Un governo che aiuterà le mamme (a restare fuori dal 21° secolo)

scritto da il 18 Maggio 2018

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Non so se avremo un governo, ma di sicuro in Italia non mancano i contratti. Ed ecco come l’ultimo contratto, prodotto dall’alleanza Cinque Stelle Lega, tratta il tema “conciliazione vita-lavoro” in Italia.

“Occorre introdurre politiche efficaci per la famiglia, per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro, anche attraverso servizi e sostegni reddituali adeguati. Inoltre, è necessario prevedere: l’innalzamento dell’indennità di maternità, un premio economico a maternità conclusa, per le donne che rientrano al lavoro e sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli”.

Poche righe, ma sintomatiche di un modello mentale e di governo ben preciso.
1) Le politiche per la famiglia riguardano solo ed esclusivamente le donne: è a loro infatti che devono consentire “di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro” ed è solo la loro indennità che deve essere “innalzata” (chissà come , visto che in Italia abbiamo uno dei congedi di maternità più ricchi d’Europa, che secondo molti studi arriva a disincentivare la partecipazione paterna); chi se ne importa se nel resto del mondo si parla ormai di condivisione dei carichi di cura, congedo parentale e di paternità: l’Italia è e resta il “paese delle mamme”.

2) Torna il vecchio concetto, tanto caro a Mussolini, di “premiare le maternità” una volta concluse (qualunque cosa questo significhi), ma solo “per le donne che rientrano al lavoro”: così le decine di migliaia che il lavoro lo hanno perso proprio a causa della maternità perdono anche “il premio” – per non parlare del riconoscimento che questo Paese non riesce a dare alle donne che hanno figli e cercano lavoro, e non hanno diritto nemmeno a un posto negli asili nido, quindi affari loro riuscire a cercarlo, quel lavoro, senza il tempo né la possibilità di creare contatti, andare ai colloqui e formarsi.

3) Ma no, direte voi, hanno anche messo un incentivo per le aziende a “tenersi le mamme”: sono infatti previsti “sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli”… le aziende vengono quindi premiate come virtuose se non licenziano le madri, come se si accettasse implicitamente che questo invece avvenga, e vengono premiate perché “mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli”: le parole sono importanti, e mantenere vuol dire letteralmente provvedere al sostentamento di donne che, evidentemente, non possono più farlo da sé.

Grazie, buon governo, che ti prendi cura delle mamme meritevoli, e ti interessi acciocché possano continuare a tenere sulle proprie spalle l’intero carico della “conciliazione”. Grazie per il premio alla fertilità, che limita e delimita in stretti recinti l’immaginazione su ciò che essere donna significa, sul senso di avere una famiglia per uomini e donne. E infine, grazie per voler incentivare le aziende a “caricarsi” parte del peso che comporta avere una mamma in ufficio, per il bene nostro e di tutta la nazione.

E’ di qualche giorno fa l’ultimo Rapporto OCSE sulla parità di genere. I Paesi nord europei hanno aumentato il proprio PIL di percentuali fra il 10 e il 20% in 50 anni grazie all’aumento dell’occupazione femminile. Un aumento di reddito pro capite che va dai 1.550 euro della Finlandia ai 9.000 euro della Norvegia. Ma immagino che questo, all’Italia, non serva.

Ultimi commenti (8)
  • Michela |

    Vorrei chiedere alla sig.ra Zezza dove si sia informata per affermare che “in Italia abbiamo uno dei congedi di maternità più ricchi d’Europa, che secondo molti studi arriva a disincentivare la partecipazione paterna” perché forse non sa che la maternità viene pagata all’80%dello stipendio per 5 mesi e poi se si sceglie la facoltativa per non lasciare il bambino a 3 mesi passa al 30%. Una miseria insomma! Premetto che la facoltativa può essere presa da entrambi i genitori quindi anche il resto della frase non ha alcun senso… a tutte le altre assurdità che ha scritto hanno già risposto accuratamente le altre donne…

  • Sandro M |

    Non si dà per scontato nel senso che è si crede che è qualcosa di buono: si riconosce che è esattamente ciò che accade, nella realtà. Ma se volete mettere la testa sotto la sabbia e credere che facendo finta di vivere in un mondo ideale sia più facile cambiarlo questo mondo, accomodatevi.

  • Sara |

    Non ne capisco la polemica….! Da mamma in maternità condivido a pieno quello che vogliono aumentare…per l’unesco bisognerebbe allattare fino ad un anno ma la maternità finisce al quarto mese, la facoltativa (lo dice la parola) ti danno una miseria fino a nn prendere nulla per due mesi ma arrivi fino a 9 mesi! Poi devi rientrare! Il padre che prende il congedo???? Giusto se la madre ha un lavoro in proprio e anche lì, non ne conosco traccia! Gli uomini vogliono andare al lavoro…(e nn è sessismo) non hanno la pazienza e soprattutto la necessità che serve a calmare il bimbo (eccetto l’artificiale)! Incentivare le imprese? Eh, magari la finiranno di vedere la dipendente in dolce attesa come la peggio disgrazia che potesse capitargli! Purtroppo ancora c’è gente retrograda, ma non certo perchè vede la donna a casa con i figli e il babbo al lavoro, ma perchè vede la maternità della dipendente come una disgrazia…!

  • Candida |

    Sono completamente d’accordo su tutto e soprattutto sulla gravità del dare per scontato che un’azienda mandi via una mamma che partorisce un bene sociale qual è un figlio….

  • Riccarda |

    Caro Stefano, sono così d’accordo con lei che ci scrissi un post… http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/07/28/caro-renzi-ti-prego-cambia-il-nome-a-questo-benedetto-dipartimento/

  • Maria |

    Sinceramente, non capisco il tono aggressivo questo articolo. Noi donne abbiamo per natura il compito di curare i figli (sì, per natura, perché siamo noi che partoriamo e allattiamo. ) A questo delicato impegno si aggiunge la cura dei genitori anziani e degli eventuali fratelli disabili, che spesso ricade esclusivamente sulle donne. Concordo sul fatto che è importante coinvolgere i mariti/padri/fratelli maschi e dividere con loro le gioie e gli oneri della famiglia; tuttavia, penso che penalizzare le madri e “costringerle” a tornare al lavoro il prima possibile (come sembra suggerire l’articolo) non risolverebbe il problema. Anzi, aumenterebbe il loro carico di stress e preoccupazioni. L’esigenza femminile di conciliare lavoro e famiglia non è un pregiudizio, ma un problema reale. Ben venga, dunque, se il nuovo governo aiuterà le donne a trovare un equilibrio sereno, a dedicare più tempo ai figli senza rinunciare per forza alla carriera.

  • Stefano Schiavon |

    Gentile Riccarda,
    Trovo curioso il fatto che ci si meravigli dell’attenzione indicata alle mamme e non ai padri. Concordo con lei sul fatto che la componente maschile sia stata di fatto e da lungo tempo esclusa da tutti gli interventi riguardanti la maternità. Questa stessa impostazione ha portato il PD a definire il Dipartimento mamme, senza alcun riferimento alla famiglia. Temo che questa linea di pensiero derivi dall’idea che le scelte riproduttive appartengono alla donna, mentre l’uomo è chiamato in ballo secondariamente, magari solo per dare il proprio supporto economico. Penso che questo sia il risultato di aver creato, anche culturalmente, una categoria assolutamente protetta e l’altra lasciata al suo destino se non denigrata. Ora ci accorgiamo delle conseguenze.

  • Alessandra |

    I paesi del nord, hanno investito decenni in programmi di incentivi economici e di cambiamento culturale. Certamente i finanziamenti a sostegno delle sole donne non bastano per la parità etica delle persone ( dal mio punto di vista, “parità di genere” andrebbe superato, in virtù dei genitori arcobaleno). Tuttavia non possiamo negare che ancora madre+carriera=stress, frustrazione, confusione mentale, oltretutto nell’immaginario collettivo, madre in carriera=pessima madre. Per smontare questi tabù è necessario un programma sociale di coinvolgimento dei padri nella cura dei figli, che educhi i genitori a educare