Abbiamo un’arma potente contro il virus: la nostra intelligenza (collettiva)

scritto da il 23 Marzo 2020

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Nella formazione si è visto che nulla è più efficace dell’esperienza diretta per apprendere qualcosa. Pensiamo alla proposta di “Dialogo nel buio”, che mette nelle condizioni di sperimentare una forma di cecità per qualche ora, o all’esperienza che hanno fatto alcuni uomini di vivere per giorni con un peso voluminoso legato al ventre per capire (in parte) la fatica fisica della gravidanza. Live in their world, per fare un altro esempio, è una società americana che fa esperire direttamente alle persone varie forme di diversità attraverso l’uso della Realtà Virtuale.

Senza neanche bisogno di tecnologia, eccoci quindi alla nostra grande lezione individuale e sociale: stiamo sperimentando la pandemia. Stiamo sperimentando la perdita di quasi tutto ciò che davamo per scontato fino a un mese fa (sarà un mese tra due giorni). Abbiamo perso la libertà di muoverci, la possibilità individuale di decidere. Abbiamo perso il contatto umano con gli altri. Abbiamo perso la certezza che la tutela della salute ci venga sempre garantita: oggi è una questione oggettiva di indisponibilità a renderla non scontata per moltissimi, moltissimi, moltissimi di noi. Abbiamo perso il diritto più imperdibile di tutti: quello di stare accanto a chi amiamo mentre soffre o quando muore. Di stargli accanto anche dopo.

Persa la libertà, persi molti diritti, persa la possibilità di programmare noi stessi la nostra vita, conserviamo intatta la speranza che tutto questo abbia un termine. “Quando torneremo alla normalità” ci diciamo. Che cosa faremo il primo giorno? Come usciremo nelle strade, come ricominceremo a muoverci, toccarci, progettare? Sarà come svegliarsi da un lungo incubo?

E se invece si trattasse della più grande e difficile opportunità di apprendimento che abbiamo mai avuto come specie umana?

Il biologo evoluzionista Telmo Pievani spiega in un video sulla pagina di notizie dell’Università di Padova come mai è successo proprio questo proprio ora, proprio a noi. Perché in termini evoluzionistici è chiaro. Il virus, un filamento di RNA semi-vivente che ha l’unico scopo di riprodursi, ha visto un’opportunità e l’ha colta. Ma non è stato casuale. L’opportunità che noi, come specie umana, gli abbiamo dato, è stata infatti troppo ghiotta.

1) Siamo 7.5 miliardi di veicoli utili, ammassati per lo più in conglomerati urbani in cui la diffusione per lui è facilissima, e connessi tra di noi come mai prima;

2) abbiamo alterato interi ecosistemi, spingendo i suoi precedenti ospiti (o catturandoli) verso le nostre città, creando corridoi di liquidi biologici tra noi e loro nei nostri mercati, spalancandogli tutte le porte;

3) enormi e persistenti dislivelli sociali hanno fatto il resto. Il virus è democratico e, se anche ha trovato il primo terreno fertile laddove la povertà ha creato condizioni di mancanza di igiene e di strumenti di controllo, dopo non ha avuto bisogno di essere selettivo, dimostrandoci che una comunità umana così diseguale non è sostenibile: siamo tutti collegati nella cattiva sorte e quindi a maggior ragione dovremmo esserlo anche nella buona.

Ma questa forse è stata solo una prova generale. Avrebbe potuto essere qualcosa di diverso: avrebbe potuto essere, in altre forme, una condanna ben più inesorabile, a tempo indeterminato.

Potrebbe esserlo in futuro. Dobbiamo dunque vivere nella paura? Pievani dice una cosa importante nel suo video: dice che noi esseri umani abbiamo un’arma molto potente contro i virus. Una cosa che loro non hanno: l’intelligenza. Un’intelligenza non solo teorica: un’intelligenza che si esprime concretamente ne “la ricerca scientifica, l’igiene, il progresso sociale e la protezione ambientale”. Tutte cose alla nostra portata.

Di nuovo, non solo teorie: aree di investimento chiare e possibili per le nostre risorse economiche, umane e politiche. Che potrebbero salvarci, se questa dolorosissima prova generale ci avrà insegnato qualcosa. La salvezza è alla nostra portata: alla portata della nostra intelligenza collettiva.

Non torneremo mai alla normalità, ma torneremo a vivere in delle condizioni che per alcuni di noi saranno di nuovo accoglienti e per molti altri resteranno disperate.

E noi non dobbiamo tornare alla normalità: dobbiamo invece andare avanti e cambiare quasi tutto delle nostre società, perché altrimenti questa esperienza, la più formativa che il mondo moderno abbia mai avuto l’opportunità di vivere, sarà servita a ferirci molto, senza però insegnarci niente.

Ultimi commenti (3)
  • Giulia Picchi |

    Grazie dell’articolo. Nutrimento per la mente in un periodo in cui molti purtroppo sprecano questo tempo prezioso a fare polemiche. Senza voler chiudere gli occhi su cose che non vanno, credo che si debbano impiegare le energie di tutte queste intelligenze per provare a disegnare un nuovo futuro, allontanandoci da quello distopico che alcuni cercano di presagire. Ci proviamo? come facciamo a trasformare questa “discussione” in “co-creazione”? Volentieri, io partecipo. Giulia

  • Laura Bressi |

    Sono pienamente d’accordo. Bisogna capire quanto riusciremo a tradurre in concreto. Speriamo non siano i soliti buoni propositi. Quando il ricordo si allontanerà, minimizzeremo…

  • sitalo |

    Poi ci sarà il caldo torrido fino ad ottobre