
Siamo abituati a pensare alla violenza contro le donne attraverso le sue conseguenze più dirette. Lesioni fisiche, quando ci sono. La paura. La depressione, l’ansia o il disturbo da stress post traumatico. Siamo meno abituati a pensare che quella violenza possa entrare nella storia clinica di una donna e influenzare la sua salute fisica.
Se è vero che “il trauma non è un destino”, come scrive Sandra Sassaroli nel suo libro appena pubblicato, una linea di ricerca sempre più solida mostra come la violenza possa lasciare tracce che vanno oltre la sofferenza psicologica.
Stalking e conseguenze sulla salute
Uno studio recentemente pubblicato su Circulation, condotto da Rebecca Lawn e colleghi del Dipartimento di Epidemiologia di Harvard su oltre 66.000 donne, ha seguito le partecipanti per circa vent’anni. Le donne che avevano riferito di essere state vittime di stalking presentavano un rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare superiore alle altre del 41%. Per quelle che avevano ottenuto un ordine restrittivo, indicatore di forme di violenza particolarmente gravi e persistenti, l’aumento del rischio arrivava al 70%.
Lo stalking, una forma di persecuzione caratterizzata da comportamenti indesiderati e ripetuti, come contatti insistenti, pedinamenti, sorveglianza o minacce, può dunque avere un profondo impatto non solo a livello psicologico, ma anche sulla salute fisica di una donna.
Quale prevenzione?
Il punto più interessante forse è proprio questo. Per decenni abbiamo studiato malattie croniche come quelle cardiovascolari chiedendo alle persone quanto fumassero, cosa mangiassero, quanto si muovessero. Molto più raramente è stato chiesto che cosa fosse accaduto loro nella vita. Ma “se non facciamo le domande”, dice Karestan Koenen, docente presso l’Harvard T.H. Chan School of Public Health, “non possiamo analizzare quel dato” e capirne l’influenza.
Le sue ricerche sul disturbo da stress post-traumatico nelle donne mostrano che il rischio non riguarda solo lo stalking, ma qualsiasi esperienza traumatica che dia origine a questo disturbo psicologico: in altri studi condotti su campioni di quasi 50.000 donne, seguite per circa vent’anni, livelli elevati di sintomi post-traumatici, indipendentemente dalla natura dell’evento scatenante, erano associati a un maggiore rischio di disturbi cardiovascolari e di diabete di tipo 2. Questi dati invitano ad interrogarsi sulla parola “resilienza”, oggi di gran moda e spesso abusata: anche laddove non vi siano conseguenze psicologiche clinicamente rilevabili, infatti, potrebbero esserci effetti sul piano della salute fisica.
Come scriveva Simone de Beauvoir «il corpo non è una cosa, è una situazione». E se il corpo è il nostro modo di essere al mondo, se è “situazione”, ossia il luogo in cui si sedimenta la nostra storia, allora ha senso che un evento come la violenza, vissuto nel corpo e attraverso il corpo, possa lasciare tracce biologiche misurabili. I meccanismi, ovviamente, sono complessi. Sarebbe sbagliato trasformare un dato epidemiologico in un semplice slogan: la violenza non “diventa” automaticamente una malattia. Dire che il trauma può “diventare biologia” significa piuttosto riconoscere che ciò che accade nella nostra vita può contribuire a una maggiore vulnerabilità che è sia psicologica, sia fisica. Soprattutto laddove sia prolungata, un’esperienza di violenza e trauma può associarsi a modificazioni nei sistemi immunitario, endocrino e nervoso autonomo, che contribuiscono a regolare funzioni come frequenza cardiaca, sonno, metabolismo e risposta immunitaria. Chi convive con un disturbo post-traumatico, inoltre, tende più spesso a isolarsi socialmente e ad adottare stili di vita meno salutari: un intreccio di fattori psicologici, comportamentali e biologici che, messi insieme, spiega perché questo tipo di sofferenza mentale si accompagni così spesso a una salute fisica più fragile.
Emerge dunque una questione più ampia di medicina di genere. Se alcune esperienze potenzialmente traumatiche sono distribuite in modo diseguale tra uomini e donne, non considerarle nella ricerca significa costruire una conoscenza incompleta della salute delle donne e dei fattori che la influenzano. Prendere sul serio questi dati implica invece ripensare la presa in carico delle donne che hanno subito una violenza: favorire un monitoraggio della salute fisica, una maggiore integrazione tra servizi psicologici e sanitari, e fornire adeguate tutele.
Resta infine una domanda importante per la ricerca: intervenire tempestivamente, oltre che per porre fine alle violenze, sulle conseguenze psicologiche della violenza e del trauma può contribuire a ridurre alcuni dei rischi per la salute fisica? Se un evento traumatico può lasciare tracce nel corpo, capire se e in che misura la psicoterapia possa modificare queste traiettorie sintomatologiche rappresenta una delle domande più stimolanti per la ricerca dei prossimi anni.
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