Lavoro, come diventiamo ispettori di noi stessi

Henry Ford aveva ispettori che controllavano la vita privata dei suoi operai. Oggi non serve: ci controlliamo da soli, giorno dopo giorno.
Nel 1914, il famoso salario di cinque dollari al giorno introdotto da Ford comportava un prezzo nascosto: per riceverlo bisognava dimostrare di vivere secondo regole precise anche fuori dalla fabbrica. “Clean thinking, clean living, square dealing”. Bisognava, ad esempio, avere più di ventun’anni ed essere spostati, seguire una dieta equilibrata, astenersi dal consumo di alcol e mantenere la casa pulita. Il tutto, sotto l’occhio vigile del Sociological Department, che periodicamente visitava le abitazioni degli operai.

Sembra una fotografia lontana, eppure l’idea che la morale legata al lavoro non sia confinata all’azienda, ma entri nelle case e nelle abitudini delle persone, non è in realtà così distante dal nostro tempo. Oggi non ci sono ispettori a bussare alle porte, eppure il controllo continua: l’abbiamo interiorizzato.

I ricatti morali della nostra società

Nel lavoro contemporaneo ci sono pressioni culturali e sociali che spingono verso modelli codificati di “bravo lavoratore”: essere sempre impegnati, aggiornarsi continuamente, coltivare relazioni sociali, ottimizzare il proprio tempo, dedicarsi a hobby e attività extra-lavorative e così via. 
A forza di confrontarsi con questi modelli, le persone iniziano a costruire versioni di sé “a misura di aspettativa”, modellate sulle regole non scritte della società della performance.

In questa prospettiva, Andrea Colamedici e Maura Gancitano parlano di come la nostra società abbia trasformato le persone da soggetti a “progetti”. Ossia una manifestazione costruita di sé, sulla base delle spinte che arrivano dall’esterno, alle quali si finisce per aderire. Ogni individuo, ha in questo modo interiorizzato dentro di sé il personale modello del “bravo lavoratore” e fa di tutto per aderirvi. 

Se siamo noi a controllarci

Spesso non ci si limita ad interiorizzare un modello. Si fa un passo successivo: ci si auto-valuta e auto-corregge rispetto ad esso, con l’obiettivo di ridurre lo scarto tra sé e quell’ideale e – dunque – percepirsi all’altezza. Per riuscirci, si diventa controllori di sé stessi.
Un esempio lampante di questo meccanismo sono i sistemi di self-tracking come app e dispositivi che monitorano sonno, performance e livelli di stress. Accessori che si sceglie di indossare e usare spontaneamente e che diventano sistemi di auto-sorveglianza e conseguente auto-giudizio, tanto sul lavoro quanto fuori. “Non ho dormito abbastanza”, “Non ho corso abbastanza”, “Sono troppo stressato”.
Anche i social media funzionano come un sistema informale di self-tracking. Sono infatti luoghi in cui non solo ci si confronta con gli altri, ma dove il paragone diventa il proprio metro di auto-valutazione, anche professionale. Si osservano gli altri e contemporaneamente si soppesa la propria popolarità e il proprio successo.

Tracciare confini per proteggersi

All’interno di questo scenario il modello del “bravo lavoratore” raramente si ferma alle attività che si svolgono nella propria sfera professionale. Il proprio valore viene misurato rispetto alla propria capacità di “funzionare bene” in ogni ambito della giornata. Il tempo libero, ad esempio, diventa uno spazio da riempire e ottimizzare, mentre la stanchezza un difetto da ignorare.
Il bisogno di tenere insieme tutti i pezzi rischia di trasformarsi non solo in un ricatto morale che si fa a se stessi, ma anche in conseguenze importanti per la propria salute psico-fisica. Stress, ansia e burnout ne sono solo alcuni esempi. 
Ecco allora che è necessario tracciare un confine e riscrivere la propria e personale definizione di “bravo lavoratore”. Una definizione che distingua tra ciò che si pensa di dover volere e ciò che si vuole davvero, imparando a discernere tra spinte esterne e ciò che si desidera realmente. Diventando, in questo modo, non più “ispettori” di sé, ma propri alleati. 

Imparare a dire no, rallentare e riconoscere le proprie priorità senza confrontarsi continuamente con gli altri è un modo per riconnettersi ai propri desideri reali. In questo modo, si evita di vivere sotto la pressione costante di un modello imposto dall’esterno.
Il salario di Ford era un incentivo economico, ma con regole morali vincolanti. Se non si interviene su se stessi, si rischia oggi di auto-imporsi norme altrettanto rigide, senza tuttavia alcun ritorno economico. Ironico, no?

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