Perché abbiamo bisogno di un vero congedo di paternità

scritto da il 28 Giugno 2017

father-tie“Quel tempo che non passi oggi con i tuoi figli, è lo stesso che desidererai un giorno se ci dovessimo separare”. Lo scriveva pochi giorni fa una persona cara, facendo riferimento al marito, e colpiva al centro del rapporto che divide le madri dai padri. Perché sarebbe il caso di ammetterlo, la distinzione fra “tempo di qualità e tempo di quantità”, cavallo di battaglia di molti padri, è una giustificazione delle assenze. Gli uomini sono ancora fortemente votati a un ruolo suppletivo e ludico, sono i breadwinner e si curano dei figli prevalentemente lavorando. D’altra parte è così che si ritiene debba funzionare.

Le madri invece apprendono la cura e la fanno propria nei primi mesi di vita dei figli. Sono a casa con il loro mentre tutto il resto del mondo fuori scorre, poi tornano al lavoro da madri, per qualche tempo a orario contenuto per “l’allattamento”. Dopo questo continuano a essere madri, graniticamente, in famiglia e sul lavoro. Sono loro che avranno sviluppato sensibilità che le costringeranno a stare a casa per le febbri e le enteriti; sono loro che rinunceranno a ore di lavoro per le feste a scuola; sono loro che saranno, stimate o meno stimate, “madri lavoratrici”.

father-beerPoi ci sono i padri, quelli del calcetto il lunedì sera o quelli separati che invocano, temendolo forse, maggior tempo con i figli. Si’ perché la cura spiccia dei figli è raccontata come un qualcosa di alieno all’universo maschile e quando avviene si grida al miracolo. Su questi fatti straordinari – un pannolino cambiato, qualche pappa preparata e servita – viene costruita una falsa mitologia del padre eroe, del padre che fa e che vorrebbe fare, del padre separato al quale sono stati sottratti i figli e che “è ora di cambiare la legge”.

Quale legge? Quella dell’affido condiviso che – realisticamente e purtroppo – colloca in prevalenza i figli a casa con uno dei genitori, la madre. Perché la maternal preference dei tribunali italiani non è un’aberrazione, ma la lettura della società. I padri troppo spesso rivendicano tempo e cura solo quando perdono la quotidianità con i figli, ha ragione la mia amica. 

Affari dei padri? No, affari di tutti. Delle donne che per fare le madri rinunciano spesso ad aspetti consistenti della loro vita, che sia la carriera, il bowling o i rave party. Dei figli che crescono delle madri e che nei padri vedono soprattutto l’autorità trombona o la complicità svagata e ridanciana. Della società tutta e del sistema economico che patiscono l’assenza delle donne eppure le ripudiano perché madri e quindi indaffarate a fare altro.

C’è bisogno di una norma che acceleri il cambiamento culturale, si chiama congedo di paternità, deve essere obbligatorio e misurato in mesi. Però servono anche donne che vogliano cedere una parte della loro maternità  – congedo e ruolo – per se stesse e per un futuro meno scontato e balordo.

Ultimi commenti (5)
  • Simona |

    Il congedo di paternità, di cui sono una grande sostenitrice (ho spinto il mio compagno a usufruire dell'”allattamento” al posto mio), non dovrebbe andare a discapito della maternità. I figli hanno bisogno di più tempo con i genitori nei primi anni di vita, non dello stesso tempo di ora ma diviso per due..

  • Federico Vercellino |

    Sono convinto che il “vero interesse del minore” consista in figure paterne all’altezza del ruolo, non paghe e appagate dei 90 minuti assieme.

  • vittorio vezzetti |

    Le argomentazioni sociologiche proposte nel pezzo sono fuorvianti e distolgono dal vero interesse del minore. Infatti, ammesso e assolutamente non concesso che i figli italiani vedano in media il padre 90 minuti al giorno, bisogna osservare che ciò non è una situazione di rischio di perdita genitoriale perché i 90 minuti si ripetono tutti i giorni. Dopo la separazione, invece, ci si trova in una situazione di alto rischio di parental loss e quindi la frequentazione va ri-calibrata sul nuovo status quo. In sostanza: se con famiglia unita un 20% di presenza paterna non è l’optimum ma è comunque accettabile, dopo la separazione il 20% del tempo col padre è poco: infatti nel giro di qualche anno per un terzo almeno dei minori diventa zero. Per molti altri diventa il 5 o l’8%. Condizione che rappresenta un fattore di rischio per molteplici malattie organiche fino a qualche anno fa insospettabili (se ne è parlato al Ministero della Salute il 19 maggio in un convegno sponsorizzato tra l’altro dal Sole 24 ore e condotto da Giorgio Vaccaro. Qui la mano destra non sa quello che fa la sinistra…). Quindi la lettura della società fatta dai magistrati è la stessa che prenderebbe atto e accetterebbe che la gente non ama il casco in moto, che detesta i divieti di fumo nei locali pubblici, che è infastidita dalle cinture di sicurezza. Ora ci spieghiamo perché siamo ai primi posti in Europa per perdita genitoriale post separativa. In realtà gli studi ci dicono che dove si è praticata una politica di affido materialmente condiviso i minori stanno fisicamente meglio anche se magari i carichi familiari pre separativi dei genitori erano asimmetrici. Ma questi ultimi non hanno niente a che vedere con la salute dei nostri figli.

  • Federico Vercellino |

    Ha ragione, la nostra società è cambiata, ma non ancora così profondamente se il divario retributivo tra donne e uomini in Europa si attesta in media al 16% ed è più alto per le donne che hanno figli. Non credo che le donne siano eroine che scelgono di immolarsi. Ritengo invece che l’attuale normativa e il costume prevalente crei una pressione sociale sulla maternità che non ha paragoni con la paternità.

  • Amedeo Paolucci |

    Il cambiamento culturale si chiama “uguaglianza genitoriale”, necessario corollario dell’uguaglianza di genere. L’unica vera mitologia che questo articolo contribuisce ad alimentare è quella della donna-eroina che rinuncia in nome della famiglia… dove? Quando? La nostra società è profondamente cambiata!!!