire quello che “speri sempre sia solo un incubo, da cui vuoi solo svegliarti“.

Che succede a un profilo Social dopo la morte?
Nel caso delle foto di Roberta Siragusa e delle altre vittime di femminicidio, c’è anche un’altra questione che si apre, quella dell’identità digitale dopo la morte. Di fatto, nella maggior parte dei casi, una volta che la persona è morta l’account o viene estinto o permane così com’è, in maniera immodificabile anche da chi fosse in possesso delle credenziali di accesso. Nel caso di Facebook, per esempio, il profilo diventa in memoria (“memorialized”, commemorativo), a meno che in precedenza non sia stato designato un legacy contact o erede o sia stato esplicitamente detto che si vuole che venga cancellato post-mortem.

Questo – spiega il professor Resta – implica in rischio e le immagini pubblicate, salvo intervento del contatto designato, restano disponibili dopo la morte”. Su questo fronte, “l’Italia è in una posizione di avanguardia: quando è stato recepito il regolamento europeo, la commissione legislativa ha scelto di allargare la tutela dei dati alla post mortem e prevedere la possibilità per i congiunti o gli eredi di esercitare i diritti, tra cui quello della cancellazione, della revoca del consenso, della rettifica delle informazioni e anche quello di accesso al profilo e richiesta di rimozione”.

Anche in questo caso, è la famiglia che deve attivarsi per tutelare i diritti della persona scomparsa e, va detto, non è frequente che questo accada – quando accade – in maniera tempestiva, vista la tragicità e lo shock che scomparse violente come quelle descritte comportano. “In questo senso – sottolinea il professor Resta – come diceva Stefano Rodotà, la privacy che nasce come prerogativa delle elite diventa, nel nostro mondo, non il diritto di mantenere il segreto sulle informazioni, ma di mantenerne il controllo”.

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Il Sole 24 Ore, con Alley Oop, è partner del progetto Never again, che ha come obiettivo quello di contrastare e combattere la vittimizzazione secondaria delle donne colpite dalla violenza.

NEVER AGAIN  è un progetto co-finanziato dal Programma Diritti, Uguaglianza e Cittadinanza dell’Unione europea (2014-2020), GA n. 101005539. I contenuti di questo articolo sono di esclusiva responsabilità degli Autori e non riflettono il punto di vista della Commissione europea.

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Ultimi commenti (1)
  • ezio |

    Mi permetto di annotare alle considerazioni condivisibili dell’articolo testomonianza, che la distonia tra la realtà cruda dell’nformazione, riflette quella ancora più cruda di una società reale, che non è l’ideale auspicato dalla sensibilità femminile, ma per il momento solo auspicabile ed in lentissima e disomogenea trasformazione.
    La realtà nuda e cruda, è che la società attuale è ancora disseminata di cinghiali e di fate turchine, che spesso s’incontrano in modo drammatico, perché la “bella e la bestia” non è come si racconta nei romanzi rosa e nei film, ma come purtroppo continuiamo a leggere nella cronaca nera.
    Le bestie umane ci sono sempre state e sempre ci saranno e non sarà un cambiamento culturale a cambiare la natura bestiale di alcuni esseri umani, ma forse ad alzare il livello della consapevolezza e delle difese sociali oltre che personali.