Povertà in Italia: il 10% della popolazione e il 13,8% degli under 18 sono indigenti

Quanti sono i poveri in Italia? E chi è più a rischio di trovarsi in situazioni di indigenza? Risponde a queste domande l’ultimo rapporto Istat su dati 2024 in cui si legge come, lo scorso anno, nel bel Paese, vivevano in stato di povertà assoluta 5,7 milioni di persone cioè il 9,8% della popolazione. E 2,2 milioni di famiglie, l’8,4% del totale. Rispetto al 2023, queste quote sono rimaste (quasi) invariate: secondo le scorse rilevazioni erano, infatti, rispettivamente il 9,7% e l’8,4% – cifra identica alle stime più recenti.

Il fatto che questi numeri non siano aumentati in dodici mesi, però, non è del tutto una buona notizia. Intanto significa che i poveri non sono nemmeno diminuiti. Addirittura, inoltre, se si allarga la prospettiva temporale di riferimento è chiaro che in realtà queste quote sono aumentate. In dieci anni infatti l’Italia ha visto crescere di un milione e mezzo i residenti che si trovano in condizioni di povertà estrema. Con, da una parte, il Mezzogiorno a rimanere maglia nera e a mostrare ancora i numeri più alti su tutti. E, dall’altra, il nord dello stivale a registrare l’incremento maggiore nell’ultimo decennio. Qui infatti dal 2014 la quantità di persone indigenti è salita di quasi il doppio rispetto a quella del sud.

Tornando a guardare le rilevazioni per lo scorso anno e osservandone meglio i dettagli, a ben vedere qualcosa è cambiato. Nel lasso di dodici mesi si conferma, certo, lo stallo nei numeri di quanti si trovano in grave indigenza su scala nazionale – fermo a quota 18,4%. Ma nello stesso periodo l’intensità della povertà assoluta* è cresciuta nel meridione, passando dal 17,8% del 2023 al 18,5% del 2024.

Se poi analizzano le caratteristiche anagrafiche del gruppo più numeroso che oggi si trova nelle condizioni peggiori, viene confermata una tendenza avviata vent’anni fa. Su tutto lo stivale, anche le ultime stime ribadiscono come sia avvenuto un capovolgimento generazionale. Rispetto al passato, infatti, da qualche tempo non sono più gli anziani a rappresentare la fascia di età più numerosa tra quanti sono in povertà estrema. Bensì i minori di 18 anni, specialmente se appartengono a famiglie numerose e in quelle dove i genitori hanno un titolo di studio basso.

Le famiglie con un minorenne e quelle dove vive un anziano

Per capire l’entità di questo ribaltamento torniamo ai numeri pubblicati da Istat. Stando alle rilevazioni per il 2024, gli under 17 in condizioni di povertà assoluta erano il 13,8% del totale. Quota che scendeva all’11,7% nella fascia 18-34 anni e toccava il minimo del 6,4% tra gli ultra 65enni. Una differenza nell’incidenza della povertà tra diverse generazioni che è in certo modo confermata anche considerando la composizione delle famiglie indigenti e il numero di bambini che vivono sotto uno stesso tetto.

“La povertà in Italia, 2024”, Istat

L’anno scorso erano 734mila i nuclei in cui era presente almeno un minore, cioè il 12,3% del totale. Media calcolata tra il minimo del 7,3% dove viveva un solo minorenne e il massimo del 20,7% nei casi in cui c’erano almeno tre under 18 – cifra questa, tra l’altro, doppia rispetto al numero di famiglie povere dove vivevano due minorenni (10,6%). Questi percentuali risultano in tutti i casi superiori alla situazione rilevata tra i nuclei familiari in cui era presente almeno un anziano. Le quote, per quanto di poco, in questi ultimi casi sono comunque sempre inferiori, con un tasso di povertà che infatti si attesta al 6,7%.

Oltre all’età dei componenti, i dati Istat segnalano – non sorprende troppo – che sono le situazioni in cui coabitano un maggior numero di individui a finire in contesti di grave fragilità economica. La percentuale delle famiglie povere infatti, aumenta all’aumentare dei suoi componenti. Nel 2024 si trovavano in condizioni gravi il 7,5% dei residenti che vivevano soli e il 6,3% delle coppie. Ma i livelli raggiungevano il massimo di 21,2% in quelle case in cui erano presenti cinque o più persone. Quota, quest’ultima addirittura peggiorata in un un anno: nel 2023 arrivava al 20,1%.

Una volta considerato il dettaglio anagrafico e il numero di quanti convivono in situazioni di grave indigenza, l’analisi Istat evidenzia poi l’impatto del livello di istruzione delle “persone di riferimento” (cioè chi in definitiva provvede in qualche modo alla famiglia) sulla vulnerabilità del nucleo familiare. E come, in particolare, questo interessi il futuro dei più piccoli . Le opportunità di riscatto dalle condizioni peggiori infatti, sono particolarmente limitate nelle case in cui i genitori hanno un basso titolo di studi**. Scarsa scolarità significa spesso anche scarse possibilità di occupazioni ben pagate e stabili. Da qui, di conseguenza, l’impossibilità di uscire da situazioni di disagio economico. Fino al punto di influire pesantemente anche sulle prospettive che si aprono per i giovani di casa.

Di quanto? Secondo uno studio dell’Università di Oxford di fine 2024, in Italia chi cresce in una famiglia povera ha una probabilità di 15 punti percentuali maggiore di restare in contesti di indigenza da adulto rispetto a coetanei nati non poveri.

La povertà in Europa

Per meglio comprendere i confini della povertà rilevata tra i cittadini italiani, è interessante guardare appena oltre i confini. E affiancare il quadro nazionale disegnato da Istat alla situazione europea pubblicata a metà ottobre dall’ufficio di statistiche della Ue. Nel suo documento “Key Figures on European livilng condition”, Eurostat riporta che nel 2024 il 17,4% delle famiglie nell’Unione indicava di aver “difficoltà” o “gravi difficoltà” ad arrivare a fine mese.

Capacità delle persone di “sbarcare il lunario”, Eurostat

Come in Italia, anche su base continentale sono i bambini a risultare particolarmente a rischio. Secondo Save the Children, nei Paesi Ocse, la povertà infantile arriverebbe mediamente a costare il 3,4% del Pil. «Un costo che l’Europa non si può permettere», scriveva l’organizzazione. E che comunque, osservando gli stati membri, vede picchi ancora molto alti, per esempio, in Spagna – dove questa spesa toccherebbe il 5,1% dei Pil-, in Lituania (6,1%) e in Norvegia. Addirittura in questo Paese nordico il costo dell’emarginazione sociale dei ragazzi sfiorerebbe i 6,4 miliardi di euro.

«Non intervenire – si legge ancora nel documento dell’organizzazione – costa molto più che (pianificare) investimenti strategici. Nel corso della sua vita, un ragazzo che abbandona precocemente la scuola può costare a uno stato tra 1 e 2 milioni di euro». Basti pensare che in «Romania, dove (si registra) la più alta quota di abbandono scolastico nella Ue, si stima un costo totale pari al 35,67% del Pil» nazionale

Nonostante queste previsioni, però, al momento non si vedono chiari miglioramenti e l’Unione si allontana dall’obiettivo di sollevare cinque milioni di giovanissimi da situazioni di grave indigenza entro il 2030. Stando al rapporto “Child poverty, The cost Europe cannot afford (2025)” di Save the Children, l’anno scorso il numero di minorenni a rischio di indigenza o esclusione sociale è cresciuto di 446mila rispetto al 2019. A queste condizioni, per raggiungere il target fissato da qui ai prossimi quattro anni l’Ue dovrebbe sollevare dalla povertà assoluta 2.500 ragazzi al giorno. Al contrario, oggi, si legge nel report, «mentre i tassi complessivi mostrano miglioramenti marginali, 6,28 milioni di bambini (il 7,9%) soffrono di gravi privazioni materiali e sociali non avendo accesso ai beni di prima necessità».

Per quando indubbiamente cupo, il panorama europeo generale per gli under 18 non è però monolitico e già rispetto al 2023, mostra di muoversi a ritmi molto differenti. Da una parte, dicono i dati Save the Children, la percentuale di minorenni a rischio  di povertà ed esclusione sociale resta sopra il 30% – quota molto più alta della media Ue pari al 24,1% -, in Spagna, Romania e Bulgaria. E, dicono le analisi, peggiorano i livelli registrati in Belgio – dove si è superata la soglia del 20%. E in Finlandia – qui si è passati dal 13,2% del 2019 al 17,3% dello scorso anno.

Dall’altra però, alcuni segnali positivi arrivano dall’Irlanda dove, seppure la quota resti sopra il 20%, è diminuita di quasi 5 punti percentuali in sei anni, stabilizzandosi nel tempo sotto la media dell’Unione. E dalla Polonia dove dal 2019 la quota resta attorno al 16%, quindi ben al di sotto di molte altre aree anche più ricche.


* Nel parlare di povertà assoluta è importante fare una precisazione. La soglia di spesa che determina questa condizione non è una uguale su tutto il territorio. Per esempio, una coppia con due figli sotto i dieci anni che vive in un grande comune della Lombardia è considerata povera se vive con meno di 1.765 euro al mese. Alle stesse condizioni, se ci spostiamo nelle Marche, si scende a poco meno di 1.600 euro. E in Calabria sotto ai 1.400 euro mensili. [Dati ricavati dal calcolatore Istat]

** In Italia non sarebbero pochi i casi che ricadono in questo fenomeno. Infatti secondo le rilevazioni, il 14,4% dei nuclei familiari in cui la “persona di riferimento” – come Istat indica chi sostiene la famiglia – ha completato solo il ciclo di studi elementare, vive in condizioni di indigenza. Percentuale che scende al 4,2% nel caso si sia ottenuta una licenza di scuola superiore.

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