Orfani di femminicidio, arrivano i primi fondi alle famiglie

scritto da il 25 Novembre 2020

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Per la prima volta dall’entrata in vigore della legge 4 a febbraio 2018, lo stato eroga i fondi a favore delle famiglie affidatarie di orfani di femminicidio, quei bambini rimasti soli dopo l’uccisione della madre per mano del padre. Al momento a beneficiare del sostegno economico sono due famiglie – su una stima in Italia di 1700/1900 orfani tra 0 e 18 anni – che riceveranno ogni mese 300 euro a minore, per un importo di 14.200 euro per il periodo gennaio 2019/dicembre 2020. Così prevede il regolamento in vigore dal 16 luglio, che rende operative una serie di norme a favore degli orfani di crimini domestici. Tra le misure contenute nel decreto: borse di studio, frequenza gratuita o semigratuita presso convitti e istituzioni educative, orientamento e avviamento al lavoro, sgravi fiscali per chi assume, contributi per spese mediche e assistenziali.

E’ un primo passo, abbiamo lavorato molto per arrivare a questo risultato, nonostante Covid e lockdown”, ci spiega il commissario Raffele Cannizzaro, che presiede il Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e dei reati intenzionali violenti, al quale spetta la liquidazione dei fondi. Il Comitato ha inoltre erogato complessivi 3,6 milioni di euro nel 2020 per le vittime dei reati intenzionali violenti (legge 122 2016), quattordici volte gli importi corrisposti nel 2019, di cui 1,3 milioni di euro per i femminicidi. Un incremento dovuto soprattutto al decreto che un anno fa ha elevato gli indennizzi: da 7000 a 50 mila euro per l’omicidio, a 60mila euro se l’omicidio è commesso dal coniuge, 25mila euro per violenza sessuale e lesioni, più il rimborso di spese mediche e assistenziali fino a 10 mila euro. “Abbiamo esaurito tutte le richieste di ricalcolo dopo l’aumento degli importi, anche se in generale le domande di accesso ai fondi sono ancora troppo poche rispetto al numero di reati”, dichiara Cannizzaro.

“Devo sottolineare il gran lavoro svolto e la disponibilità all’ascolto e al dialogo”, commenta Patrizia Schiarizza dell’associazione Il Giardino Segreto, da anni al fianco degli orfani di femminicidio. Finora però pochissime persone hanno inoltrato le richieste. Tra queste c’è Renato (nome di fantasia), padre di una donna uccisa dal marito 5 anni fa, davanti ai due figli piccoli. Dopo anni di richieste, carte e passaggi burocratici, un mese fa Renato ha ottenuto dal giudice tutelare l’autorizzazione a ricevere gli indennizzi per i suoi nipoti, che avranno circa 38mila euro. Dalla somma totale di 60mila euro bisogna infatti togliere quanto già percepito da soggetti pubblici o privati, “compresi i 6000 euro avuti tramite una raccolta fondi e i 4 – 6 euro al giorno che ci dà il comune”, ci racconta Renato. “Se io e mia moglie non avessimo avuto le buonuscite, non avremmo potuto aiutare i bambini, che richiedono cure continue”, spiega. “Nel 2017 spendevamo 3600 euro al mese, ora 2000. Sulla casa familiare non possiamo estinguere il mutuo perché stiamo pagando ancora la parte dell’assassino. Al momento non abbiamo avuto l’ok del giudice ad avviare il procedimento di rivalsa, abbiamo fatto 11 procedimenti giudiziali, ora ci sarà il 12esimo. Io e mia moglie non compriamo un paio di scarpe da quando è capitato il fatto, non ce lo possiamo permettere. Però abbiamo ottenuto il risultato più importante: salvare i bambini”, ci racconta.

Lo Stato cosa dovrebbe fare per starvi vicino? “Innanzitutto eliminare la burocrazia. Le persone non sono carte da accatastare, non si può demandare tutto all’iniziativa personale di qualche impiegato”, sottolinea Renato. “Dobbiamo salvare bambini e ragazzi, non si può lasciare tutto il peso sulle spalle di chi, per amore, li alleva. Le vittime collaterali sono quelle che pagano per tutta la vita, è inumano e ingiusto”, continua. “Sono molti gli aspetti che non funzionano, a partire dai tre anni impiegati per togliere all’assassino la figura giuridica di erede. A volte sono tentato di non fare più niente, è una battaglia troppo lunga. Ma lo devo a mia figlia, ai miei nipoti e alle altre famiglie che si trovano nella nostra stessa situazione”, conclude Renato. Poi un pensiero rivolto a tutte le vittime di violenza che “bloccate in casa per la pandemia non riescono più a denunciare: il nostro non è un Paese per donne”.

Ultimi commenti (1)
  • Giovanna |

    Salve o un nipote collocato da me nn mi fanno nessun aiuto a 3 anni dal 2017 fa quando è deceduta mia figlia bruciata viva ora questo anno e deceduto il compagno in carcere e possibile che nn ci danno nulla ora mio nipote va ai superiori a 14anni abbiamo la avvocato ma nn ci dicano nulla