
«È necessario trovare un vaccino perché la malattia diventi meno pericolosa». La malattia è l’antisemitismo e il vaccino va ancora scovato. O forse è già nelle nostre mani ma non lo vediamo, non siamo capaci di utilizzarlo, o lo utilizziamo ma la malattia è ancora troppo forte. Con Daniela Santus, docente di Geografia all’Univesità di Torino e una delle massime esperte di questioni medio-orientali, le parole non sono mai buttate lì a caso: c’è un lavoro e una precisione quasi chirurugica nel pesare e soppesare i termini intorno a una questione centrale dei nostri giorni e terreno di scontro politico dopo il massacro del 7 ottobre. Secondo le ultime rilevazioni della Fondazione Cdec sono 766 gli episodi registrati nei primi 9 mesi del 2025, 82 in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Santus oggi oggi vive in Germania e da lì gode di un osservatorio particolare sul nostro Paese.
Professoressa, non le sembra che oggi l’antisemitismo sia tornato dicibile, pronunciabile nello spazio pubblico, spesso senza conseguenze?
Bella domanda! Si tratta di un tema che mi fa male perché mi impone di pensare che si potrebbe essere diversi, ma non si vuole.
In che senso?
Nel senso che io, che vivo parte in Germania e parte in Italia, non posso non notare come quello che è possibile in Italia, cioè odiare pubblicamente e senza conseguenze gli ebrei o inneggiare al 7 ottobre negandone gli orrori, sia impossibile in Germania. E la sa la cosa incredibile? In Germania più che di repressione si tratta di educazione, fin dalle scuole dell’infanzia. Poi, ovviamente, c’è anche la repressione.
C’è stato un momento preciso, negli ultimi mesi, in cui la soglia di ciò che è accettabile dire sugli ebrei si è abbassata?
Se mi permette, parlerei di anni. Non di mesi. Vede, nel 2005 venni attaccata dai Collettivi Autonomi, in aula, perché avevo fatto parlare un relatore israeliano. All’uscita, alle mie spalle, qualcuno gridò: «Questi ebrei devono morire tutti sugli autobus». Erano gli anni in cui il terrorismo palestinese, in Israele, faceva esplodere i bus con attacchi kamikaze. Ma quando la frase venne riportata dai quotidiani, ci fu un coro di disdette. Mai, dissero, avevano pronunciato quelle parole. Loro erano antisionisti, non antisemiti.
Dunque quando avviene il cambiamento?
I social all’epoca, in Italia, non c’erano ancora. Quando Facebook, a partire più o meno dal 2008, diviene popolare anche in Italia, c’è un cambio repentino: gli ebrei possono essere odiati pubblicamente, dietro un nickname. E da quel momento è stato un aumento progressivo, senza freni. Fino al 7 ottobre, quando Hamas ha realizzato il sogno di tanti.
Ecco, parliamo del 7 ottobre ma nella narrazione pubblica quella strage è stata in larga parte rimossa. Non le sembra che questa rimozione stia contribuendo a una lettura distorta del conflitto e, in controluce, alla riemersione dell’antisemitismo?
Questo però è colpa vostra, dei giornalisti. Se lei apre un quotidiano tedesco, dal Welt al Bild fino al Süddeutsche Zeitung, sotto ogni articolo che tratta del conflitto a Gaza trova due premesse: la prima è che i dati forniti sono stati dati loro da Hamas e pertanto non da fonti verificabili, la seconda ricorda che quello di cui sta trattando l’articolo è il risultato del pogrom compiuto da Hamas il 7 ottobre che ha causato più di 1.200 morti, oltre ai rapimenti e alle inaudite violenze su donne, uomini, bambini, anziani. Sarà una scelta noiosa e ripetitiva, però è senza dubbio educativa.
Ma esiste una responsabilità del governo israeliano con una risposta al 7 ottobre giudicata da larga parte della comunità internazionale e dall’opinione pubblica fuori misura?
Non sono una fan di Bibi, ancor meno del suo governo. Tuttavia, pensiamo a cosa accadrebbe se un Paese a noi confinante, dopo aver per anni lanciato missili su Milano, Torino, Genova e compiuto attentati nei ristoranti, sui bus e nei mercati, entrasse in Italia, uccidesse 8mila civili in un giorno, violentasse, seviziasse e rapisse migliaia di persone e dichiarasse di volerlo rifare. Pensa davvero che il governo italiano risponderebbe con operazioni “misurate”? Poi, che Netanyahu sia un problema, questo è chiaro anche alla maggioranza degli israeliani. Non per niente Liebermann ha recentemente dichiarato di temere che Bibi possa far scatenare un’altra guerra per avere la scusa di spostare le elezioni del 2026, perché sa che da tre anni i sondaggi sono stabilmente contro di lui. Ma non è la risposta di Bibi ad aver “liberato” i sentimenti antisemiti mai sopiti.
Quando la parola “sionista” viene usata come insulto, non siamo già oltre la critica politica e dentro una forma aggiornata di antisemitismo?
Se lei vuole sapere se si trova davanti a reale critica politica, le suggerisco un gioco. Chieda alle persone se sanno cosa sia il monte Sion e dove si trova, se conoscono il significato del termine sionista. Ma, soprattutto, chieda loro quando Israele ha effettuato il completo ritiro dagli insediamenti dalla Striscia di Gaza e chi era l’allora primo ministro. Chieda da chi era guidato Israele prima che venisse eletto Netanyahu. Mostri una carta del Medioriente e chieda dove si trova Israele e dove si trova la Palestina che vorrebbero libera dal fiume al mare. Non dimentichi di chiedere quale fiume e quale mare. Se non si sa rispondere a queste banali domande non si può essere in grado di esprimere critiche politiche. Dunque cosa resta? L’antisemitismo.
Qualche giorno fa su La Stampa il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha detto che nel mondo pro Pal bisogna distinguere tra chi difende in buona fede una causa politica e chi è animato da sentimenti antiebraici che si innestano nelle rivendicazioni palestinesi, fino a legittimare il passaggio dalle parole ai fatti. È d’accordo con questa lettura?
Senza dubbio sì. Penso a una nonna che prepara il minestrone davanti alla tv e ascolta La7 quando Di Battista afferma che il passaggio tra il nazionalsocialismo e nazionalsionismo è molto breve e che l’obiettivo di Israele è sterminare il popolo palestinese, cosa dovrebbe pensare questa nonna? Bisogna avere anticorpi molto forti per non venire contagiati. E gli anticorpi sono forniti dall’educazione e dallo studio. I ministri Valditara e Bernini dovrebbero rimettere mano alla formazione dei docenti: non per creare docenti vicini a una sponda piuttosto che a un’altra, ma per creare docenti che sappiano riconoscere l’antisemitismo quando se lo trovano di fronte, capaci di trovare le fonti di una notizia prima di diffonderla tra i banchi di scuola, capaci di non lasciarsi prendere in giro da fake news e, soprattutto, forti abbastanza da non odiare.
Lei ha più volte denunciato sul Foglio un problema di ignoranza diffusa tra gli studenti. Quali sono oggi i segnali concreti, riconoscibili, di questo fenomeno nelle aule?
Il problema degli studenti è grave, anzi gravissimo. Ma non si tratta solo di ignoranza, a quella si può sempre porre rimedio, se c’è la volontà. Si tratta di disincanto, disinteresse, di indottrinamento grave. Un esempio? Se dopo aver seguito 60 ore di lezione, dopo aver ipoteticamente studiato i testi, dopo aver ricevuto dalla sottoscritta le mappe concettuali di ogni capitolo da studiare, dopo aver sostenuto diversi test di autovalutazione delle conoscenze, dopo aver avuto a disposizione momenti di brainstorming, all’esame viene chiesto qual è la capitale dell’Arabia Saudita e le risposte sono: Palestina, Gerusalemme, Tel Aviv cosa devo pensare? La realtà è che le lezioni non si seguono, i libri non si acquistano né si prendono in biblioteca, neppure li si fotocopia più, le mappe concettuali finiscono nel cestino come un di più non richiesto, i test di autovalutazione non vengono svolti, ai momenti di brainstorming non si presenta nessuno e le domande, per banali ed elementari che siano per un esame universitario, non trovano risposta. Possono questi studenti disquisire di politica estera di Stati di cui sanno nulla? Chiunque potrebbe approfittare di così tanta ingenuità.
Parliamo della strage di Bondi Beach. Cosa ci dice il fatto che parte dell’opinione pubblica anziché condannare questo massacro lo abbia attribuito alla politica del governo Israeliano a centinaia di migliaia di chilometri di distanza?
In Australia sono stati permessi slogan antiebraici in ogni manifestazione per la Palestina. Cosa ci si deve aspettare quando si legittima l’odio e lo si difende in nome della libertà di espressione? Torno a raccontarle un caso che mi è più vicino. Ad Amburgo lo scorso anno, mi pare tra aprile e maggio, si è svolta una manifestazione pro Palestina in cui gruppi islamici radicali hanno tra l’altro chiesto pubblicamente la creazione di un califfato in Germania e l’introduzione della Shari’a. Sono così immediatamente scattati accertamenti che hanno portato alla chiusura della cosiddetta “moschea blu”, la più importante moschea sciita di Amburgo e allo scioglimento del “Centro Islamico di Amburgo”. Se l’odio antiebraico circola è perché la sua diffusione non è osteggiata. A Brema, gli ultras del Werder Bremen, la scorsa settimana hanno issato cartelloni che recitavano una verità che dovrebbe essere riconosciuta da tutti: “Globalizing the intifada means killing Jews. Solidarity with Sidney”. Globalizzare l’intifada significa uccidere ebrei. Solidarietà con Sidney. Negli stadi italiani è successo qualcosa di simile? No. Chiediamoci il perché.
Dopo questa strage è tornato a riecheggiare il nesso tra antisemitismo e antisionismo. Ci spiega perché accade questo?
Il fatto è che sono due lati della stessa medaglia. Per anni lo stesso Mussolini si definì antisionista e non antisemita. Incredibile, vero? Lo Stato d’Israele non esisteva neppure. Poi, nel 1938, le leggi razziali colpirono gli ebrei, mica il sogno degli ebrei di tornare a Sion. Oggi accade lo stesso. Mi riprometto sempre di non guardare più i social italiani, ma ci ricasco sempre. Così giorni fa mi sono ritrovata a leggere i vari commenti a un articolo che parlava del fatto che gli ebrei italiani non si sentono al sicuro in Italia. Un delirio! Ormai nessuno più si nasconde, i commenti sono pubblici, con nome e cognome e quello che emerge è un antisemitismo classico, quasi ottocentesco. Agli ebrei italiani si attribuisce la responsabilità collettiva per le azioni del governo israeliano, li si considera stranieri in Italia, li si invita esplicitamente ad andarsene. Chi va in tv a fomentare l’odio, nascondendosi dietro a critica politica, è complice del disastro cognitivo in cui sta sprofondando buona parte degli italiani.
Edith Bruck ha ragione quando dice che l’antisemitismo rimarrà eterno?
Sì, ha ragione. Ma è necessario trovare un vaccino che non eliminerà la malattia, ma la renderà meno pericolosa. In questi mesi sto lavorando, con la professoressa Cristina Bettin dell’Università Ben Gurion del Negev, a una ricerca sulla “contagiosità spaziale” legata all’antisemitismo. Mi spiego meglio. Stiamo elaborando un quadro teorico che mette in luce come alcuni luoghi nella storia, dai pozzi ai ghetti ai mercati fino alle città e alle piattaforme digitali, non si limitino a ospitare narrazioni antisemite, ma le generino e le amplifichino attivamente. Questa prospettiva va oltre la letteratura esistente sulle metafore del contagio, mostrando come le infrastrutture spaziali stesse funzionino come agenti contagiosi. Ecco, dobbiamo fare in modo di inibire il diffondersi del contagio.
Come?
Con la scuola, ma non quella di oggi che porta in piazza i bimbi al grido di “Free free Palestine”. Una scuola che ritrovi la capacità di educare, mettendo in primo luogo in discussione i saperi. Alimentare l’odio e l’ignoranza, vorrei sottolineare, non colpisce solo gli ebrei, ma non aiuta nemmeno i palestinesi.
Siamo alla fine, professoressa. Qual è l’augurio per il 2026?
Che sul modello della House of One di Berlino – una sinagoga, una moschea e una chiesa sotto lo stesso tetto – il vaccino della convivenza trovi spazio nelle nostre Università. Si riaprano le collaborazioni con Israele e si creino progetti dove, studenti e ricercatori israeliani e palestinesi, possano collaborare insieme.
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