
A cinque anni dal ritorno al potere dei talebani nell’agosto del 2021, l’Afghanistan rappresenta oggi il teatro della più grave crisi dei diritti umani a livello globale. Sotto il controllo delle autorità di fatto, il Paese è scivolato in una condizione che le Nazioni Unite, Amnesty International e le organizzazioni internazionali definiscono senza esitazioni apartheid di genere. Al centro di questa spirale di cancellazione sistematica non ci sono soltanto le giovani generazioni e le studentesse strappate dai banchi di scuola, ma anche le madri, donne che reggono il peso invisibile e disperato della sopravvivenza domestica, economica e psicologica all’interno di una società che prova ogni giorno di più ad annientarle.
Una crisi umanitaria che si fa sempre più grave
Secondo le previsioni dell’OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, l’organismo dell’ONU che gestisce le emergenze globali, alla fine del 2026, 21,9 milioni di persone – quasi la metà della popolazione afghana – avranno bisogno di assistenza umanitaria. Fame, siccità prolungata, crisi economica, collasso dei servizi essenziali e rimpatri forzati su larga scala da Iran e Pakistan, stanno spingendo comunità già vulnerabili ancora più in crisi. Il tutto mentre i drastici tagli ai finanziamenti dell’agenzia statunitense USAID decisi dall’amministrazione Trump stanno riducendo drasticamente i fondi per l’estero, penalizzando fortemente l’Afghanistan e soprattutto le donne.
I finanziamenti internazionali destinati all’Afghanistan, infatti, hanno subito un calo drastico – con il Piano di risposta umanitaria del 2025 che ha ricevuto solo il 41% dei fondi necessari – esercitando un’ulteriore pressione su un sistema sanitario già frammentato e limitando l’accesso ai servizi sanitari essenziali. Nel 2025, 445 strutture sanitarie sono state costrette a chiudere o sospendere le attività a causa di carenze di finanziamenti, privando più di 3 milioni di persone dell’assistenza sanitaria. Per 206 di queste strutture i tagli sono stati direttamente attribuiti al congelamento dei finanziamenti USAID del gennaio 2025.
Più di 100 decreti per annientare le donne afghane
Dal ritorno al potere nell’agosto 2021, secondo l’ultimo report di Un Women intitolato “Five Years On: Afghan Women’s Futures at a Crossroads”, i talebani hanno emesso più di 100 decreti che prendono di mira donne e ragazze. Dall’abolizione formale dell’uguaglianza tra uomini e donne davanti alla legge – che pone i mariti in una posizione di autorità legale sulle loro mogli e limitando la capacità delle donne di cercare giustizia-, alle limitazioni nell’accesso all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione alla vita pubblica. Il sistema giudiziario formale afghano è crollato dopo il ritorno al potere dei talebani e, nel novembre 2022, la guida suprema talebana ha emanato un ordine vincolante per la piena applicazione della Sharia in Afghanistan. In questa maniera lo spettro visivo delle donne è andato via via riducendosi e le prospettive di futuro si sono assottigliate.
L’ultima limitazione
L’ultimo tassello di questa architettura repressiva è stato denunciato da una nuova analisi giuridica diffusa da Amnesty International, che spiega come un recente decreto codifichi e legittimi di fatto i matrimoni precoci. Il Decreto n. 18, denominato “Codice sulla separazione giudiziale dei coniugi” e pubblicato dai talebani nella gazzetta ufficiale il 14 maggio 2026, disciplina le circostanze in cui donne e ragazze possono chiedere la separazione dal matrimonio.
Il testo normativo sbarra la strada a qualsiasi reale autonomia di donne e ragazze, privandole del diritto di consenso e lasciando ai parenti maschi il controllo totale delle decisioni matrimoniali, con possibilità pressoché nulle di contestare o interrompere questi legami. L’analisi evidenzia una disparità brutale: mentre la legge talebana garantisce agli uomini il divorzio in via unilaterale e senza procedure ostative, le donne si ritrovano imprigionate in vincoli contratti da bambine, private di tutele legali e protezione contro le violenze. Se prima l’età minima per contrarre matrimonio era 18 anni, infatti, oggi è 12. Ma la situazione potrebbe essere anche più grave perchè non c’è un controllo soprattutto nei villaggi più lontani e più poveri.
Una graduale eclissi
Dal 15 agosto 2021, i talebani, hanno iniziato la loro personale rivoluzione per prima cosa impedendo alle donne di lavorare, poi di andare a scuola, poi le hanno obbligate a coprire corpo e viso, poi a non uscire per strada da sole, a non frequentare i parchi, le palestre, i bagni pubblici. Gli hanno tappato la bocca, perchè la loro voce risultava troppo sensuale, le hanno murate in casa perchè nessuno doveva vederle dall’esterno. Poi è stato cambiato il codice penale, per cui se un uomo aggredisce la moglie, rischia solo 15 giorni di carcere e a condizione che la moglie riesca a dimostrare la gravità delle ferite di fronte a un giudice e alla presenza di un uomo. Cinque anni sono stati sufficienti a cancellare con un colpo di spugna diritti che sembravano ormai consolidati.
«Quel 15 agosto del 2021 i talebani dicevano di essere cambiati, che sarebbero stati molto più rispettosi dei diritti delle donne. Noi non ci abbiamo creduto, la comunità internazionale invece sì, e appena l’attenzione sull’Afghanistan è calata, i decreti sono stati emessi uno ad uno», dice Silvia Redigolo, attivista di Fondazione Pangea, organizzazione no profit italiana nata nel 2002 che si occupa dello sviluppo economico e sociale delle donne e delle loro famiglie nel mondo.
Murate in casa
Il report di Un Women pubblicato lo scorso 12 agosto, restituisce una realtà agghiacciante. Sulla base di sondaggi nazionali condotti tra il 2025 e il 2026, l’Onu ha potuto constatare come, con il ritorno dei talebani a Kabul, le donne afghane siano state private dei diritti umani fondamentali, a partire dalla libertà di movimento.
Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, infatti, il 52% delle donne intervistate nel 2026 ha dichiarato di uscire di casa due volte al mese o meno (la percentuale sale al 62% nelle aree rurali). Di contro, il 96% degli uomini esce ogni giorno e solo il 16% delle donne lo fa quotidianamente. Non possono uscire e se lo fanno devono avere il permesso. Secondo i dati Onu, infatti, il 90% delle donne afferma di aver bisogno del permesso di un familiare maschio per uscire, il 75% si sente insicuro senza un tutore e il 56% evita gli spazi pubblici come mercati e centri sanitari.
Il disagio psicologico delle donne afghane
Essere confinate in casa – quando si è esposte a rischi più elevati di violenza – ha profonde conseguenze sulla salute mentale. La perdita di diritti e opportunità, così come l’accesso limitato all’attività fisica, alla comunità e al sostegno emotivo, ha messo in crisi la salute mentale di donne e ragazze.
Secondo il rapporto Onu, infatti, oggi sette donne su 10 in Afghanistan descrivono la loro salute mentale come “cattiva” o “molto cattiva”. Il tutto è reso ancora più problematico dalle restrizioni al movimento che impediscono materialmente alle donne afghane di accedere all’assistenza sanitaria e alla crescente carenza di donne infermiere e medici. L’Afghanistan ha già uno dei più alti tassi di mortalità materna al mondo, con circa 638 decessi materni ogni 100.000 nati vivi nel 2024.
L’identità cancellata
«Recentemente ho visitato una donna che è alla sua diciassettesima gravidanza e mi ha detto che suo marito ne vuole almeno 20. Ma questo la porterà alla morte» Quanti anni ha la ragazza? «Non lo scopriremo mai. Molte donne afghane non sanno quando sono nate. Inoltre il loro aspetto può ingannare, sono donne consumate, che lavorano nei campi, che accudiscono tanti figli, molte di queste dimostrano più degli anni che in realtà hanno». Elisa Asnaghi è ostetrica di Emergency nel Centro di maternità di Anabah, nel Pashir, e in altre cliniche remote sparse nel Paese. Ogni giorno vede donne e bambini afghani, ma mai abbastanza.
«Ultimamente sono aumentati gli accessi delle donne alla prima visita, ma dopo questa, spariscono. Alcune non tornano per i controlli di routine perchè abitano in posti irraggiungibili e il viaggio per arrivare al centro costa troppo, altre perchè il marito non le porta, altre ancora perchè non capiscono l’importanza dei controlli. Ancora oggi l’ostacolo più grande in Afghanistan è quello culturale».
Le donne fuori dal mercato del lavoro e le conseguenze sul diritto alla salute
Dopo il ritorno dei talebani, l’istruzione per le donne e le ragazze in Afghanistan è stata quasi del tutto azzerata. L’accesso alle scuole secondarie è stato vietato nel marzo 2022, seguito dalla chiusura delle università per le giovani donne alla fine dello stesso anno. Oggi le uniche figure femminili che possono lavorare sono le ginecologhe, le infermiere, le ostetriche e le assistenti del dentista.
Con le restrizioni talebane al diritto all’istruzione per le donne, anche queste professioni saranno per loro off limits. «Le nostre colleghe afghane – spiega Asnaghi – hanno paura di non poter svolgere più il loro lavoro e di non poter fare aggiornamento continuo cosa che è fondamentale per svolgere le professioni sanitarie».
Le ripercussioni sul lavoro delle ong straniere
Le ong internazionali che operano sul campo, lavorano con personale del posto. In Afghanistan tutto questo potrebbe finire. Nel frattempo le organizzazioni umanitarie utilizzano ogni espediente per aggirare ostacoli e limitazioni. «Quando nel settembre 2025 c’è stato il terremoto nella zona orientale del Paese, la situazione era disastrosa. Nonostante la tragedia, le donne afghane hanno dovuto rispettare le disposizioni dei talebani e rimanere nelle loro case. Molte sono morte sotto le macerie perchè i soccorritori uomini non le potevano toccare» racconta Silvia Redigolo, di Pangea, che prosegue: «In quella occasione noi di Pangea abbiamo creato gruppi di soccorso e coinvolto coppie di medici. L’obiettivo era duplice: permettere alle donne di lavorare, grazie alla presenza di un uomo della famiglia, e portare soccorso anche alle donne».
Un futuro che si fa sempre più buio
Essere donna e madre in Afghanistan oggi significa non poter vivere una vita libera ma nascosta sotto il burqa, non poter studiare, non potersi curare. «Quello che le donne afghane soffrono di più oggi è l’obbligo di nascondersi», dice Asnaghi di Emergency. Proprio sulla condizione femminile e sulla maternità in Afghanistan si parlerà durante il Festival di Emergency che si terrà a Reggio Emilia dal 4 al 6 settembre. Tenere alta l’attenzione per non fare scivolare le donne afghane nel buio totale dell’oblio.
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