
Quote di genere, violenza contro le donne, diritto e tutela del lavoro femminile e protezione dalla discriminazione. È ad ampio raggio la nuova legge albanese che, approvata in novembre, avanza la parità di genere nella piccola nazione balcanica. Con la sua approvazione, inoltre, il Paese fa un ulteriore passo in avanti nel suo cammino verso l’ingresso nell’Unione europea.
A fine 2025 il Parlamento di Tirana ha introdotto una serie di innovazioni che, per come cercano di migliorare la qualità dei diritti soprattutto per le donne, sono state capaci di scuotere la società. Il pacchetto approvato porta la nazione ad avvicinarsi agli standard europei grazie, per esempio, all’introduzione di percentuali minime di donne nelle cariche pubbliche. E all’aggiornamento di alcune istanze in tema di occupazione. Inserisce poi, una prima volta per l’Albania, il riconoscimento del lavoro di cura non retribuito.
Per quanto accolto dalla maggioranza e considerato da alcuni come “storico”, questo passaggio legislativo non è stato però applaudito da tutti. Nè ha conosciuto un consenso generale. Le proteste partite già nei mesi precedenti il voto di novembre e guidate dall’opposizione al governo insieme a gruppi conservatori e religiosi, hanno mostrato la portata delle resistenze in particolare su certi temi. E hanno inoltre sollevato ancora una volta il velo sui rischi conseguenti a campagne di disinformazione strumentalizzate.
Anche e forse proprio per questo, la notizia dell’approvazione di una legge in un Paese di meno di tre milioni di abitanti e, tra l’altro, al di fuori dei confini comunitari, per quanto possa sembrare marginale è in realtà interessante sotto diversi aspetti. Non solo le misure approvate segnano un progresso che indica il deciso passo in avanti di Tirana verso l’ingresso ufficiale nell’Unione. Ma le accese discussioni che hanno accompagnato tutto l’iter verso la decisione di novembre restituiscono uno spaccato della situazione in cui si trovano i diritti (per le donne ma non solo) nell’area balcanica. Mentre riportano al centro la questione dell’impatto di campagne mirate che creano allerta (magari) ingiustificata tra i cittadini.
Guardiamo più nel dettaglio cosa è successo e le implicazioni delle scelte da qui in avanti per l’Albania. Oltre che per il processo di allargamento dell’Ue.
Le novità della legge e i suoi oppositori
Due mesi fa, con 77 voti favorevoli, 36 contrari e nessun astenuto, il Parlamento di Tirana ha approvato il disegno di legge “Per la parità di genere”. Questo testo introduce in Albania ampie innovazioni in materia di diritti e uguaglianza che riguardano questioni relative al lavoro, la partecipazione delle donne alle decisioni pubbliche. E, in parte, la gestione della violenza di genere.
In materia di occupazione, la norma approvata oltre a tutelare lavoratori e lavoratrici, riconosce per la prima volta il lavoro di cura familiare non retribuito. Considerando l’accudimento di bambini e anziani come “contributo economico reale”, il governo è obbligato a misurarne la portata. E a includere questa voce nelle politiche di bilancio nazionale.
Parlando di partecipazione femminile alle decisioni pubbliche, la novità riguarda invece le soglie minime di genere (che salgono anche fino al 50%) richieste per le cariche ufficiali. Cioè chi siete in Parlamento, nella pubblica amministrazione, nel servizio diplomatico e nei consigli di amministrazione di enti pubblici. Questo passo in avanti porta in Albania, certo, un maggiore equilibrio tra i generi nei luoghi decisionali allineando la nazione alle indicazioni comunitarie. Ma allo stesso tempo rappresenta un segnale chiaro dell’interesse dell’attuale governo Rama ad accelerare il processo di adesione all’Unione iniziato nel 2009. Risale a quell’anno infatti la presentazione formale della richiesta di ingresso alla Ue da parte di Tirana.
Per quanto, poi, è nel 2014 che la nazione ha ottenuto lo status ufficiale di “Paese candidato”, è soprattutto negli ultimi tempi che l’obiettivo di arrivare presto a una soluzione finale si è fatto chiaro. Il traguardo, condiviso anche da Bruxelles, è quello di concludere i negoziati entro il 2027, e da qui ufficializzare, poi l’adesione dell’Albania a stato membro entro il 2030.
Conferma questo orientamento comune la stessa Commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos che, intervenendo in settembre durante un panel del Beld Strategic Forum* commentava: «se completeremo la parte tecnica dei negoziati di adesione nel 2026, nel 2028 potremmo avere il 28esimo membro dell’Ue. L’Albania potrebbe aderire come 29esimo membro nel 2028».
L’opposizione
Approvare una legge sulla parità per avanzare il processo di adesione all’Unione? A ben vedere si tratta di una mossa non irragionevole. Anzi, come commentava la Kos stessa su X all’indomani del voto di novembre, «la parità di genere e la non discriminazione sono parti integranti del diritto della Ue». Rafforzare i diritti in questo senso allora, sarebbe per l’Albania un passo necessario nel suo percorso verso l’adesione.
Se l’approvazione di questa legge è stata applaudita da molti gruppi che si interessano di diritti delle donne e da chi si occupa di violenza di genere – tra le altre cose il testo sposta l’onere della prova in casi di violenza sull’abusante e non sulla vittima –. Ed è stata ben vista dalle istituzioni comunitarie, le reazioni dei suoi oppositori non sono state poche. Hanno anzi anche contribuito a sollevare il velo su una società fortemente conservatrice.
Definita da più parti come una “vittoria storica per l’uguaglianza”, la legge è stata descritta dai membri dell’opposizione e dai manifestanti come “tradimento dei valori tradizionali”. Perché, secondo chi la contrasta, già ai tempi della prima bozza il testo minaccerebbe la famiglia tradizionale e la morale pubblica. Le accuse si riferiscono a passaggi che in realtà non sono mai apparsi nei documenti. Questa tattica di creare confusione e poca chiarezza rappresenta uno strumento non nuovo né specifico per il Paese. Secondo il portale albanese Citizen, infatti, la propaganda conservatrice avrebbe«utilizzato una narrazione basata sulla paura per bloccare leggi progressiste a tutela dei diritti umani, come quelle sulla parità di genere». Una tendenza, tra l’altro comune nei Balcani.
Nel caso specifico dell’Albania, il tema del contendere riguarda un passaggio presente nel testo. In prima istanza l’articolo 4 della legge trattava la “parità di trattamento indipendentemente dal genere”**. Ed è contro questa parola e concetto che si sono espressi gli oppositori, sostenendo che potesse aprire al riconoscimento di più di due generi. Per quanto sembri un questione semantica, il tema è in realtà diventato particolarmente rilevante come punto di contrasto tra le spinte della società.
Anche perché ha fornito la base nel Paese per una campagna di disinformazione significativa al punto da far intervenire il presidente del gruppo parlamentare del partito socialista (il partito di maggioranza). Riportato da Citizen, in una sua relazione ha infatti chiarito come «l’attuale legislazione dell’Ue sulla parità di genere, come la direttiva 2006/54/CE e altre direttive, che questa proposta di legge cerca di ravvicinare, non prevede un “terzo genere” o altre categorie oltre al binario uomo-donna».
Tra spinte verso l’Ue e istanze conservatrici
In Albania, insomma, le opposte reazioni alla legge stanno alimentando i contrasti. Da una parte, il desiderio di progredire verso l’Unione – e quindi allinearsi agli standard degli altri 27. E, dall’altra, le resistenze di una società per molti aspetti ancora arroccata dietro “valori tradizionali”, che preferisce lo status quo all’ampliamento dei diritti. Non dimentichiamoci infatti che nel Paese, dove persiste una struttura patriarcale, i diritti delle donne sono ancora a rischio; si continuano a registrare alcuni dei tassi più alti di violenza di genere nel continente; continuano le pratiche dei matrimoni forzati e combinati. E sono limitate le possibilità per le donne sia di lavorare che, addirittura, di lasciare la casa da sole.
In uno scenario, allora, in cui sono diffusi e profondi nel tessuto sociale gli stereotipi di genere e restano pervasivi gli attacchi alle giovani online, sui media e nella vita pubblica, appare chiaro quanto la norma approvata rappresenti un passo avanti necessario – per quanto, secondo alcuni, di difficile attuazione.
«La nuova legge – scriveva Ines Leskaj, direttore esecutivo di Albanian Women Empowerment Network sulle pagine di Balkan Insight – non è solo un pezzo di legislazione, ma un meccanismo di cui la società può davvero beneficiare. La società deve capire che la parità di genere non è un’ideologia, ma che l’eguaglianza è un diritto fondamentale protetto dalla costituzione del Paese. E l’Albania è obbligata a implementarla secondo gli accordi internazionali che ha firmato». Tutti noi, continua Leskaj, «dovremmo sollevare le nostre voci, alzarci e protestare per chiedere che questa legge sia implementata e che i diritti umani diventino parte della nostra vita quotidiana, non diminuiti».
Dovremmo convogliare gli sforzi nel definire «le responsabilità, (attuare) il monitoraggio (dell’applicazione delle norme), fornire informazioni e avviare iniziative concrete per assicurarci che le leggi non siano solo pubblicate in Gazzetta ufficiale. Ma funzionino per noi tutti nella vita reale».
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* Si tratta di una conferenza internazionale, fondata nel 2006, che si tiene annualmente nell’omonima città slovena. Si tratta di un progetto intergovernativo della Repubblica di Slovenia che vede la partecipazione di esperti provenienti da diversi settori.
** Il testo è stato modificato prima dell’approvazione e ora è presente nella sua forma definitiva: “parità di trattamento tra uomini e donne”.
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