L’AI penalizza i giovani: quale prezzo pagheranno?

Oltre alle donne, i giovani potrebbero essere una delle categorie ‘penalizzate’ dall’avvento dell’intelligenza artificiale. Si cominciano a vedere i primi dati. In un recente articolo del Financial Times, che cita il paper degli economisti Leland Crane e Paul Soto della Federal Reserve, si certifica quanto già emerso da vari studi a proposito di effetti dell’AI sui posti di lavoro, in alcuni particolari settori dell’economia.  Ovvero un rallentamento della crescita. Secondo il paper, si stima circa mezzo milione di programmatori in meno rispetto a quanti ce ne sarebbero stati se le tendenze occupazionali precedenti all’era dei modelli linguistici (i large language model) fossero continuate. Non si tratta di un calo assoluto dell’occupazione ma di un freno. Le aziende, grazie all’AI, pianificano cioè di fare meno assunzioni.

Tiene meglio la domanda per i senior

Tra le categorie che ne fanno maggiormente le spese, in termini di minori chance, ci sono gli junior, i giovani: «La domanda per ruoli senior – si legge nell’articolo di FT – tiene meglio rispetto a quella per i junior». Questo nel campo dei programmatori si spiega con il fatto che, partendo dal presupposto che i lavori sono formati da una serie di compiti, quelli in genere destinati a junior sono facilmente replicabili dall’AI; quelli dei senior, maggiormente complessi e intrecciati tra loro, meno. Se l’AI si occupa del codice, i senior possono dedicarsi ad attività più preziose come tradurre esigenze di business in specifiche di prodotto o prendere decisioni basate sull’esperienza.  Ma togliendo il coding a un junior o a un freelance resta ben poco.

Lo stesso ragionamento che vale per il giovane programmatore dovrebbe in teoria applicarsi, in termini di minori chance, per i profili junior di uno studio legale, per il praticante di uno studio di commercialista. E così via. Precedentemente, l’università di Stanford aveva parlato di una differenza negativa di ben 16 punti percentuali occupazionali a danno degli under 25, che rischiano di vedere complicarsi non poco il loro ingresso nel mondo del lavoro.

Le minori chance dei giovani

In Italia l’alert sui giovani è stato lanciato da Paolo Boccardelli, rettore della Luiss Guido Carli nel libro edito dal Sole 24 Ore ‘Nessuna fuori dal codice’: «Molte mansioni che erano tradizionalmente affidate a lavoratori junior oggi si rivelano svolte in maniera più veloce ed efficace dall’intelligenza artificiale. Ciò riduce o preclude in alcuni casi l’accesso dei giovani al mondo del lavoro  e la possibilità di sviluppare le competenze di base, necessarie per poi crescere nella carriera».

Antonio Perrucci, direttore di Astrid Led rincara, parlando di rischio di amplificazione dei divide oggi esistenti. «Si sta presentando un fenomeno, la tendenza delle imprese a non assumere i giovani neolaureati, in quanto detentori di conoscenze codificate, quelle che più immediatamente sono rese superflue dall’AI mentre le competenze tacite, legate all’esperienza maturata nel corso degli anni di lavoro, tutelano maggiormente i lavoratori più anziani».

L’Ai in pratica, da un lato, permette a chi è già esperto di potenziare enormemente le proprie capacità. Dall’altro lato, penalizza chi è agli inizi e non ha ancora sviluppato esperienza e intuito ed è molto più sostituibile.

Per le donne vantaggi e svantaggi

Tra le categorie di lavoratori più attaccate dall’AI ci sono anche le donne, che rappresentano ancora solo il 22% del totale impiegato nel campo dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, l’AI per le donne può trasformarsi in alcuni campi in un vantaggio.  Nella gestione dei lavori di cura, ad esempio, che per stereotipi duri a morire restano in gran parte sulle spalle delle donne, l’intelligenza artificiale può essere un valido aiuto. Basti un esempio. Racconta Sara Bonfioli, cro di Talent Gardner con una vasta esperienza internazionale nel campo del marketing: «Per la festa di compleanno di mio marito ho prenotato il posto, creato un mini sito, automatizzato il concept della festa. Tutto questo in un’ora e mezza. Anche per la pianificazione degli impegni dei figli mi sono costruita un piccolo agente con tutte le info sulla mia famiglia”.

Tuttavia le donne sono anche quelle più esposte, più a rischio a fronte della rivoluzione dell’intelligenza artificiale che sta investendo tutti i settori. E, per ridurre il gap, occorre secondo Bonfioli, agire su vari aspetti. «Il primo riguarda i bias all’interno dell’AI: è necessario conoscerli e invertire una rotta che è già stata impostata in una certa direzione. Il bias va portato in superficie. Il rischio è che un ragazzo o una ragazza junior non si renda conto che già nella creazione delle job description possa esserci un bias».

Molti lavori dove le donne sono maggioranza a rischio

Una seconda tematica, prosegue Bonfioli, «riguarda il fatto che un grandissimo numero di lavori a rischio di sostituzione vede le donne in grande maggioranza. Per questo è necessario che le aziende promuovano una formazione diffusa sulle nuove tecnologie per tutti e tutte i dipendenti, comprese le donne. Automatizzare certi tipi di lavori è importante, ma è altrettanto importante che chi svolge quei lavori sia coinvolto nel processo di trasformazione». La formazione, cruciale nell’attuale contesto, «deve essere proposta in maniera paritaria, cosa che oggi non avviene fino in fondo.

L’AI finora viene infatti percepita come una tecnologia estremamente tecnica, e, alla stregua di tutto ciò che è ricompreso nelle Stem, tende a essere considerata riservata all’universo maschile».  In generale, sia per donne sia per gli uomini, «è necessario analizzare il proprio lavoro, suddividerlo in task e interrogarsi su ciascuno di essi per capire se esiste una componente automatizzabile. Alcune parti del lavoro possono essere sostituite, ma la persona deve essere in grado di controllarle e di svolgere lo stesso lavoro in maniera più efficiente».

Cosa possono fare le aziende? Serve più formazione

Di fronte a un contesto incerto, i cui esiti sul mondo del lavoro sono ancora tutti da studiare, il ruolo dell’aziende nell’implementazione dell’AI diventa fondamentale per evitare che categorie come donne e giovani restino indietro. «Per quanto riguarda le aziende, la situazione – conclude Bonfioli – non è ancora ottimale: è necessario sensibilizzare molto di più. Le aziende rispondono bene a progetti che innovano alcune parti dell’organizzazione, ma spesso la lettura è focalizzata sulle modalità di riduzione del costo del personale tramite l’AI o su come aumentare il fatturato mantenendo i costi costanti. Non si vede, almeno in generale, un reale interesse a rendere la formazione democratica e accessibile a tutti e tutte».

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