
Non importa il perché, conta il come. Qualunque sia il motivo che ti ha portato lì, Spin Time Labs ha scelto negli anni un modo preciso di agire: accogliere. Lo storico immobile occupato della Capitale, nei suoi dieci piani e 21.000 mq, dal 2013 è diventato casa per circa 400 persone provenienti da 27 nazionalità diverse. «Un nuovo mondo è già possibile e necessario», si legge nell’insegna che capeggia ai cancelli: nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2026, un principio d’incendio in un locale tecnico ha causato l’evacuazione di Spin Time Labs. Da allora, centinaia di famiglie vivono per strada: il rischio è che un’evacuazione temporanea si trasformi in uno sgombero permanente.
Aspettando di rientrare nei suoi spazi, quel “mondo possibile e necessario” si è spostato fuori dall’edificio: la comunità di Spin Time continua a organizzarsi nello spazio antistante il palazzo, nel cuore del quartiere Esquilino di Roma. Eppure, l’immagine delle centinaia di persone lasciate fuori dalla loro casa con le elevatissime temperature degli ultimi giorni, interroga il Paese non solo sul comune senso di umanità. Ma riporta al centro il confronto tra due diritti tutelati dall’ordinamento: quello alla proprietà privata e quello all’abitare, soprattutto quando coinvolge persone in condizioni di fragilità. Mentre il dibattito politico si è polarizzato sui temi di legalità e sicurezza, un’ondata di solidarietà ha abbracciato Spin Time: le persone che abitano e attraversano Roma lo sostengono e, mentre accolgono, si ritrovano accolte. Una risposta che è anche la postura con cui, negli anni, lo spazio occupato è stato un moltiplicatore di tanti altri spazi.
Nei locali di Spin Time, ricavati dagli uffici dell’ex sede Inpdap, il piano terra ospita un coworking e una grande sala che gli abitanti mettono a disposizione per iniziative di diverso tipo: ogni sabato, per esempio, vi si tiene un doposcuola frequentato sia dai bambini che vivono nel palazzo sia da quelli delle scuole del quartiere. Negli anni, negli spazi dell’edificio sono nati anche un’osteria, un auditorium per dibattiti, spettacoli e riunioni, uno studio di registrazione, una falegnameria e una camera oscura. Anche il parcheggio dello stabile è stato trasformato: oggi ospita la redazione del giornale Scomodo – interamente gestita da under 35 – che di giorno funziona come aula studio e spazio ricreativo aperto a chiunque, mentre la sera accoglie eventi musicali, spettacoli e dibattiti.
Oggi le stesse attività che per anni si sono svolte tra le mura di Spin Time si ripetono all’esterno: balli di gruppo guidati dalla comunità boliviana, laboratori artistici di disegno, partite di calcetto, cene collettive. Nei giorni scorsi è stata inaugurata dalla comica Sabina Guzzanti l’arena cinema, un maxischermo dove vengono proiettati film e cartoni animati.
«Siamo i difensori della legalità costituzionale»
«Siamo i difensori della legalità costituzionale in base all’articolo 42, comma 2, che dice che ogni bene pubblico abbandonato, se utilizzato a fini comuni, va in qualche modo tutelato», spiega ad Alley Oop Paolo Perrini, presidente Asp Spin Time. «L’umanità a fronte del profitto»: è quello che, secondo Perrini, la stessa città di Roma sta dimostrando. In pochi giorni è stata anche organizzata una raccolta fondi, che ha superato i 100mila euro, per aiutare le centinaia di persone, bambini inclusi, che stanno dormendo per strada in questi giorni.
Attraverso la pagina Instagram di Spin Time, gli organizzatori aggiornano quotidianamente l’elenco dei beni di prima necessità di cui c’è bisogno. «Vorremmo rientrare in sicurezza e, questo palazzo, è molto più sicuro da quando ci siamo entrati di come l’avevamo trovato», sottolinea Perrini, ricordando gli inizi dell’occupazione: «Era tutto murato e non c’era un servizio igienico: la dimostrazione che, in questi anni, abbiamo resto Spin Time un posto vivibile perché noi crediamo alla possibilità di costruire una comunità aperta, accogliente e solidale. Uno spazio in cui, prima che gli interessi privati, viene tutelato il bene comune».
Lo scontro politico
Sul futuro di Spin Time si gioca da anni una partita politica più ampia. Il palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme era già nell’elenco degli sgomberi predisposto da Matteo Piantedosi quando era prefetto di Roma, mantenuto una volta diventato ministro dell’Interno: una linea che negli ultimi mesi ha portato le istituzioni a intervenire anche su altri spazi sociali autogestiti, il Leoncavallo di Milano e l’Askatasuna di Torino. Il 21 febbraio 2026 il Tribunale di Roma ha condannato il Viminale a risarcire la proprietà, il fondo Investire SGR, con oltre 21 milioni di euro più una penale mensile per il mancato sgombero.
Sul fronte opposto, il centrosinistra e il Comune di Roma hanno più volte provato ad aprire una trattativa per l’acquisto dell’immobile, senza successo: Investire SGR non ha mai messo in vendita lo stabile e, in passato, aveva valutato di trasformarlo in un albergo in vista del Giubileo, ipotesi poi tramontata. Dopo l’evacuazione, Roma Capitale ha nuovamente formalizzato la proposta alla proprietà dello stabile: è stata rifiutata. Il sindaco Roberto Gualtieri, dopo un incontro in prefettura, ha parlato di «un no irrevocabile». Una soluzione dai tavoli istituzionali, per le centinaia di famiglia ancora in strada, sembra ancora lontana.
Nei giorni scorsi, il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, di centrodestra, ha rinnovato la sua posizione: inserire gli abitanti nelle graduatorie per le case popolari. «Le case non si occupano, c’è una graduatoria. Quindi ben venga l’acquisto di un immobile, male se invece, una volta ristrutturato e messo a norma, dovesse essere dato non a chi è in graduatoria», ha detto Rocca, per poi precisare: «Diversa è l’assistenza alloggiativa che il Comune deve garantire nelle emergenze. Sicuramente il fatto che vi siano dei bambini o delle famiglie che oggi non hanno ancora assistenza alloggiativa è un fatto grave, ma se c’è un problema di staticità su un edificio e vengono evacuate le famiglie, è il comune che deve garantire una sistemazione. Resta il fatto che il tema dell’abitare è un tema molto sentito e però proprio per questo bisogna essere rispettosi delle regole e dalla parte di chi sta attendendo in graduatoria il suo posto secondo la legge».
Equilibrio tra diritti
Dietro lo scontro politico resta un nodo giuridico che la vicenda rende visibile ma non risolve. Se da un lato la proprietà privata è un diritto riconosciuto dalla Costituzione italiana (art. 42) e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (art. 1 del Protocollo n. 1), dall’altro la giurisprudenza italiana ha affrontato il tema del rapporto tra occupazione abitativa e stato di necessità. In alcune pronunce, la Cassazione ha riconosciuto che un’occupazione può non essere punibile quando ricorrono condizioni eccezionali e quando è in gioco la tutela di un diritto fondamentale della persona, come quello all’abitazione che – come ha riconosciuto dalla Corte costituzionale –rientra tra i diritti inviolabili richiamati dall’articolo 2 della Costituzione. Negli anni successivi, però, la giurisprudenza ha progressivamente delimitato l’applicazione di questo principio: lo stato di necessità può essere riconosciuto solo in presenza di un pericolo attuale e transitorio, mentre non può essere invocato per risolvere in via definitiva un’esigenza abitativa stabile.
È una distinzione che, per chi vive dentro Spin Time da tredici anni, non è un tecnicismo. Le definizioni giuridiche non esauriscono la complessità umana della vicenda. E, nominare, serve a far esistere: per questo motivo, dicono gli abitanti di Spin Time, è essenziale riconoscere il valore di una comunità auto-organizzata che, nei suoi bisogni, non ha mai dimenticato i bisogni altrui e ha portato valore alla città. Lo testimonia la risposta di viva solidarietà arrivata dai cittadini: nel mutualismo, sta tutta la capacità di immaginare un “nuovo mondo possibile”.
«La cosa che mi fa più male è che ci chiamano abusivi – racconta ad Alley Oop Petronella Podaru, che dalla Romania abita a Spin Time dal 2013 e segue lo sportello di tutela sociale del palazzo – Ma prima di dirlo bisognerebbe capire la situazione delle famiglie. Se avessi la possibilità di pagare un affitto, me ne andrei subito. Ma non ce l’abbiamo». A livello europeo, la questione si colloca nel rapporto tra diritto di proprietà e diritto al rispetto del domicilio, protetto dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
La Corte di Strasburgo ha più volte sottolineato che, anche nei casi in cui un’abitazione non sia occupata sulla base di un titolo formale, eventuali misure di allontanamento devono essere valutate alla luce della loro proporzionalità, considerando le condizioni delle persone coinvolte, il legame costruito con quel luogo e l’impatto concreto sulla loro vita. Un principio che non elimina la tutela della proprietà privata, ma richiama la necessità di un bilanciamento tra diritti fondamentali. Un principio che per Nicoleta Sima, arrivata dalla Romania e a Spin Time dal primo giorno dell’occupazione, si traduce in una domanda molto più semplice, quella che le fanno ogni giorno i suoi figli: «Per quanto tempo rimaniamo qui? Possiamo tornare a casa nostra? Perché per loro è casa loro».
Mutuo aiuto, la comunità di “un altro mondo già possibile”
La storia di Petronella Podaru e Nicoleta Sima può essere quella di tante altre persone costrette a lasciare il proprio Paese per avere condizioni di vita migliori per sé e per la propria famiglia, attraversando precarietà lavorativa e abitativa, solitudine e assenza di reti di sostegno. Ma a definirle non è tanto la vulnerabilità, quanto la loro capacità di trasformarla in una forma di resistenza quotidiana e collettiva. Per entrambe, Spin Time non è stato semplicemente un tetto: è diventato una comunità.
Nicoleta Sima vive nello stabile occupato dal primo giorno del 2013. Arrivata dalla Romania per raggiungere il compagno, racconta della difficoltà più grande affrontata all’inizio: orientarsi in un Paese di cui non conosceva la lingua. «Mi sono sempre sentita da sola qua in Italia – spiega ad Alley Oop – A Spin Time ho trovato una famiglia: persone che chiamo mamma, nonna, fratelli, sorelle, zia». In questi giorni, mentre le centinaia di abitanti attendono di poter rientrare nel palazzo, è lei a coordinare parte degli aiuti destinati alle altre madri. Ogni mattina gira tra le tende, chiede cosa manca e prova a distribuire ciò che arriva grazie alla solidarietà della città. «Mutande, lenzuola, qualsiasi cosa ci serve. In base a quello che arriva, provo a condividerlo con tutti». Un gesto semplice che racconta la continuità di un modo di vivere fondato sul mutuo aiuto, anche quando la casa non c’è più.
Anche Petronella Podaru vive a Spin Time da tredici anni. È arrivata dopo aver perso il lavoro e non essere più riuscita a sostenere l’affitto. «Mio figlio aveva sei mesi quando siamo entrati. Grazie a loro ho avuto un tetto sopra la testa», racconta. La notte dell’evacuazione, ricorda, nessuno immaginava che sarebbe rimasto fuori così a lungo. «Pensavamo di uscire per qualche ora, per sicurezza, e poi rientrare. Invece ci siamo ritrovati tutti per strada: neonati, anziani, tutti sui cartoni». Oggi guarda con stupore alla mobilitazione che si è creata intorno a Spin Time. «Non mi aspettavo tutta questa solidarietà.
Ci sono persone che hanno una casa e vengono a dormire qui con noi per strada». Per entrambe, ciò che tiene insieme Spin Time non sono le mura dell’edificio ma le relazioni costruite in tredici anni di convivenza. È nella cucina comune che Nicoleta ha imparato a preparare i piatti della tradizione italiana, fino a eleggere la parmigiana come il suo preferito. Ed è dalla biblioteca condivisa del palazzo che prende i libri per il figlio più piccolo, un lettore instancabile. Anche fuori dall’edificio, quella quotidianità continua a sopravvivere: ci si organizza per distribuire gli aiuti, preparare i pasti, far giocare i bambini, sostenere chi è più fragile. «Noi abbiamo sempre aiutato chi aveva bisogno», osserva Petronella. «Adesso siamo noi a chiedere aiuto. È il momento del bisogno».
La tutela dei bambini: «Se uno sta male, stiamo male tutti»
Mentre gli adulti cercano di organizzare la quotidianità dentro una situazione di emergenza, sono i bambini a subire con maggiore disorientamento le conseguenze dell’evacuazione. Tra le tende allestite davanti a Spin Time giocano nelle aree dedicate create dai volontari, partecipano ai laboratori di disegno, rincorrono un pallone sotto gli alberi e cercano sollievo dal caldo immergendosi nelle piccole piscine gonfiabili sistemate sull’asfalto. Sui cancelli del palazzo, i loro disegni raccontano ciò che per molti di loro coincide con l’idea stessa di casa: facciate colorate, finestre illuminate, alberi, persone che si tengono per mano. Gli adulti si alternano per non lasciarli mai soli, cercando di trasformare l’attesa in una quotidianità fatta di giochi, letture e piccoli gesti di normalità.
Tra loro c’è anche A., donna eritrea che preferisce rimanere anonima. Vive a Spin Time da nove anni insieme ai suoi cinque figli e racconta di aver trovato, dietro quelle mura, molto più di un’abitazione. «Per me Spin Time è una famiglia. Anche se sei lontano dalla tua famiglia, qui trovi sempre qualcuno che ti sta accanto». Arrivata in Italia senza una rete di sostegno, oggi ricambia quell’accoglienza prendendosi cura degli altri, come fanno molti abitanti della comunità. «Qualunque cosa serve, provo a dare una mano», racconta.
Le giornate scorrono cercando di proteggere soprattutto i più piccoli. «Facciamo di tutto perché si divertano e non pensino sempre a quello che sta succedendo. Alcuni sono ancora piccoli e riescono a vivere tutto come un gioco. Altri hanno capito la situazione e sono molto agitati». Per questo, accanto alle tende, gli abitanti hanno ricreato spazi dedicati ai bambini, dove disegnare, leggere, giocare e trovare qualche momento di leggerezza, mentre gli adulti si alternano per seguirli.
La solidarietà arrivata dalla città ha permesso di affrontare le necessità quotidiane. «Le persone non si sono mai stancate di portarci quello di cui avevamo bisogno. Non ci è mancato niente: manca solo la casa». Vestiti, pannolini, cibo, giochi, ventilatori: ogni giorno qualcuno arriva con qualcosa da lasciare. «Questa però non è vita», osserva. «Ognuno ha bisogno di una casa dove tornare, lavorare, crescere i propri figli». Il pensiero torna continuamente ai bambini e alle persone più fragili. «Penso ai bambini, agli anziani, ai malati: con questo caldo non ce la fanno»: A. racconta della bambina ricoverata in ospedale in codice rosso, dopo un malore dovuto alle alte temperature, e della paura condivisa da tutta la comunità. «L’ho vista il giorno prima giocare con mia figlia. Quando ho saputo che era finita in codice rosso ho pianto come se fosse mia». Poi aggiunge: «Quando qui un bambino sta male, stiamo male tutti. Veniamo da Paesi diversi, ma siamo una famiglia».
Una famiglia che, anche fuori dalle mura del palazzo, continua a esprimersi attraverso piccoli gesti quotidiani. A. invita a prendere un caffè nella tenda che ha allestito per la sua famiglia, dove un fornello da campeggio improvvisato è diventato una piccola cucina: il rito del caffè è quello eritreo. La miscela bolle nella jebena, tipica caffettiera di terracotta, e viene servita in piccole tazzine, unita allo zenzero. In uno spazio nato dall’emergenza, tre donne di tre culture diverse bevono il loro caffè raccontandosi: è una scena che racconta il paradosso di questi giorni. Si arriva per portare aiuto e si finisce per essere accolti. Perché a Spin Time, anche adesso che la casa è una tenda, la comunità continua a funzionare attraverso le relazioni.
L’allarme di medici e psicologi: «In strada aumentano i rischi per bambini e anziani»
Mentre la comunità continua ad accogliere e sostenersi in condizioni sempre più preoccupanti, l’allarme sulle condizioni sanitarie è stato lanciato da un gruppo di medici, tra cui professionisti dell’Ambulatorio popolare di Roma Est e il dottor Fabio Riccardi, docente di Igiene ed Epidemiologia all’Università di Roma Tor Vergata. In un appello hanno evidenziato i rischi legati alla permanenza prolungata all’aperto: disidratazione, colpi di calore, sincopi e un aumento dei problemi per bambini, anziani e persone con patologie croniche. Tra le persone rimaste fuori dal palazzo ci sono anziani, persone diabetiche, cardiopatiche, nefropatiche, donne in gravidanza e persone sottoposte a terapie delicate. I medici hanno sottolineato anche le conseguenze psicologiche di una condizione così prolungata di incertezza, soprattutto per i più piccoli.

Abitare e fare cultura, gli artisti con Spin Time: «Un modello alternativo»
«Nella mia vita di scienziato ho studiato sistemi complessi, fenomeni in cui dal disordine possono emergere nuove forme di organizzazione – si legge nella lettera aperta che il premio Nobel Giorgio Parisi ha dedicato a Spin Time – Ho imparato che un sistema non vive soltanto grazie alle sue regole, ma soprattutto grazie alle relazioni tra le sue parti: sono le connessioni, le interazioni e la capacità di collaborare che permettono a una comunità di attraversare le crisi».
Il mondo della cultura si è mobilitato per supportare Spin Time: negli anni, lo stabile di via Santa Croce in Gerusalemme ha sviluppato una dimensione culturale aperta alla città. A rivendicare questo patrimonio è anche l’appello firmato da registi e attori – tra gli altri Marco Bellocchio, Francesca Comencini, Leonardo Di Costanzo, Matteo Garrone, Pietro Marcello, Susanna Nicchiarelli, Paolo Sorrentino, Paolo Virzì e Carlo Verdone – che chiedono una soluzione per le oltre 400 persone rimaste fuori dal palazzo. «Da tredici anni Spin Time ospita 400 persone di ogni nazionalità e ogni religione, dando una risposta concreta all’emergenza abitativa e soprattutto costruendo un modello alternativo che risponde ai bisogni delle persone ma guarda anche più lontano», si legge nell’appello, che ricorda gli sportelli sociali, la medicina solidale, i presidi sindacali e il doposcuola, insieme alle attività culturali che hanno fatto dello stabile un luogo attraversato ogni anno da migliaia di persone.

A sostenere il presidio è arrivato anche Roberto Saviano, che ha definito Spin Time «una difesa della Costituzione e un presidio della democrazia». E la cultura, in questi giorni, è uscita dai suoi spazi abituali: Ditonellapiaga ha portato la musica davanti ai cancelli, facendo cantare e ballare le famiglie sfollate. «Sono molto contenta di essere qui perché credo molto nei valori di questo spazio: l’accoglienza, l’inclusività, la solidarietà», ha detto l’artista. Tra le persone arrivate a sostenere il presidio c’è stato anche Zerocalcare, che ha lasciato un suo disegno accompagnato da una frase che sintetizza il senso della mobilitazione: «Più umanità, meno profitto».
Quella stessa dimensione culturale è raccontata dall’interno da Skillo, cantante del gruppo hardcore causeffect e abitante di Spin Time da tredici anni. «All’inizio ero molto scettico. Sono romano, avevo le mie idee ed ero molto preoccupato per la convivenza tra persone di etnie diverse». Poi, racconta, la diffidenza ha lasciato spazio a una convivenza che considera «qualcosa di incredibile»: «Siamo più di 400 persone, con culture e religioni diverse, africani, romeni, sudamericani, che si sono amalgamate in un unico spazio».
Una convivenza costruita anche attraverso l’organizzazione dello stabile: «Non c’è il piano degli africani e quello dei romeni, sono tutti misti. Li abbiamo organizzati così proprio per creare questa amalgama». Con gli anni, dice Skillo, quella scelta ha trasformato la semplice coabitazione in una comunità. «Per me tutti gli occupanti sono fratelli e sorelle». E per raccontare cosa significhi nella vita quotidiana sceglie un’immagine semplice, da vecchio vicinato romano: «È come una volta a Roma, a Trastevere. Mi serve una cipolla? Vado da Nicoleta e gliela chiedo. Mi manca il detersivo? Vado da Petronella, che è la mia vicina».
È dentro questa quotidianità condivisa che Spin Time ha costruito anche la sua dimensione culturale: non un’attività separata dalla vita della comunità, ma uno dei modi attraverso cui quella comunità si è aperta alla città. Oggi, mentre il palazzo resta chiuso, quella stessa apertura continua fuori dai cancelli.
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