#PostCovid, donne per un nuovo Rinascimento ma non nella stanza dei bottoni

scritto da il 13 Aprile 2020

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Si chiama “Donne per un nuovo Rinascimento” la task force voluta dalla ministra della Famiglia e delle pari opportunità Elena Bonetti: un gruppo di manager, economiste, ricercatrici e imprenditrici chiamate a offrire il loro contributo per “ricostruire l’Italia” dalle macerie della pandemia. Eccole, le 12 italiane scelte da Bonetti: Giorgia Abeltino, responsabile politiche pubbliche Sud Europa di Google, Luisa Bagnoli, imprenditrice di Beyond International, Floriana Cerniglia, economista dell’Università Cattolica, Cristiana Collu, direttrice della Galleria nazionale d’arte moderna, Fabiola Gianotti, direttrice del Cern di Ginevra, Lella Golfo, presidente della Fondazione Bellisario, Enrica Majo, giornalista del Tg1, Paola Mascaro, presidente Valore D, Federica Mezzani, ingegnere e ricercatrice, Paola Profeta della Bocconi, Suor Alessandra Smerilli, economista e consigliera di Stato in Vaticano, Ersilia Vaudo, astrofisica e chief diversity Esa.

Un’iniziativa lodevole, che però ci auguriamo non sia mero pink washing. Perché contrasta con la drammatica assenza di donne nelle cabine di regia che gestiscono un’emergenza contrastata tutta al maschile. L’ultimo gruppo di lavoro, in ordine di tempo, è quello istituito per decreto dal premier Giuseppe Conte, proprio nel giorno in cui Bonetti presentava la sua squadra. Il “Comitato di esperti in materia economica e sociale” incaricato di elaborare le misure per il post-Covid19 è presieduto dal maager Vittorio Colao ed è composto da altri 18 membri, tra cui due di diritto (il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli e il commissario Domenico Arcuri). Le donne sono soltanto quattro:  Elisabetta Camussi, docente di psicologia sociale all’Università di Milano Bicocca, Filomena Maggino, statistica sociale della Sapienza di Roma e già consigliera di Conte per il benessere equo e sostenibile, Mariana Mazzucato, direttrice dell’Institute for Innovation and Public Purpose allo University College of London, anche lei già consigliera economica del premier, e Raffaella Sadun, che insegna Business Administration alla Harvard Business School.

Il Comitato per la ricostruzione dovrà confrontarsi costantemente con l’altro ormai famoso Comitato tecnico-scientifico istituito lo scorso 5 febbraio da Borrelli, che è invece praticamente un organo monogenere. Di diritto – si legge nel decreto istitutivo – ne fanno parte il coordinatore dell’Ufficio promozione e integrazione del Servizio nazionale della protezione civile, con funzioni di coordinatore, tre dirigenti del ministero della Salute (il segretario generale, il direttore generale della prevenzione sanitaria e il direttore dell’Ufficio di coordinamento degli Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera), il direttore scientifico dello Spallanzani, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità e il componente designato dalla Conferenza delle Regioni. Sette membri, tutti uomini: sono Agostino Miozzo, Giuseppe Ruocco, Claudio D’Amario, Mauro Dioniso, Giuseppe Ippolito, Silvio Brusaferro e Alberto Zoli.

Lo stesso decreto dispone che il Comitato è integrato dal direttore dell’Ufficio V della Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della salute e dal Coordinatore del Servizio risorse sanitarie dell’Ufficio I del Dipartimento della protezione civile in qualità di segretario del Comitato. Anche loro, tutti uomini: Francesco Paolo Maraglino e Federico Federighi. Ma attenzione: si prevede che in casi particolari, a discrezione del capo della Protezione Civile, possano essere invitati alle riunioni “qualificati esperti del settore”. Un’occasione per allargare all’esperienza e al contributo delle scienziate? Macché. Si tratta dei medici che abbiamo imparato a conoscere alle conferenze stampa delle 18. Di nuovo tutti uomini, come Franco Locatelli, Alberto Villani, Roberto Bernabei, Ranieri Guerra, Luca Richeldi.

E le donne? Che fine hanno fatto? Non c’è nessuna rappresentante dell’epidemiologia, della medicina o della scienza ritenuta in grado di dare un contributo pesante nelle decisioni cardine di questa epidemia? E dove sono le economiste, le giuriste, le esperte di nuove tecnologie?

Si dirà: almeno loro saranno nella maxi “task force dati per l’emergenza Covid-19” istituita dalla ministra dell’Innovazione, Paola Pisano. Ebbene: su 76 componenti le donne sono 17. Il 22%. Ma, come ha denunciato la Società italiana degli economisti in una lettera invocando di rimediare alla “svista”, sono assenti nel sottogruppo dedicato all’impatto economico del coronavirus (10 uomini su 10 componenti). E sono assenti anche in quello su web data e impatto socioeconomico. Fortuna che ce n’è una su 10 nel gruppo sulle tecnologie per la gestione dell’emergenza e una su 10 in quello sui profili giuridici della gestione dei dati.

Se qualcuno dovesse pensare che “son quisquilie”, basta richiamare alla mente qual è stato e qual è ancora il ruolo cruciale assunto dal Comitato tecnico-scientifico in questa pandemia per ricredersi: raccomandare al Governo le misure di contenimento reputate necessarie in base ai dati raccolti e all’andamento della curva epidemica, quelle misure che stanno impattando sulla vita di 60 milioni di italiani. La task force dati si sta invece occupando delle app e dei sistemi di data tracing, che molto probabilmente ci accompagneranno in futuro per convivere con il virus.Per non parlare del nuovo Comitato per la ripresa voluto da Conte: gli spetterà il compito di delineare protocolli e nuove modalità organizzative per la fase 2, quella in cui dovremo convivere con il virus.

In sintesi: nel “cervello” della gestione dell’emergenza, nelle stanze dei bottoni, le donne non ci sono o sono pochissime. Nel “cuore” invece sì: lo dimostrano le migliaia di dottoresse, di infermiere, di operatrici sanitarie e di ricercatrici in prima linea nelle corsie e nei laboratori di tutta Italia.

Ultimi commenti (5)
  • Katiuscia Terrazzani |

    L’articolo conclama una realtà di fatto imbarazzante. Ai tavoli che dovrebbero contare, noi donne non ci siamo. E a mancare sono qualità come incisività e concretezza, miste a forte senso umano e basato sulle relazioni, proprie del lato femminile. E’ triste vedere come nelle cabine di regia presunte tali non si senta l’esigenza di far parlare voci di donne, soprattutto e se un po’ fuori dal coro. La diversità in questi contesti, derivante anche dalla provenienza da estrazioni ed esperienze professionali differenti, arricchirebbe il dibattito in modo sorprendente, mettendo sul tavolo soluzioni veramente efficaci.

  • Pierina |

    Non dovremmo lasciar fare queste scelte . Ormai dobbiamo prevedere di essere estromesse e muoverci prima . Come possiamo adesso inondare di messaggi Conte?? Vuole suggerimenti?? Mandiamoglieli

  • Gemma Andreini |

    E per tanti anni hanno detto nn facciamo la riserva indiana …non isoliamo le donne in ruoli stereotipati …uguali ruoli per uguali competenze…la coerenza. Questa sconosciuta!!! Gemma Andreini Cpo Abruzzo

  • Laura Cappello |

    In Italia, le donne professioniste e imprenditrici che stanno portando avanti la tecnologia ed in particolare la Blockchain ci sono e sono attive ormai da anni. Forse anche la pubblica informazione se ne occupa poco…..e anche questo alimenta certe “distrazioni e dimenticanze”. Ma se le stanze dei bottoni sono cieche, la tecnologia non lo e’ affatto e sta andando avanti…..e questo annullerà anche ogni discriminazione di genere.

  • Giovanna Scassellati |

    Come al solito non ci sono le donne anche se sono quelle con più titoli e master le donne sempre contano meno e devono stare a casa