Mostra di Venezia, una sola regista in concorso: «La qualità non è neutra»

83th International Venice Filmfestival, September 01 2026, Venice, Italy (Gian Mattia D’Alberto/Lapresse)

C’entrano i pregiudizi introiettati. I parametri di qualità influenzati dagli stereotipi. Le condizioni di accesso alla professione. Alla 83esima della Mostra di Venezia – dal 2 al 12 settembre – ci sarà una sola regista, tra i 20 titoli nel concorso: la danese-egiziana May el-Toukhy con Woman Unknown. Un titolo “profetico” per una mancanza che pesa e, soprattutto, ha le sue radici in fattori diversi. A ribadirlo è un documento unitario firmato dalle principali associazioni dell’autorialità cinematografica – 100autori, Anac, Air3, Doc/it, Ewa e Women in Film Television & Media Italia – che pone l’accento non soltanto sul dato numerico. Ma sul principio stesso con cui vengono giudicate le opere: il divario di genere, nell’industria cinematografica, non ha a che fare con la discriminante artistica. Ma, ancora una volta, con la cultura in cui evolve.

La qualità non è neutra

La qualità non è neutra: è quanto sottolineano, nel comunicato congiunto, le associazioni cinematografiche. Mentre denunciano «una selezione a una sola dimensione, maschile», le voci dell’autorialità cinematografica ricordano che «ogni selezione è il risultato di uno sguardo, di una cultura, di un immaginario, di preferenze, sensibilità, limiti, errori e di una precisa linea editoriale». Per tutti questi motivi, aggiungono, «Pensare che la qualità possa essere separata da tutto questo significa ignorare come si costruisce il canone culturale, da dove nasce l’arte».

La risposta arriva dopo le parole del direttore della Mostra Alberto Barbera che, a margine della presentazione dell’edizione 2026, aveva così riferito alla stampa: «Siamo stati noi i primi a essere colpiti da questo esito. Abbiamo sperato fino all’ultimo, disperatamente, di trovare film al femminile di qualità adeguata da poter competere all’interno del concorso principale. Ce n’è uno solo, è il minimo storico di questi ultimi anni». La conferma, nelle dichiarazioni, della persistenza del divario. Difficilmente ascrivibile a una ripetuta mancanza di “qualità”, come evidenziano le associazioni. L’anno scorso, nessuna regista italiana è stata selezionata per concorrere. Né tra le tre serie tv. Otto opere, otto uomini.

Nonostante lo sguardo delle donne dietro la macchina da presa abbia contribuito a cambiare lo sguardo del mondo sul mondo stesso, il cinema continua ad essere un settore in cui faticano di più.

Il protocollo che punta a rendere pubblici i dati di genere della selezione

Il comunicato delle associazioni – intitolato When will they ever learn – non si limita a contestare il numero. Richiama anche un impegno già preso dalla Mostra: nel 2018 Venezia aveva sottoscritto il protocollo 50/50 by 2020, con cui si vincolava a rendere pubblici i dati di genere della selezione, a garantire trasparenza nei comitati di selezione e di programmazione e a lavorare per una presenza più equilibrata delle donne nei processi decisionali.

Da qui la domanda di fondo posta dalle associazioni: davanti a una rappresentazione ripetutamente sbilanciata, non possiamo limitarci a concludere che le registe non sono abbastanza brave, ma occorre interrogare gli strumenti con cui il cinema viene giudicato.

Non diminuiscono le candidature, ma le opere selezionate

Greta Scarano, attrice e regista, madrina della 83th International Venice Filmfestival (Gian Mattia D’Alberto/Lapresse)

Prima di parlare di scelte, vale la pena guardare al bacino di partenza. Un’analisi diffusa da Women in Film, Television & Media Italia confronta le opere iscritte alla Mostra nel 2025 e nel 2026 per verificare se la selezione finale rifletta una contrazione a monte, nelle candidature, o una scelta compiuta a valle, nella selezione.

I titoli iscritti sono passati da 4580 nel 2025 a 4740 nel 2026, un aumento del 3,5% trainato soprattutto dai cortometraggi (+147 titoli), a cui si aggiungono lungometraggi (+36) e progetti immersivi (+19). La crescita dei corti fa scendere lievemente il peso percentuale dei lungometraggi (-0,7%). Anche le opere a regia femminile iscritte aumentano, sia pure di poco: +67 titoli (+0,3%), a cui si affiancano +37 titoli (+0,7%) firmati da persone che non si identificano nel binomio maschile/femminile o non hanno indicato il proprio genere. Tra le registe italiane iscritte l’aumento è di 7 titoli (+1,5%). Non risulta dunque, nei numeri, una flessione delle candidature.

Il quadro cambia guardando alla selezione. Nei lungometraggi iscritti nel 2026 la media delle registe è del 25,8%, in linea con lo storico della Mostra. Ma tra le opere selezionate le registe scendono di 24 titoli rispetto al 2025: nel solo “Concorso” sono cinque in meno, il -23,6%, mentre “Orizzonti” e la sezione “Open” registrano ciascuna un +2%. In totale la quota di opere a regia femminile nella selezione scende dal 36,7% del 2025 al 26,9% del 2026. Il bacino da cui pescare, insomma, non si è ristretto: a cambiare è stato chi, da quel bacino, è stato scelto.

Lo squilibrio non riguarda solo il genere

Lo squilibrio non riguarda solo il genere. A restituire la cornice storica del dato 2026 è Domizia De Rosa: presidente di Women in Film, Television & Media Italia ricorda che una sola regista in concorso non è una prima volta: era già accaduto nel 2017 e nel 2018. Da allora, tra un Leone d’oro a Chloé Zhao, Audrey Diwan e Laura Poitras e un Leone d’argento a Maura Delpero, la presenza femminile era arrivata fino a un massimo di otto cineaste. Lo squilibrio, per l’associazione, non riguarda solo il genere: dei venti titoli in concorso quest’anno, quindici sono europei o in coproduzione europea, a cui si aggiungono un titolo statunitense, una coproduzione canadese e tre titoli asiatici (Giappone, Corea del Sud, e una coproduzione Giappone-Stati Uniti). Nessun film proviene da America Latina, Africa o Oceania. Se ne discuterà l’8 settembre 2026 al seminario sulla parità di genere e l’inclusione nell’industria audiovisiva, in programma al Venice Production Bridge.

Un problema di filiera

A monte della selezione veneziana c’è un problema di filiera: la presidente dell’Accademia del cinema italiano, Piera Detassis sottolinea che la qualità non la qualità non può essere separata dalle condizioni di accesso alla professione. Bisogna capire come si arriva alla qualità: accesso ai finanziamenti, fiducia dell’industria, possibilità di realizzare film. Ai David di Donatello, aveva ricordato, quattro dei cinque candidati all’esordio erano registe, ma nessuna è poi entrata nelle cinquine per miglior film e miglior regia. E poi, sottolinea al Corriere della Sera, c’è il tema economico: «Abbiamo da sempre molte registe candidate nei documentari, nei corti e nelle opere prime, dove l’economia e il rischio sono comunque contenuti. Qui le donne mostrano tutto il loro talento, che c’è ed è enorme, ma il passo difficile è quello successivo, e bisogna chiedersi che fiducia ha l’industria nel lavoro femminile».

Per invertire la rotta, serve valorizzare e dare spazio alle professioniste del cinema: il progetto Becoming Maestre – promosso da Netflix e dall’Accademia del Cinema Italiano – è nato proprio per accompagnare giovani registe, direttrici della fotografia, montatrici e foniche nell’accesso al lavoro. Perché, come conclude Detassis, «le donne stanno lavorando da tempo». Un processo di mentoring necessario per fare spazio ai giovani talenti che faticano a trovare il riconoscimento che meritano.

La segregazione di genere nel cinema

(Gian Mattia D’Alberto/Lapresse)

Nonostante, infatti, l’impegno di molte associazioni, il cinema è ancora caratterizzato da una forte segregazione di genere. Ovvero: ci sono ruoli quasi a esclusiva femminile e altri, invece, dominati dalla presenza maschile. A restituirne la mappa è lo studio Gender Equality & Inclusivity in the Film Industry, Bilancio di genere nelle troupe cinematografiche italiane”:la cura dei costumi vede una presenza di donne al 78%, seguita dal trucco e dalla scenografia. Nei reparti più tecnici – come suono e luce – le donne diventano quasi invisibili. Solo l’8% si occupa della direzione del suono e appena il 10% firma le musiche.

Un quadro che si intreccia con la percezione delle dirette interessate, ancora tutt’altro che risolta. Lo studio Women in Film” di Mastercard, condotto da Censuswide su 6.000 professioniste e aspiranti tali in Italia, Regno Unito, Francia, Spagna, Germania e Polonia con rilevazione a maggio 2025, fotografa un’industria in cui il 67% delle intervistate italiane non crede che la parità nei ruoli tecnici e creativi sia stata raggiunta, e quasi una su due (48%, contro il 43% della media europea) dichiara di considerare carriere alternative fuori dal cinema.

Le giovani registe non arretrano

Eppure, a dispetto di questo quadro, le professioniste del cinema non fanno un passo indietro. Nel 2024, nonostante il rallentamento delle produzioni causato dalla revisione del sistema di agevolazioni fiscali che sostiene chi investe nel cinema, la quota di film diretti da registe è salita al 20%. E il dato più significativo riguarda chi sta arrivando: le registe sotto i 35 anni crescono a un ritmo del 21% ogni anno, con una velocità superiore a quella dei colleghi uomini coetanei, fermi al 3%. Un ricambio generazionale che si muove più in fretta delle resistenze del sistema che dovrebbe accoglierlo e che promette di ridisegnare la fisionomia stessa della regia italiana.

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