Agire sui maltrattanti per combattere la violenza contro le donne

scritto da il 01 Dicembre 2020

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Occorre esplorare un percorso nuovo in Italia per rafforzare la lotta alla violenza sulle donne; un percorso che rientra nel solco della Convenzione di Istanbul; si tratta non di spostare l’attenzione dalle donne ma di rivolgerla anche agli uomini maltrattanti. E’ l’obiettivo emerso nel convegno in Senato sui due Ddl presentati da Donatella Conzatti (Iv) e Alessandra Maiorino (M5S), componenti della commissione Femminicidio, che puntano a introdurre nella ‘rete’ dei centri antiviolenza anche quelli di recupero degli uomini autori di violenza (lo avevamo anticipato qui). Perché, ha ricordato la ministra per le Pari Opportunità, Elena Bonetti, occorre “cambiare il paradigma sociale” alla base della violenza contro le donne.

Una posizione condivisa dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede che ha sottolineato come il “vero passo avanti ci sarà quando le istituzioni riusciranno a trasmettere un messaggio culturale che deve essere assolutamente nuovo”. Bonafede ha sottolineato uno degli aspetti qualificanti delle proposte che è quello di “anticipare la soglia dell’intervento dello Stato ai momenti antecedenti la commissione di reato” con la possibilità di intervenire già nella fase dell’ammonimento da parte del Questore. Conzatti ha sottolineato che si tratta di una “rivoluzione copernicana” nell’approccio al problema che “porta un po’ fuori dalla ‘comfort zone’ sia le donne che gli uomini. Ma se i dati sono questi abbiamo bisogno di approcci nuovi” e Maiorino ha aggiunto che le proposte “danno maggior supporto alla vittima, la difendono dal lato in cui è ancora scoperta” e ha ricordato che “dobbiamo andare a smontare gli stereotipi di genere, tra cui quello per cui l’uomo non ha bisogno di aiuto, svilisce se stesso se lo fa. Mi auguro, con questi Ddl, di andare a chiudere il cerchio che non si chiude se non comprendiamo il maltrattante”.

Al di là di quanto previsto dal Codice rosso, a livello territoriale ci sono già esempi di applicazione di questa strategia che anticipa il ricorso a questa misura ai cosiddetti ‘reati sentinella’, quando scatta l’ammonimento del Questore. La dirigente di Polizia della Questura di Milano, Alessandra Simone, ha parlato del progetto Zeus partito nel 2018 che ha portato ad una riduzione delle recidive dopo il “cartellino giallo” dell’ammonimento e l’avvio ad un “percorso di recupero comportamentale”: su 320 ‘ammoniti’, 252 soggetti autori di stalking o violenza domestica (uno di cyberbullismo) si sono presentati per un corso (quasi il 79%); per questi soggetti si sono registrate “solo 25 ulteriori condotte dopo l’ammonimento”. Simone ha sottolineato l’importanza di un percorso che porti a comprendere il “disvalore” del proprio comportamento, non solo per evitare recidive nei confronti della vittima iniziale dato che c’è il rischio concreto che venga reiterato il comportamento anche nelle nuove relazioni: con “il soggetto maltrattante che cambia vittima, magari con una escalation di violenza”.

Anche a Genova c’è una esperienza sul campo e il Procuratore Franco Cozzi è intervenuto rilevando che l’applicazione dell’articolo 16 della Convenzione di Istanbul serve appunto “a prevenire la recidiva, non ha solo una finalità etica o sociale, quella del recupero o presa di coscienza del maltrattante”. Rappresenta quindi, ha rilevato ancora, “l’altro corno della questione della finalità di protezione e prevenzione nei confronti della vittima”. Il Procuratore di Trento, Sandro Raimondi, ha sottolineato a sua volta l’importanza della “sinergia di tutte le forze che prendono parte a questa attività: la cultura si fa guardando tutto nell’insieme”. E, ha aggiunto, “il discorso culturale va anche oltre, non riguarda solo il volontariato, la magistratura, gli psicologi va anche rivolto soprattutto alle scuole”. Entrambe le senatrici hanno espresso l’auspicio di una rapida approvazione dei disegni di legge nel corso del convegno che ha visto anche la partecipazione di esperti come lo psicoterapeuta Arturo Sica, vicepresidente della associazione Relive, e Andrea Bernetti presidente del centro Cam Roma.

Ultimi commenti (1)
  • ezio |

    Condivido l’impegno istituzionale per la prevenzione di comportamenti aggressivi e violenti con indirizzi e prassi dissuasive nei primi approcci e denunce, ma non bisogna dimenticare che nel capitolo prevenzione non ci sono solamente i comportamenti deviati maschili verso le donne, ma c’è tutto un campo di bullismo generalizzato contro i deboli di tutti i generi, compresi i ragazzi gay.
    Se vogliamo essere efficaci e fare prevenzione a partire giustamente dalle scuole, serve informare e formare giovani maturi e responsabili, compresa la consapevolezza primaria che l’esuberanza fisica e fisiologica non è un vantaggio ne un diritto, per opprimere chi non è dotato di pari forza fisica ne pari arroganza.
    Perché è in adolescenza che si forma e deforma la coscienza del capo branco, capace di prevaricare tutti quelli che si dimostrano più deboli e fragili, indipendentemente dal genere.
    Poi in età adulta tenderà a reiterare gli stessi comportamenti, nel gruppo amicale, nel lavoro ed anche in famiglia, quando incontra una vittima da dominare che se si permette di abbandonarlo, mettendo in discussione la sua superiorità auto acquisita, scatta la paranoia.
    Figuriamoci quando poi la compagna vittima ha la pretesa di sottrargli anche la prole.
    La frequentazione con persone mature e non potenzialmente votate alla subalternità, sempre di qualsiasi genere e situazione sociale, completa la maturazione, il recupero e la formazione di adulti equilibrati.
    Ci sono poi frange di personaggi patologici, mai giunti a maturazione, traumatizzati psicopatici patologici, che vanno trattati clinicamente prima che commettano gravi reati per mancanza di controllo emotivo e psichico.
    Infine il messaggio è di non settorializzare troppo i fenomeni di violenza, perché la genesi è una deformazione della personalità, a partire da caratteristiche genetiche e fisiologiche che si manifestano in età adolescenziale, quando non c’è ancora coscienza ne consapevolezza dei danni e delle conseguenze anche e soprattutto future di radicazioni deformate della personalità, che da esuberante diventa potenzialmente violenta se non riconosciuta ed accettata.