Rugby, la mia sfida quando scendo in campo ad arbitrare

scritto da il 13 Febbraio 2019

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Quella dell’arbitro è una figura di cui si conosce soltanto il ruolo, ma di cui molto spesso si giudica l’operato. Quasi mai infatti si conosce la persona. L’arbitro è considerato come la “bestia nera”, una figura oscura che non si chiama mai per nome, che entra in campo con una divisa diversa da tutti gli altri perché non gioca né per una squadra né per l’altra: è “super-partes”.

E’ così che, pronto alle critiche del pubblico, ed armato di fischietto e cartellini, la domenica scende in campo per decidere le sorti di una partita. Questo è il contesto sportivo-culturale in cui io a soli 16 anni ho deciso di inserirmi e di mettermi in discussione, entrando in un mondo per lo più maschile e talvolta maschilista , in cui andavano rotti gli schemi.

20190209_170457“Ma non ci sono molte donne, non sarà facile, sei così giovane ma perché vuoi fare proprio l’arbitro?”. Queste frasi continuavano ad essermi riproposte come un disco ininterrotto, mentre io imperterrita continuavo ad inseguire il mio sogno: diventare arbitro e dimostrare che anche una donna può farlo. In un fangoso sabato del 2009, finalmente arriva la prima designazione in Under 14 e da allora non ho mai smesso di correre con il fischietto in mano e gli scarpini rosa ai piedi; nel 2013 la prima designazione internazionale, nel 2014 prima Coppa del Mondo femminile, nel 2016 le Olimpiadi di Rio come unica rappresentante italiana. E in tutte queste occasioni ho imparato che anche gli arbitri provano emozioni, hanno paura, conoscono il sacrificio, sentono le famose farfalle nello stomaco come per il primo amore, provano gioia e lasciano che l’adrenalina scorra nelle proprie vene quando è ora di entrare in campo con le squadre. Ho imparato che per essere rispettati bisogna mostrare rispetto al prossimo, perché un buon arbitro è autorevole ma mai autoritario. Questo perché anche per fare l’arbitro ci vuole tanta passione e che se non sei in grado di trasmetterla in campo allora hai fallito.

Il rugby e l’arbitraggio sono stati per me una grandissima scuola di vita, motivo per cui sarò per sempre grata alla mia famiglia di avermi supportato anche quando amici, colleghi e parenti dicevano che era una follia. La socrsa settimana, a distanza di dieci anni dal mio esordio, sono scesa in campo a Glasgow per arbitrare il 6 Nazioni (Scozia vs Irlanda) come il trentunesimo giocatore. Sono stata lì per favorire il rispetto gioco nel rispetto delle regole, ma anche per prendere decisioni a tutela dell’incolumità dei giocatori di entrambe le squadre e per ripagare il lavoro fatto da tutti durante la settimana nella preparazione della gara.

Così, ogni volta entro in campo con le mie farfalle nello stomaco, nella speranza che tra il pubblico ci sia una piccola “Bea Sognatrice” che trovi il coraggio di aprire il suo cassetto e realizzare il suo sogno. Il vincitore è colui che non ha mai smesso di sognare, cosa aspetti? Apri il tuo cassetto, sogna e mettiti in gioco. C’è solo da divertirsi!

In fondo se ci pensate, senza l’arbitro non si gioca nessuna partita, non si disputa un incontro, non si inizia alcuna gara.

Buon rugby e buona vita a tutti!


Maria Beatrice Benvenuti è una delle atlete del progetto di Alley Oop “Donne di Sport”. L’intervista sulla sua carriera è contenuta nell’ebook scaricabile gratuitamente cliccando sulla foto qui di seguito.

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Ultimi commenti (2)
  • Davide |

    Trovo ammirevole che questa ragazza abbia perseguito con così tanta dedizione il suo sogno, sebbene non fosse per nulla facile da coronare.

  • pier luigi bertolli |

    vediamo se riesci a convincere le autorità arbitrali del gioco del Calcio a vedere come si arbitra nel Rugby e come si dovrebbe fare anche nel Calcio: sarebbe un passo avanti gigantesco! Vediamo se una donna ci arriva, io lo auspico, lo credo e lo spero.