
Comunemente la chiamiamo “fatica da rientro” o “difficoltà a carburare”. In inglese si definisce “post-holiday adjustment”. Letteralmente: aggiustamento post-vacanza. Quello che la maggior parte delle persone prova a settembre.
Eppure la letteratura ci dice che le ferie hanno un impatto significativo sul benessere e che questo non svanisce così rapidamente – contrariamente a come ci sembra – al rientro. Com’è possibile che l’esperienza soggettiva sia così diversa dai dati di ricerca? Facciamo un passo indietro.
Le ferie funzionano?
Sebbene in passato alcune ricerche abbiano rivelato che i benefici delle vacanze sul benessere fossero modesti e svanissero rapidamente, il quadro è oggi cambiato. In virtù del crescente numero di studi sull’argomento e di conseguenti meta-analisi più complete, ora sappiamo che le ferie hanno un impatto positivo sull’equilibrio psicofisico e che questo non svanisce così rapidamente come si pensava in precedenza.
In particolare, le evidenze più recenti mostrano che i livelli di benessere al rientro risultano superiori a quelli rilevati prima di assentarsi dal lavoro. Addirittura, che lo restano per una media di 21 giorni. In altre parole: è vero che una volta tornati il beneficio dello stacco estivo si riduce, ma lo fa molto progressivamente. Più di quanto si pensasse in passato, quando le stime si attestavano a circa una settimana.
A fare la differenza sull’ampiezza e sulla durata di questo beneficio sembrano essere due elementi principali: il distacco psicologico dal lavoro che le persone riescono a sperimentare durante le ferie, e l’attività fisica che svolgono in quel periodo. Se nei primissimi giorni di rientro ci si sente già affaticati, la ragione potrebbe quindi risiedere in questi aspetti. Anche se il quadro sembra essere un po’ più complesso di così.
Il problema è a monte e riguarda il lavoro
Sebbene le ferie permettano di ricaricarsi e migliorino l’umore, il ritorno al lavoro non è sempre semplice. Le ricerche ci dicono che lo è ancora meno per le persone che vivono un minore engagement lavorativo.
Considerando che secondo le note stime Gallup solo l’11% dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia risulta coinvolto e motivato, non sorprende se l’esperienza comune è proprio quella di un rientro faticoso.
Il coinvolgimento non è però l’unico elemento a fare la differenza. Uno studio condotto in Cina rivela che più le persone sono tese e irritate nei confronti della loro sfera lavorativa prima di andare in vacanza, meno avranno lucidità cognitiva ed energia fisica ed emotiva al ritorno.
Si può quindi affermare che le ferie, da sole, non necessariamente “azzerino” la fatica accumulata prima della pausa. Le persone che ci arrivano già molto logorate, possono tornare al lavoro con un bisogno di recupero ancora elevato. Che a sua volta si traduce in minore energia nelle prime settimane, successive al rientro. Se pensiamo che il 51% di chi lavora in Italia si dichiara quotidianamente sotto pressione – sempre secondo Gallup – nemmeno questa evidenza sorprende.
Cosa fare, dunque?
Riprendendo le evidenze degli studi citati, emergono alcuni fattori protettivi che, nonostante tutto, possono contribuire a rendere il ritorno in ufficio meno faticoso. Come già anticipato, l’attività fisica e il distacco mentale dal proprio lavoro contribuiscono in tal senso. Tuttavia, rimangono strategie meramente individuali.
Alcuni studi pongono invece l’evidenza su un aspetto più sistemico, ossia il supporto organizzativo percepito al rientro. Quando le persone sentono che nel proprio luogo di lavoro ci si interessa al loro benessere e si offrono risorse per riprendere il lavoro in maniera sostenibile e graduale, la fatica viene mitigata. Ecco allora che al di là di individuare strategie personali, diventa importante lavorare su un aspetto della cultura lavorativa che spesso ancora manca. Ossia quello che permette di riconoscere e rispettare i fisiologici tempi umani.
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