Solitudine, l’impatto per chi lavora da remoto

Ci si può sentire soli in tanti modi. Anche quando si è insieme ad altre persone, anche quando si lavora in team. La solitudine non passa solamente dall’isolamento fisico o relazionale. Specialmente se si lavora da remoto. Si è online, si partecipa alle riunioni, si scambiano mail e messaggi. Eppure ci si sente sconnessi.

Il “remote working” ha cambiato in profondità il modo in cui abitiamo la sfera professionale. Ha portato flessibilità, autonomia e maggiore conciliazione, non senza conseguenze, però.

Aumentano tristezza e solitudine

Secondo un recente studio pubblicata su Science, il lavoro da remoto spiegherebbe l’aumento del senso di solitudine e malessere osservato confrontando il periodo pre-pandemico con il periodo 2022-2024. In particolare, sarebbe responsabile di circa un terzo dell’aumento del disagio mentale registrato. 

Il quadro evidenziato dall’ultimo “State of the Global Workplace report” di Gallup è simile: chi lavora da remoto sperimenta livelli di benessere minori rispetto alle altre tipologie di lavoratori. In particolare, aumentano tristezza e solitudine, che rispettivamente si attestano al 30% e al 27%. Contro una media – rispettivamente – del 24% e 23%.

Questo non significa che il lavoro da remoto – di per sé – sia il problema. Esso modifica però l’ecosistema relazionale: riduce le occasioni spontanee e sposta le interazioni all’interno di strumenti digitali che non sono stati pensati per creare e mantenere legami. 

Le relazioni non nascono in riunione

Nel lavoro da remoto, le interazioni con colleghi e colleghe rischiano più facilmente di diventare mere transazioni professionali. Quando ci si incontra in videocall, raramente si investe del tempo nello scambiarsi qualche parola che non sia su ciò che va fatto. Le conversazioni su vacanze, figli e hobby si fanno sempre più rare, con la conseguenza che anche in presenza si fatica ad andare oltre i commenti sul tempo atmosferico. Stiamo perdendo la capacità di conoscerci all’interno di quello che è un ambiente nel quale trascorriamo la maggioranza del nostro tempo. Vengono a mancare le occasioni di socialità e si perde l’allenamento a stare con l’altro. Con impatti che non riguardano solamente la sfera sociale. 

La solitudine come rischio per la salute

Per quanto a un primo sguardo la solitudine sembri una condizione prettamente psicologica, ha impatti profondi sul benessere complessivo delle persone. Le riceche mostrano che le persone sole sono non solo tre volte più propense a descrivere il proprio stato di salute psicologica come carente, ma anche più esposte ad abitudine poco sane. In primis fumo e dieta non equilibrata. Il sentirsi soli, infatti, riduce i livelli di energia e compromette la regolazione emotiva, esponendo maggioremente ai vissuti di stress.

In passato, per ovvie ragioni, recarsi in azienda era d’obbligo. Con la conseguenza che si finiva – volente o nolente – per imparare a conoscere i colleghi e a tessere relazioni, anche d’amicizia. Oggi, chi lavora da remoto non è più tenuto a recarsi in ufficio. Se non altro non sempre. Andarci, diventa una scelta che spesso si preferisce non fare. C’è ben poco di attrattivo in degli open space se non le persone che quegli spazi li abitano. Ma se quelle persone non si conoscono, la motivazione viene a mancare. Se prima era la vicinanza “forzata” a favorire i legami, oggi serve ripensare la socialità tutta. Ciò che sta succedendo nel mondo del lavoro è infatti lo specchio di un fenomeno ben più ampio e trasversale. Siamo più soli. E più soli ci ammaliamo.

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