
Otto abitanti, nessun benzinaio né negozi in cui acquistare il latte. Nessuna auto in coda ad aspettare nervosa il semaforo verde, piuttosto mucche intente a nutrirsi nei prati all’ombra delle Pale di San Martino. È a Ren, frazione del comune di Gosaldo, nel cuore delle Dolomiti bellunesi, che ha scelto di vivere da vent’anni a questa parte Giorgia Ascari, tra le pochissime designer di caschi da auto e go-kart in Italia. Qui, ha creato il suo laboratorio e ha visto crescere la sua famiglia, concedendosi un ritmo lento che apparentemente contrasta con quello dei motori e dei circuiti a cui appartiene professionalmente.
L’incontro con l’aerografo
Originaria di Novellara, in provincia di Reggio Emilia, Giorgia entra giovanissima in un settore allora quasi inesplorato: «Avevo 17 anni, non sapevo bene cosa fare nella vita. Avevo studiato moda per diventare sarta, ma mio cugino Paolo Ascari, trai i pionieri del settore, aveva aperto una delle prime aziende italiane specializzate nel design dei caschi. Lì ho scoperto l’aerografo e me ne sono innamorata» – racconta.
È stato l’inizio di un percorso che l’ha portata a specializzarsi in un segmento di nicchia: i caschi da auto e da kart. Prodotti che nascono con superfici bianche, nere o in carbonio, pensate apposta per essere personalizzate. «A differenza dei caschi da moto, già molto elaborati, nei caschi per le auto c’è una libertà creativa enorme: quando il casco arriva, preparo una bozza in digitale per definire la personalizzazione con il pilota, creando una grafica che lo rappresenti. Dopo di che, iniziò il lavoro. È tutto artigianale, con pochissimi adesivi» spiega.
Il suo cliente medio è un bambino americano di otto anni che corre in kart. «Lì nessuno comincia senza un casco disegnato: è parte del loro modo di sentirsi piloti. In Italia invece sono soprattutto adulti, ma il concetto è lo stesso: avere qualcosa che ti rappresenti». Ogni casco richiede almeno trenta ore di lavoro e tempi di asciugatura lunghi, con prezzi che variano dagli 800 ai 1.500 euro.
Il silenzio delle Dolomiti
La storia di Ascari come professionista è inscindibilmente legata a una scelta di vita personale non convenzionale. All’inizio degli anni Duemila, con suo marito – manager d’azienda con una laurea in economia e un lavoro che spesso lo portava a volare all’estero – scelgono di lasciare l’Emilia Romagna e di trasferirsi a Varese, ma dopo pochi mesi, comprendono che per trovare la felicità avrebbero dovuto fare una scelta ancora più radicale.
Una casa in pietra in una piccola frazione di montagna – Ren, appunto – è il luogo che stavano cercando. «Avevamo poco più di trent’anni e pensando al futuro, sapevamo che avremmo voluto crescere i nostri figli in un contesto a misura d’uomo. Così abbiamo mollato tutto e ci siamo messi in gioco». Suo marito ha tolto giacca e cravatta ed è diventato un lattoniere: «Dietro una scrivania non stava bene. La soddisfazione del lavoro manuale è stata per lui una fonte di gioia e soddisfazione molto maggiore» racconta Ascari.
Lei, nel frattempo, continua a portare avanti il suo lavoro, adattandosi alle transizioni della vita. Diventa mamma due volte e nei primi anni dei suoi bambini, riesce a lavorare solo di notte. «Non è stato facile, dormivo appena tre o quattro ore, ma sapevo che prima o poi avrei trovato un equilibrio maggiore».
La prova della resilienza
L’imprevedibilità è parte del viaggio e nel 2018 la famiglia si ritrova a fronteggiare Vaia, la tempesta di vento che ha colpito le foreste del nord est Italia, radendo al suolo 41 mila ettari di boschi e 8,6 milioni di metri cubi di legno in pochi minuti. Solo in Veneto, i danni sono stati valutati in 1 miliardo e 769 milioni di euro. «Per il nostro territorio è stato devastante, siamo stati oltre un mese senza acqua e senza elettricità. Ai miei figli leggevo le favole alla luce di una candela» – ricorda. Poi è arrivato il Covid e dopo ancora un’alluvione, che li ha costretti a lasciare casa per qualche mese.
«Non ci siamo mai arresi, la resilienza è tipica dei popoli di montagna ed è entrata decisamente nel nostro Dna. Sapevamo che dopo il buio sarebbe arrivata la luce». Così è stato. Proprio durante la pandemia da Covid, Giorgia decide di aprire il suo marchio Ascari Design Helmet, costruisce il laboratorio in cui lavora tutt’ora nel fienile accanto a casa, circondata solo dai boschi e dai campanacci delle mucche.
E per far crescere ancora di più l’attività, inizia a promuoversi sui social network: «Mostrare ciò che so fare è un’arma straordinaria non solo per farmi strada nel mondo dei motori, ma anche per abbattere i pregiudizi di genere: anni fa, quando lavoravo in azienda, capitava che i clienti volessero “parlare con un uomo”, non immaginandomi all’altezza dei loro progetti. Oggi, le mie creazioni parlano per me e i pregiudizi sono spariti» – ammette.
Così, dal silenzio delle Dolomiti, i caschi da corsa di Ascari volano in tutto il mondo, donando ai sogni veloci dei piloti che li indossano, la forza ancestrale tipica dei luoghi di montagna. «Spesso – conclude Giorgia Ascari – i giovani temono il futuro e fuggono dalle scelte più impegnative. A loro dico: recuperate coraggio e portate pazienza. Accettate qualche scomodità, ma non abbiate paura di percorrere la strada più impervia, se è quella che vi condurrà alla felicità».
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