
Gli incontri coi ragazzi sono i miei preferiti. Sarà perché alcuni momenti della vita – adolescenza e post-adolescenza su tutti – in realtà non passano mai. Le esperienze che facciamo in quelle fasi tornano a interrogarci negli anni, continuano a modellare le nostre scelte, a rivelare cose nuove su ciò che siamo.
Inizio così il mio incontro coi partecipanti di Horizon, il programma gratuito di formazione e mentoring di Boston Consulting Group, rivolto a ragazzi che arrivano da contesti sottorappresentati, allo scopo di offrire una possibilità di crescita a talenti che non avrebbero probabilmente accesso ad altri spazi di formazione e mentoring. Sono teso: il mondo del lavoro, ancora oggi, sento che non mi appartiene del tutto. Anche se lavori ne faccio diversi, tutti legati alla scrittura e alla parola. Mi porto dietro, dalla periferia, una serie di bias legati alle professioni, ai soldi, allo sguardo degli altri. Sono teso perché non so se sarò all’altezza. E anche perché, dall’età di tre anni, sono balbuziente.
Parto da qui: dai tratti più ingombranti della mia identità, per cercare un dialogo coi tanti occhi schierati davanti a me. Racconto dei primi vent’anni trascorsi nelle case dell’Aler di Rozzano, della mia famiglia sui generis, del bullismo, della balbuzie. E poi del ritiro sociale durante l’adolescenza, dell’Hiv, della multipotenzialità, della diagnosi di Adhd ricevuta tre anni fa. Racconto anche delle soluzioni che, lungo la strada, ho trovato, definitive o provvisorie, cercando di intercettare i loro dubbi, i loro pensieri. Rievoco la psicoterapia, i lavori provvisori in attesa di riuscire a mantenermi grazie a ciò che amo. Condivido le piccole strategie che ho trovato, e trovo, per arginare la tendenza alla dispersione, alla procrastinazione, all’autosabotaggio. Sono grato di poter accendere un po’ di fiducia in più nella mente e nel cuore di chi sta tentando di immaginarsi un futuro: è emozionante trovarsi davanti a così tanti ventenni al lavoro nel complicatissimo gioco di diventare se stessi.
È importante riconoscere la propria storia senza rimanerne vittima, dico. Un programma come questo aiuta a mettere in comune le singole esperienze del margine. Perché ogni periferia è diversa, ogni svantaggio prende forma dentro uno sguardo unico. E le testimonianze dei ragazzi e delle ragazze, che si rincorrono in coda all’incontro, lo provano subito: c’è chi si riconosce nel quartiere da cui viene e chi vorrebbe sottrarsi ai limiti che ancora condizionano il destino di tanti. C’è chi racconta le discriminazioni subite per le proprie origini e chi, in pochi minuti, mostra quanto possa essere faticoso rifiutarsi di credere a quella specie di editto divino che relega alcune persone ai piedi della piramide sociale. In effetti, la cosa più naturale, se arrivi da un luogo in cui l’orizzonte è contratto, è prendere la forma di ciò che ti circonda. Ma il desiderio, a volte, sa sovvertire ciò che sembra già scritto. Il solo talento che mi riconosco è quello di non rinunciare facilmente alle cose che mi chiamano, restare fedele a ciò che mi attrae.
Mi piace questo progetto perché prova a riconoscere l’individualità di ognuno. È fondamentale, specie a vent’anni, essere visti, sentire che esistono alleanze possibili per andare incontro al futuro. Il supporto, magari impossibile nell’ambiente di nascita, può arrivare da altri canali. Col tempo ho capito che è più utile inventarsi soluzioni per i propri presunti deficit che rimanere incastrati nella recriminazione o nel confronto con chi ha avuto una strada più semplice. Guardare i modelli a cui adeguarsi, il modo “giusto” di essere e funzionare, genera frustrazione e spesso inibisce la creatività: oggi preferisco usare le mie piccole o grandi sfighe come materiale per dare vita al nuovo. E poi è importante, per dirla con Ernst Bloch, coltivare il principio speranza.
Ogni giorno la pagina è davvero bianca: non sappiamo cosa potrà accadere. La vita cambia in un istante, le opportunità – se il terreno è stato preparato – possono arrivare da un momento all’altro. È per questo che ho resistito. È così che ho tenuto duro quando le cose non andavano bene. So che tutto si muove, che non è mai detta l’ultima parola. Può sembrare retorica, ma per me ha molto a che fare con la verità. Lavorare sui propri sogni lasciando aperto lo spazio del tempo a venire: in fondo, mi sembra di non aver fatto altro. Anche per questo trovo prezioso il lavoro coi ragazzi che mette al centro il sentimento del possibile, perché offre loro un orizzonte nuovo.
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