Covid-19, psicosi o schizofrenia da ripartenza. Dov’è finito il pensiero critico?

scritto da il 05 Marzo 2020

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Fermiamoci. No, ripartiamo. Sul coronavirus e sugli effetti delle misure di contenimento si è scatenato un tifo da stadio. La polarizzazione delle posizioni è stata immediata, netta, da subito. Il pensiero, al tempo dei social, pare funzionare solo così: bianco o nero, giusto o sbagliato, vax o no vax… E allora, da subito, da un lato si sono schierati, mascherina in una mano, Amuchina nell’altra, i templari della pandemia. Visioni apocalittiche, supermercati presi d’assalto, città deserte, sono lo scenario che ne è seguito. La psicosi, con tanto di anamnesi e diagnosi di acuti osservatori ed esperti sull’incapacità delle persone di affrontare le proprie paure.

Dall’altra parte del campo, non si è fatta attendere la reazione dei minimalisti: la ragione prima di tutto, dicono, mentre scelgono accuratamente le informazioni da considerare e quelle da escludere per sostenere il loro inoppugnabile ragionamento. In psicologia del ragionamento si chiama Bias cognitivo, un costrutto fondato su percezioni errate o deformate, al di fuori del pensiero critico. Quindi, per i minimalisti, il virus è poco più di un’influenza e come tale va trattata, punto. Il resto è esagerazione.

Queste sono le due polarità di pensiero che governano non solo i commenti sui social ma anche le posizioni dei rappresentati di Governo che in questo momento hanno la responsabilità più grande, quella della salute pubblica e della pace sociale. E, purtroppo, anche di certi medici, che in alcuni casi con troppa decisione e forse troppa fretta si sono schierati su un fronte o sull’altro.

Resta sepolta in interventi rari, sporadici, illuminati, lunghi – e quindi mai letti o ascoltati fino alla fine – quello che dovrebbe essere il maggiore traguardo della società civile, ovvero la capacità di pensiero critico, la complessità. Non siamo disposti ad accettarla, non abbiamo tempo di prenderla in considerazione, semplifichiamo e andiamo avanti. Non cerchiamo la verità, cerchiamo conferme alle nostre sensazioni o ai nostri pregiudizi che traduciamo in verità assolute.

Karl Popper diceva che per avvicinarci alla verità possiamo sì partire da un’intuizione, da un’osservazione, ma poi dobbiamo procedere per falsificazioni. Dobbiamo cercare di invalidare quella nostra argomentazione, pur di rafforzarla, solo così possiamo approssimarci idealmente alla verità oggettiva, pur non potendo mai raggiungerla completamente.

Perché ci risulta così difficile mettere in dubbio le nostre certezze? Sono così rigide da non sopportare il colpo del dubbio? Da uscirne incrinate, rotte, infrante? Dov’è la zona di grigia complessità del pensiero necessaria all’evoluzione, al cambiamento e al progresso?

L’emergenza che stiamo affrontando ha aperto una crepa profonda nel nostro mondo perfettamente organizzato e funzionante. Una crepa che sta mostrando non solo la fragilità della globalizzazione, per come l’abbiamo intesa e vissuta finora. Ma anche la nostra incapacità di lasciare il noto verso l’ignoto, di aprirci mentalmente alla possibilità che qualcosa possa cambiare non secondo la nostra volontà. Che possano esserci eventi inattesi e non programmati che hanno conseguenze non previste e non prevedibili. Non necessariamente catastrofiche, non necessariamente indifferenti.

Ultimi commenti (7)
  • sgubbi giuseppe |

    Che il governo prenda decisioni mi sembra giusto e doveroso, lui è il rtesponsabile, cioè lui è stato dal popolo delegato.Si può essere o non essere d’accordo sulle decisioni prese, quando sarà passata la bufera, potremmo valutare sew giuste o meno giuste. Ma già da ora doibbiamo dare una risposta ad una ben precisa domanda: dai dati riportati fin da ora, al riguardo dei contagiati e dei morti, l’Italia sarebbe lòa seconda nazione mondiale con più “problemi”, PERCHE’? Due le possibili risaposte
    (1)al rigurdo dei contagiati: il Sistema immuniutario degli italiani più debole di quelli di altri paesi.
    (2) al riguardo dei morti: molti morti vengono attribuiti ingiustamente al coronavirus..
    Mio modesto parere al riguardo della prima domanda: Troppi vaccini hai banbini in tenera età.
    Una decina di vaccini contengono decine di “porcherie”, un bambino se sano dopo alla vaccinazione non sarà più sano per tutta la vita. Il vaccino come tutte le medicine è un immunosoppressore. Saluti

  • Ida Santoriello |

    Sono sempre stata una persona curiosa del sapere, vorrei capire e confrontare punti di vista. Ho un attività ho dei figli e per tale motivo ho bisogno di capire come meglio pensare per come meglio agire

  • maria |

    E’ una nazione di mollicci, nullafacenti , opportunisti e vacanzieri. Mi fermo qui! Non c’è nessun’altra malattia mortale, dal mio punto di vista!

  • carl |

    @Romano
    Mah…? “Challenging” (da “challenge”, cioè sfida) come tanti altri anglicismi è entrato nel linguaggio di tanti (chissà ? Magari più in ambito sportivo che in quello sociologico, socio-politico, economico ecc.)
    In ogni caso l’ultima frase del mio commento (..l’interrogativo di fondo è….ecc. ) rende implicitamente il significato/il senso del vocabolo.
    crdlmnte

  • Romano |

    Caro Carl, il tuo discorso potrebbe anche essere interessante, ma se il 95%(io tra questi) non sa cosa significhi “challenging”, il tuo pensiero è incomprensibile.

  • Lara |

    Sono d’accordo e piuttosto che darmi risposte certe preferisco fare domande. Abbiamo copiato le misure di contenimento di un regime (Cina)? Abbiamo dato certi sulla mortalità se tamponato solo chi conosce un cinese o un lombardo? Possiamo davvero dire che l’incidenza sia al 3% se non abbiamo fatto uno screening significativo su tutta la popolazione, asintomatici, malati, guariti, malati gravi e morti? Non sottovaluto affatto il pericolo dato che non si parla d’altro e anche volendo non potrei perché psicologicamente sono accompagnata verso l’ignoto e il terrore ma mi chiedo se prendere misure all’altezza del virus ebola non abbia creato una dissonanza cognitiva che ha reso inefficace le misure stesse, dato che le misure dovrebbero essere proporzionali al rischio e se intorno a te non muore nessuno ma hai la promessa quotidiana di una futura ecatombe, mi chiedo come possiamo pensare di essere davvero creduti. Mi chiedo anche perché non ci si sia concentrati immediatamente sulle strutture per valutarne l’efficacia della risposta piuttosto che responsabilizzare immediatamente i cittadini spaventandoli. Adesso ci dicono che siamo stati bravissimi noi italiani ma dato che tutta l’europa, prima o dopo si ammalera’, come potremo raccontare che siano stati bravissimi se i nostri morti saranno identici ai morti degli altri che non sono stati sottoposti a questo stress. Mi chiedo se il panico, così come lo stress, non rischi di abbassare addirittura le difese immunitarie e non rischi, quindi, di essere addirittura causa del peggioramento di chi non riesce a gestire la paura, i più deboli e soli. Non ho certezze ma una marea di domande che non vedo fare a nessuno.

  • carl |

    Che il mondo pre-covid-19 fosse “perfettamente organizzato e funzionante” è un’opinione assai discutibile… C’era un tran-tran abitudinario (ed anche dell’altro, molto di peggio)… Ma sarebbe un discorso senza fine e non adatto ad un breve commento di blog. Mi limito dunque ad aggiungere costruttivamente che il “fenomeno” di rottura in corso ci ha reso, o può rendere, l’idea anche ai più ottusi del fatto che cambiare certe prassi radicate da decenni e decenni è/sarà assai “challenging” sia per i vertici che per la base della “piramide sociale”.. E l’interrogativo di fondo è se vertici (e le decisioni che saranno prese/non prese o rimandate…) e la base saranno all’altezza della situazione in corso e, sopratutto, di quelle in divenire e cioè delle possibili conseguenze del cambiamento climatico, della geopolitica, dell’economia e del commercio internazionali, del lavoro e via dicendo…