Giornata della memoria, se questa è una donna

scritto da il 27 Gennaio 2020

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Per i nazisti erano semplicemente stücke, pezzi. Nei campi di sterminio non c’era distinzione fra uomini, donne, bambini, anziani. Solo, brutalmente stücke. Per le donne, forse, la vita nei lager era ancora più grama, se distinzioni si possono fare nell’inferno.
Giorni stipate nei vagoni della morte, poi, all’arrivo, subito divise dai propri figli e figlie, dai mariti. Il freddo, la privazione dell’identità. Le parole di Liliana Segre, senatrice a vita e reduce dal campo di Auschwitz, sono una foto di dolore: «Avevo una consapevolezza nuova della mia nudità e del mio cranio rasato. La rasatura era stata crudele, la macchinetta passava duramente sulla povera testa quasi ormai pelata. I miei capelli neri lunghi, ricci, ribelli erano per terra e non avevo potuto tenere per me neanche il nastrino verde che li legava nella mia vita precedente. Non ero mai stata così sola e così infelice».

Solitudine acuita dal freddo, dalla sete, dalla fame, quella che faceva interrompere anche il ciclo mestruale a tutte. Pure questa un’ulteriore perdita di femminilità. Importante per archiviare un giorno dopo l’altro, era la voglia di vita, mettere un piede davanti all’altro. Magari trovando nelle altre donne conforto, una carezza, un po’ di calore.

Tante le donne raccontate dai sopravvissuti, tanti i libri che ci hanno restituito in questi anni le loro voci, i loro volti. Come quello di Janine, compagna di prigionia di Liliana Segre. Racconta la senatrice «con vergogna, di non essersi girata quando la sua compagna di lavoro, reduce da un incidente al telaio che le aveva amputato due falangi, era stata scartata dalla selezione e destinata tra coloro che erano destinati al gas. Ora parlo anche in nome di Janine, la mia compagnia di lavoro, che quel giorno mentre io davanti a lei venivo ancora giudicata abile al lavoro veniva scartata per le due falangi amputate. Quel viso che non sono riuscita a guardare per l’ultimo istante, non voltandomi indietro, ora lo porto a voi per ricordare nel suo nome quanto è accaduto».

Quei volti, sformati dal dolore, sono le Madonne lacrimose del nostro Novecento europeo. Sono un punto di non ritorno. Ne abbiamo riscoperta una, Lidia Rolfi, partigiana e staffetta della Brigata Garibaldi col nome di “maestrina Rossana”. A Mondovì, il 23 gennaio 2020, una mano anonima e codarda ha scritto sulla porta di quella che fu la sua casa “Juden hier” con tanto di stella di David. Lidia non era ebrea, ha lottato per la libertà nelle Valli del Cuneese. Ha rischiato la vita per tutti noi, la arrestarono e rinchiusero a Ravensbruck come prigioniera politica. In quel campo arrivarono 102mila donne, ne uscirono vive solo 10mila. Anche Lidia, che ha raccontato il suo lager nel volume Le donne di Ravensbruck.

Oggi, contro l’odio e la violenza, l’imperativo categorico è uno solo: ricordare perché, citando il Talmud “una persona viene dimenticata solo quando è dimenticato il suo nome”. Ci sono video da far vedere ai nostri ragazzi, ci sono libri da leggere insieme: fra i più recenti apparsi in Italia, “L’anima delle cose”, in cui la sopravvissuta ungherese Éva Fahidi, oggi 95enne, testimonia, rivive e spiega come sia prevalsa la vita in quel deserto umano. Ci sono le pietre d’inciampo (si veda la mappa sul sito del Sole 24 Ore) con migliaia di nomi di donne uccise dai nazisti davanti alle quali sostare e considerare – per dirla alla Primo Levi – se questa è una donna.

Ultimi commenti (3)
  • Mara |

    Buongiorno ho letto con interesse questo articolo e anche quello dell’altro ieri dove ho appreso che nel campo di Auschwitz vi è una libreria e a cui si può accedere x le pubblicazioni.
    Mia nonna paterna, Bonora Maria Agata maritata Vidoni era una partigiana attivista, ci sono state varie azioni a cui ha partecipato, ma quella x cui è stata deportata e non siamo riusciti a trovare traccia è per aver guidato le donne a fronte di un divieto delle allora autorità a far girare un funerale di un giovane partigiano massacrato dai fascisti x il centro della città di Tolmezzo. A seguito di quanto detto subito dopo è stata presa e non si sapeva nulla. È ritornata dopo la fine della guerra molto provata nella salute e mentre lei era via mio nonno, ovvero suo marito è stato ucciso con l’accusa di aver nascosto armi… Mentre lui invece a differenza della moglie faceva il contadino e non si era mai impicciato di politica.
    Non so come risalire, se sarà possibile sapere in quale campo di lavoro è stata internati. Mi può aiutare?.
    Le è stata dedicata una via della città. Grazie

  • Monica D'Ascenzo |

    Gentile Mauro,

    la ringrazio per il commento che ci ha inviato. Lungi da me distinguere il dolore degli uomini da quello delle donne. Dolore è dolore sempre, è la sofferenza di ogni essere umano. Ne sono così convinta che, nelle prime righe, scrivo “se si può distinguere il dolore”, e la risposta sottintesa mi sembra “no, non si può distinguere il dolore”. Ma se lei ha sentito la necessità di scrivermi significa che non sono stata abbastanza chiara. E di questo mi spiace: lungi da me ledere alcuna figura delle milioni che hanno subito la fine tragica dei campi di sterminio.
    Il blog Alley Oop ha un occhi particolare per il mondo femminile e ho voluto ricordare alcuni episodi al femminile, come quello di Janine, che la senatrice Liliana Segre cita spesso. O quello recente che ha coinvolto la partigiana Lidia Rolfi.

    Continui a seguirci. Cordiali saluti,
    Maria Luisa Colledani

  • Mauro |

    “Per i nazisti erano semplicemente stücke, pezzi. Nei campi di sterminio non c’era distinzione fra uomini, donne, bambini, anziani. Solo, brutalmente stücke.”
    A parte che i nazisti erano maniacali nel distinguere e separare per categorie i deportati, altro che “non c’era distinzione fra uomini, donne, bambini, anziani”, ma a parte questo…vorrei capire… il senso di questo articolo, quale sarebbe? Dire che

    “Per le donne, forse, la vita nei lager era ancora più grama, se distinzioni si possono fare nell’inferno.”?

    Appunto, “se distinzioni si possono fare nell’inferno”. Che senso ha fare questa distinzione?
    Perchè, vede, tutto il suo articolo si basa e gira su questa distinzione che non è certo al centro delle testimonianze della Segre, di Levi o dei detti del Talmud che lei cita. E’ lei che vuole porre questa distinzione. Perchè?

    “Giorni stipate nei vagoni della morte, poi, all’arrivo, subito divise dai propri figli e figlie, dai mariti. Il freddo, la privazione dell’identità. ”

    eh si certo, vuoi mettere? Se sei uomo, subire queste violenze devono essere tutta un’altra storia…

    “Solitudine acuita dal freddo, dalla sete, dalla fame, quella che faceva interrompere anche il ciclo mestruale a tutte. Pure questa un’ulteriore perdita di femminilità. Importante per archiviare un giorno dopo l’altro, era la voglia di vita, mettere un piede davanti all’altro. Magari trovando nelle altre donne conforto, una carezza, un po’ di calore.”
    Ah ecco… le mestruazioni. Adesso torna tutto: si può fare una distinzione diggenere nell’inferno, col soffrometro alla mano.
    “Ci sono le pietre d’inciampo (si veda la mappa sul sito del Sole 24 Ore) con migliaia di nomi di donne uccise dai nazisti davanti alle quali sostare e considerare – per dirla alla Primo Levi – se questa è una donna.”
    Sul serio, da quando le donne sarebbero una specie di etnia da distinguere dagli uomini anche nel Giorno della Memoria?
    Da quando le donne deportate e assassinate nei campi nazisti con tutta la famiglia vanno ricordata a parte, rispetto agli uomini della loro stessa famiglia, dai quali sono stati separate proprio in quell’inferno? E in virtù di che cosa?