
Dare un contributo alla diffusione della cultura imprenditoriale al femminile e colmare il divario di genere riferito al mondo degli investimenti in Italia. Va in questa direzione Women in Action, programma di accelerazione gratuito ed equity free ideato da Elga Corricelli e Layla Pavone e promosso da LifeGate Way, l’hub di innovazione e investimenti del gruppo LifeGate.
Il percorso, che dal 16 aprile entra nel vivo con la fase di accelerazione, è dedicato a donne con progetti di innovazione nel campo della sostenibilità (ambientale, sociale o umana). Il programma però non si rivolge solo a fondatrici di start up già costituite, ma anche a studentesse, a chi ha solo un’idea di business o un progetto per una startup.
L’obiettivo è favorire l’incontro tra realtà che stanno attraversando diverse fasi creando un ecosistema inclusivo e capace di stimolare il cambiamento. «Il programma – sottolinea la co-founder Elga Corricelli ad Alley Oop – vuole lavorare su mindset, energia e talenti per abbattere quel soffitto di cristallo interiore che troppo spesso frena le donne».
L’obiettivo è quello di aumentare la quota femminile nelle start up un Paese in cui l’imprenditoria delle donne fa ancora fatica a decollare (22% contro la media europea del 33%) e dove l’occupazione femminile è poco al di sopra del 53%.
Cosa è Women in Action
Ideato da Elga Corricelli (human & social sustainability designer, advisor ed executive coach) e Layla Pavone (alla guida del board Innovazione tecnologica e trasformazione digitale del Comune di Milano), Women in Action è un programma rivolto a donne di ogni età e livello di esperienza, progettato per favorire la crescita dell’imprenditoria femminile innovativa in Italia.
Poiché anche dal confronto con realtà diverse nasce l’innovazione, la call è rivolta a una varietà di soggetti: team di neo‑imprenditrici, già costituiti o in fase di costituzione, founder donne, società con compagini sociali a maggioranza femminile e studentesse con idee innovative che possano essere il seme di nuova cultura imprenditoriale. «Focalizzarci esclusivamente sui founder di startup avrebbe rischiato di limitare la portata della nostra visione. Per costruire una cultura imprenditoriale davvero innovativa, abbiamo integrato categorie solitamente distinte in un ecosistema intergenerazionale e interprofessionale aperto», dice Corricelli, già manager e imprenditrice.
La forte presenza femminile dietro ai progetti scelti è il minimo comune denominatore delle realtà partecipanti «per lavorare sull’inclusione di genere e su quella ricchezza che purtroppo rischia spesso di essere messa da parte», aggiunge la founder. La seconda caratteristica è il focus dedicato alle imprese sustainable native.
Per accedere al percorso le partecipanti sono state valutate seguendo 3 valori fondamentali: persone, pianeta e profitto. Le candidature ricevute quest’anno sono state oltre 100, giunte anche dall’estero. Alla call hanno partecipato startup (55%), neo-imprenditrici (40%) e studentesse (5%), la maggioranza (il 77%) proveniente dal Nord Italia. Alla fine del programma le start up entreranno direttamente nell’ecosistema Life Gateway, che conta circa 600 realtà orientate alla sostenibilità.
Il programma è un unicum nel panorama degli acceleratori italiani perché è equity free e quindi, non richiede fee di partecipazione, quote societarie né servizi obbligatori.
Ai blocchi di partenza
Dopo il percorso di selezione, 9 realtà (3 startup, 3 neoimprenditrici e 3 studentesse) stanno ora per affrontare il programma di formazione, mentorship e coaching.
Si comincia lunedì 16 marzo. Diversi i fronti aperti per allenare le future startupper con lezioni su business, comunicazione e sostenibilità, a partire dalle ultime novità in tema di obbligo di trasparenza salariale.
Il percorso parte con un focus sulla human sustainability lavorando su temi come valori personali, energia e gestione del conflitto, talenti e purpose, comunicazione e mindset, per sradicare quei timori di inadeguatezza che spesso accompagnano le donne. «Attraverso i pilastri della human sustainability guidiamo un lavoro di focalizzazione sulle potenzialità individuali. Spesso, queste risorse restano latenti a causa di condizionamenti educativi e bias cognitivi. Il più diffuso, specialmente tra le donne in Italia, è la convinzione di ‘non essere abbastanza’. Una credenza ingiusta e limitante», dice la co-founder.
Previsti anche eventi e momenti di networking, come il Celebration Day, l’evento di chiusura del programma, in programma l’8 luglio, in cui le partecipanti terranno un pitch davanti a una platea di aziende e investitori raccontandosi nella loro evoluzione. Le realtà più interessanti avranno inoltre la possibilità di accedere a programmi di raccolta fondi.
Al termine del percorso, le future imprenditrici avranno così acquisito gli strumenti necessari per sviluppare la loro idea imprenditoriale e avranno sviluppato un mindset orientato alla crescita sostenibile della propria impresa e saranno in grado di perfezionare un modello di business e potenziare le skill indispensabili per emergere nell’ecosistema in trasformazione dell’imprenditoria.
Donne e startup
Diffondere la cultura imprenditoriale tra le donne è utile anche per rafforzare la loro presenza nel mercato del lavoro e dell’impresa.
«L’Italia sta crescendo su diversi fronti, ma i numeri relativi all’imprenditoria femminile e alla presenza di donne in ruoli apicali restano ancora troppo contenuti», constata Corricelli. «Se da un lato la Certificazione della Parità di Genere è un segnale forte della volontà di integrare l’unicità femminile nei sistemi di leadership, dall’altro i dati sulle founder sono ancora esigui rispetto all’ecosistema globale».
In Italia si contano 1,648 le startup innovative con una donna sulla tolda di comando. Nonostante siano in crescita sia il numero di laureate sia i livelli occupazionali, la presenza femminile nell’ecosistema innovativo nazionale resta al palo.
Così solo il 13,6% delle 12,133 società complessivamente iscritte nell’apposita sezione del Registro imprese sono fondate o co-fondate da donne, evidenziando una forte sottorappresentazione nel settore.
Tra i punti di forza, le imprenditrici mostrano livelli di istruzione mediamente più alti rispetto agli uomini. «Una ricchezza che non possiamo dissipare», dice Corricelli. Tuttavia questo non si traduce automaticamente in iniziative di maggior successo poiché l’ecosistema non riconosce ancora pienamente il valore della leadership femminile e tra le maggiori difficoltà ci sono il tasso di sopravvivenza e le fonti di finanziamento.
Imprenditoria fondata sul benessere
Sul fronte delle aziende più strutturate, in Italia si contano poco più di 1,3 milioni di imprese femminili. Si tratta di un numero rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi anni (anzi, in flessione dello 0,3% rispetto al 2024) ma dalla natura in trasformazione. Le piccole attività stanno cedendo il passo ad aziende più forti, strutturate e con un maggior numero di addetti. Dati che gli esperti di Unioncamere interpretano come un nuovo trend: l’impresa piccola e diffusa, prossima in alcune sue forme all’autoimpiego, sta lasciando il posto a realtà produttive più articolate e capaci di competere sul mercato.
Women in Action punta a creare un clima culturale imprenditoriale favorevole a donne e ragazze, offrendo nuovi modelli di riferimento.
«Quando si parla di innovazione, l’imprenditorialità deve essere sostenibile fin dalla prima scintilla», dice Corricelli, che è anche co-founder del primo barometro italiano Benessere e Felicità nella popolazione attiva, una ricerca volta a misurare lo stato di salute della felicità e del benessere dei lavoratori. «Questo significa mettere al centro la persona, valorizzando talenti, energie e valori per costruire un successo duraturo».
Punto di approdo
Arrivato alla sua terza edizione, Women in Action a oggi ha erogato oltre 250 ore di formazione, coinvolgendo più di 400 professionisti.
A fronte di 200 candidature, Women in Action ha già sostenuto 17 founder nel loro percorso di crescita. Tra le realtà nate vi sono: GJ, che ha ideato dei percorsi di cura integrati che combinano medicina tradizionale e benessere mentale; Rebloom, azienda che si propone di combattere l’inquinamento derivante dagli scarti di canna da zucchero e dai rifiuti deli packaging con un approccio cradle-to-cradle; il progetto di Social Delivery So.De, per rendere la logistica urbana più equa e sostenibile, e la startup di social freezing Meggy Care.
In altri casi il programma ha generato collaborazioni interne, come nel caso di una studentessa che, trovando un “fit valoriale” con una delle startup incontrate nel percorso di accelerazione, ha scelto di unirsi a loro.
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