
© Werner Bischof / Magnum Photos
Il grande fotografo Werner Bischof (Zurigo 1916 – Trujillo, Perù 1954) è in mostra al Museo Diocesano di Milano fino al 18 ottobre con un’ampia retrospettiva, Point of View: 200 stampe vintage ne raccontano l’avventura artistica e umana, interrotta a soli 38 anni, da un incidente d’auto. Meno di vent’anni di carriera sono stati sufficienti a imporlo come uno dei protagonisti della fotografia del Novecento, grazie all’inconfondibile voce poetica e alla rara profondità umana.
La mostra è organizzata in collaborazione con Marco Bischof, figlio ed erede che ne gestisce l’archivio, e Magnum Photos, la storica agenzia di cui Bischof è stato membro dal 1949, primo fotografo chiamato a farne parte dopo i fondatori.
La rassegna si compone di 4 sezioni in ordine cronologico: “Foto-Grafik. Svizzera 1934-44” racconta i primi, fondamentali anni di formazione a Zurigo, tra grafica e fotografia, l’apertura nel 1936 di uno studio, dove lavora per la moda e la pubblicità, oltre che per riviste, tra cui il celebre mensile “Du”.
Sono foto viste raramente: pubblicità, nudi, immagini di natura (splendide le conchiglie, osservate con il minuzioso amore di un pittore fiammingo), rifrazioni di luce, che ci fanno scoprire Bischof prima di Bischof, impegnato a conquistare la piena padronanza del linguaggio fotografico. Ma non si tratta di esercitazioni: sono immagini di qualità alta, animate da una sottile tensione fra il soggetto e l’inquadratura, prove di un talento visivo purissimo.
ALLA SCOPERTA DEL MONDO

La seconda sezione, “Il testimone. Europa 1945-50”, ci introduce alla svolta decisiva nella vita, prima che nella fotografia, di Bischof: è la stagione dei primi reportage, durante la quale lascia la natia, neutrale Svizzera e viaggia per tutta Europa. “Poi arrivò la guerra e con essa la distruzione della mia torre d’avorio. Il volto sofferente dell’umanità diventò il mio punto focale.” (1945).
A contatto con le macerie fisiche e morali delle distruzioni belliche, lo sguardo di grande eleganza formale di Bischof si trasforma, diventa partecipe, umano, straordinariamente potente, come nella foto di Berlino in cui la sagoma del Reichstag bruciato, circondato da detriti, si delinea in secondo piano, mentre in primo piano, in una pozzanghera, c’è un elmetto rovesciato e bucato. Ma la sua attenzione è catturata, più che dalle distruzioni, dalla voglia di rinascita e dalla dignità con cui le persone affrontano le fatiche di una dura esistenza: raccontando Berlino ci mostra infatti donne e operai che rimuovono i detriti, un attacchino che affigge il manifesto del 1° maggio su un palo della luce intatto, sullo sfondo della città in rovina, una mamma che allatta il figlio. Questa attenzione per l’incessante forza della vita che vittoriosa continua è una costante che attraversa tutti i reportage: una donna in Sardegna cucina, rischiarata dai bagliori del camino, due gatti mangiano ai suoi piedi, tegami in rame brillano alle pareti, in un’immagine da interno fiammingo del ‘600 che ci comunica intimità e il senso profondo della parola focolare, mentre lo scatto ravvicinato, preso dal basso, del volto di un’altra donna, anziana, in Polonia, è un fotogramma da cinema espressionista tedesco, una maschera tragica scolpita dal chiaroscuro.
In questo periodo anche la vita privata di Bischof cambia: nel 1946 a Milano conosce Rosellina Mandel (1925-85), che sposerà nel ’49, mentre nel ’50 nascerà il primogenito Marco.
Il segreto dello sguardo
La terza sezione, “Il fotogiornalista. Asia 1951-52”, è quella dei viaggi extra europei, particolarmente in Asia ed Estremo Oriente, per conto delle maggiori riviste internazionali: “Life”, “Paris Match”, “Picture Post”, “Stern”, l’italiana “Epoca”. Il suo linguaggio è ormai maturo, inconfondibile: nella fotografia di Bischof c’è infatti un quid misterioso, un ingrediente segreto, per cui le cose sembrano nascere nel suo sguardo, come viste per la prima volta.
Guardate la foto di apertura: ll cortile del tempio Meiji, scattata a Tokyo nel 1951, durante il lungo e felice soggiorno in Giappone, in compagnia dell’amata Rosellina. Racconta il figlio Marco come è nata questa immagine: Werner e Rosellina camminavano nel tempio in una fredda giornata invernale quando incomincia a nevicare, passano pochi minuti e Werner dice di doversi allontanare un momento, Rosellina lo aspetta, la neve continua a scendere lenta, finalmente Werner ritorna, le sorride e le spiega, “ho scattato la foto del Giappone.” Aveva visto la foto, prima ancora di scattarla e noi, ogni volta che posiamo lo sguardo su quell’immagine di purezza, sospesa in un silenzio denso e avvolgente, è come se vedessimo apparire per la prima volta il Giappone e il suo incanto. E sentiamo l’impulso a seguire quel corteo di persone, che si muovono leggere sulla distesa bianca, come in una danza.
Il nomade Bischof passò un anno in Giappone: sentiva un’attrazione particolare per il paese, le sue genti, la sua cultura millenaria e avvertiva che occorrevano tempo, pazienza, attenzione e rispetto per vedere, capire. Bischof era un reporter affermato, membro della appena nata e già celeberrima Magnum, l’agenzia degli eroi del fotogiornalismo Cartier-Bresson e Capa, eppure non era soddisfatto: “La fotografia mi sembra qualcosa di sempre più superficiale, e il giornalismo una specie di malattia.”
Iene dei campi di battaglia

In un mondo in cui i media erano ancora limitati rispetto a oggi e la televisione in fase di affermazione, i giornali e le riviste illustrate erano le principali fonti di informazione dell’opinione pubblica mondiale e il fotogiornalismo ne era il fulcro. I fotoreporter viaggiavano come globetrotter da un paese all’altro, inseguendo guerre, rivoluzioni e disgrazie, notizie di richiamo che gli editori chiedevano a gran voce: in pochi giorni arrivavano in un paese, raggiungevano il luogo della notizia, la documentavano, spedivano i rullini e riprendevano treno o aereo per un altro paese, un’altra notizia. Ecco perché Bischof conia la definizione di “iene dei campi di battaglia” per i colleghi più cinici, interessati solo a portare a casa lo scoop da dare in pasto al pubblico, senza la volontà di andare oltre. Non era quello che Bischof voleva: se guardiamo le potenti e tragiche foto sulla carestia nel Bihar (India) per “Life” o le numerose immagini del Giappone, ne avvertiamo a fior di pelle lo spessore, la densità, la qualità poetica che oltrepassano la soglia di una conoscenza superficiale, in cerca dell’anima delle cose. Lo spiegano bene due foto, entrambe a Hiroshima, accostate in mostra: nella prima, una vittima dell’atomica sganciata dagli americani il 6 agosto 1945 mostra la schiena piagata dal calore dell’esplosione, alle sue spalle, sfocata, la sagoma della prefettura con lo scheletro della cupola (oggi Memoriale della pace), nella seconda un gruppo festoso di bambini su un arido campo giochi, sullo sfondo distante, al bordo estremo della foto, il profilo della città devastata, sempre con la cupola del Memoriale. La vita non si è fermata alla bomba, e anche questa verità, non spettacolare, deve essere raccontata, se si vuole servire la verità, con la fiducia che ci sia chi la vuole ascoltare, e la propria coscienza di uomo e di giornalista.
Verso l’epilogo

Dopo il Giappone, nel 1952, Bischof resta in Estremo Oriente, documentando per “Paris Match” la situazione in Indocina, teatro della guerra fra il governo coloniale francese e i guerriglieri di Ho Chi Minh (1946-54). Anche qui si ritaglia tempo per raccontare la vita del paese, al di là della guerra: per sé. Non è questo che le riviste gli chiedono.
Torna successivamente in India e fa poi ritorno a Zurigo nel 1953, dove presenta il suo lavoro in Estremo Oriente in una grande mostra e pubblica un libro sul Giappone.
Pianifica un lungo viaggio in Sud America, per realizzare un vasto reportage in cui raccontare la vita umana, la cultura e le tradizioni dei popoli di quel continente, nella sempre più salda convinzione che la fotografia sia un potente strumento di conoscenza della realtà.
Durante un incarico per la “Magnum” nelle Ande realizza una delle sue foto più celebri: avvolto nel poncho, il cappello di feltro sul capo, un giovanissimo pastore intento a suonare il flauto compare sulla superficie dell’immagine. La silhouette piramidale, ritagliata sul profilo delle montagne, sembra vibrare nell’aria e il giovane, inconsapevole del nostro sguardo, procede come condotto dal tessuto ritmico della musica, emanazione misteriosa delle montagne dell’eterno Perù.
La foto è del 1954; pochi giorni dopo, un fatale incidente d’auto tra quelle montagne interromperà la vita di Bischof. Non quella della sua fotografia.
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