Molestie nelle redazioni, il potere protegge chi abusa: le testimonianze di cento giornaliste

Molestiericatti discriminazioni: nelle redazioni italiane ci sono storie che difficilmente si leggono in prima pagina. Ma che rappresentano la quotidianità di molte giornaliste, soprattutto all’inizio della carriera. A rompere il silenzio è l’inchiesta “Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani” pubblicata su IrpiMedia, il primo centro di giornalismo investigativo no profit fondato in Italia. Le giornaliste Alessia Bisini, Francesca Candioli, Roberta Cavaglià e Stefania Prandi hanno raccolto le testimonianze di 100 giornaliste, assunte e freelance, di agenzie di stampa, testate online e cartacee, radio e televisioni italiane. In tutti i casi sono state denunciate discriminazioni di qualche tipo, da stupri e tentati stupri, a baci forzati e mani addosso, molestie verbali, ricatti sessuali e discriminazioni di genere.

«Sono stata stuprata dall’editore della redazione per cui lavoravo». Adele, pseudonimo di una giornalista che, come le altre intervistate, ha scelto l’anonimato per timore di ripercussioni, racconta la violenza sessuale che ha subito quando aveva trent’anni. Insieme a quella di Adele, le altre testimonianze restituiscono un quadro chiaro: le molestie subite, oltre a danneggiare la salute mentale delle giornaliste (alcune interviste raccontano tentativi di suicidio, oltre a un frequente ricorso a psicoterapia e psicofarmaci per arginare il malessere) si ripercuotono sul piano economico, comportando interruzioni di carriera, periodi di disoccupazione e perdita di reddito.

Molestie nelle redazioni, da direttori e caporedattori nella maggior parte dei casi

Violenza sessuale, tentata violenza sessuale, molestie verbali e ricatti sessuali. Nel 2% dei casi sono stati editori, nel 43% direttori, mentre nel 26% caporedattori. Il 61% degli abusi è avvenuto quando le croniste avevano tra i 25 e i 34 anni, il 15% tra i 18 e i 24 anni e il 16% tra i 35 e 44 anni. Già nel 2019 la Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana), il sindacato dei giornalisti, aveva raccolto i numeri, con un sondaggio realizzato in collaborazione con l’esperta di statistica Linda Laura Sabbadini: l’85% delle 1.132 giornaliste che avevano partecipato all’indagine aveva dichiarato di avere subito molestie almeno una volta nel corso della vita professionale.

Nel 2024, l’inchiesta “Voi con queste gonnelline mi provocate” di Irpimedia, ha riconfermato la radice strutturale del fenomeno: un terzo delle testimonianze raccolte (239 studentesse e studenti degli ultimi dieci anni di corsi nelle scuole di giornalismo) ha raccontato di aver subito discriminazioni, molestie verbali e sessuali. Un lavoro che ha portato alla risposta dell’Ordine dei giornalisti.

Con la nuova inchiesta, la situazione non sembra essere migliorata: «Le testimonianze che abbiamo raccolto confermano già quello che era emerso con l’indagine del sindacato dei giornalisti – spiega ad Alley Oop Stefania Prandi – Per la nostra inchiesta abbiamo parlato anche con Mimma Caligaris, giornalista che fa parte dell’associazione GiULiA Giornaliste e che nel 2019 era appena entrata in carica nella Commissione pari opportunità della Fnsi. Secondo Caligaris, il fatto che dentro la mappa delle voci ci sia anche quella delle freelance rende il quadro attuale, se possibile, ancora più duro, a tratti raccapricciante, rispetto al passato».

A cambiare è la consapevolezza delle giornaliste. La violenza non è normalizzata, ma sempre più riconosciuta come tale: «Le colleghe hanno maggiore consapevolezza rispetto al passato, anche se non sanno poi come procedere di fronte alle molestie e alle discriminazioni – sottolinea Prandi – Il piano della sensibilizzazione resta fondamentale: fino a pochi anni fa mancava anche la consuetudine dei termini per nominare gli abusi».

La «companionship» maschile: il supporto tra pari che esclude le donne

Cinzia, una delle testimonianze raccolte nell’inchiesta, è una freelance e collabora da tempo con una redazione: ha raccontato come, fin dall’inizio del suo rapporto lavorativo, sia stata bersagliata di apprezzamenti via WhatsApp dal caporedattore che avrebbe dovuto farle il contratto, mai arrivato. Un tardo pomeriggio, lui l’ha baciata contro la sua volontà. Qualche settimana dopo, il caporedattore ha ordito un tranello per fare in modo che lei finisse a dormire con lui in un appartamento affittato per un evento a cui avrebbe dovuto partecipare. Cinzia si è accorta dell’inganno soltanto una volta arrivata nella città della rassegna culturale. È fuggita, nonostante le insistenze a restare del molestatore, senza ricevere il sostegno delle colleghe presenti sul posto. Quel caporedattore, racconta Cinzia, nel tempo ha fatto carriera e ha avuto comportamenti simili con altre croniste.

Una dinamica rodata che Chiara Volpato, docente di Psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano e autrice di “Psicosociologia del maschilismo” (Laterza, 2013), definisce «companionship» maschile: il supporto che gli uomini si danno l’uno con l’altro, facendo avanzare nei posti di lavoro altri uomini. «Questo avviene in particolare negli ambienti a maggioranza maschile» riporta Volpato. I numeri lo confermano: secondo l’edizione 2025 del report «Sesso è potere», su 35 quotidiani italianisolo due hanno alla guida una direttrice (Nunzia Vallini al «Giornale di Brescia» e Agnese Pini, che dirige i quotidiani del gruppo Monrif), mentre tutti i telegiornali nazionali sono diretti da uomini. Unica eccezione sono le agenzie di stampa, dove le direttrici sono 4 su 10.

«Il potere è maschile e resta tale anche perché i maschi se lo passano tra loro. Questo meccanismo è risultato evidente in diverse redazioni – dice Prandi ad Alley Oop – Abbiamo rilevato situazioni nelle quali, nonostante l’anzianità e i meriti, le colleghe si sono trovate scavalcate da uomini più giovani di loro soltanto perché erano diventati i pupilli dei capi. Questo significa che ci sono colleghe che, nonostante i meriti e/o l’esperienza, non hanno mai ricevuto le nomine e quindi sono rimaste redattrici ordinarie o peggio precarie esterne».

Impunita e seriale: la violenza è «un problema sistemico e strutturale»

Potere e impunità, come spiegano le voci dell’inchiesta, si muovono insieme. Nell’85% delle testimonianze, gli abuser sono uomini in posizioni di leadership: direttori, caporedattori, caposervizio, redattori ed editori. Il resto del campione è composto soprattutto da colleghi e personale tecnico e amministrativo della redazione. «Un fattore che alimenta l’impunità degli abuser è il loro ruolo apicale all’interno delle redazioni. Nelle testimonianze raccolte, risultano essere nel 43% dei casi direttori e nel 26% caporedattori» commenta ad Alley Oop Alessia Biasini, che continua: «Il fatto che queste figure siano gerarchicamente superiori rende ancora più difficile denunciare o ottenere un cambiamento concreto. Molte giornaliste non denunciano formalmente quanto subiscono per diverse ragioni: dalla paura di perdere il proprio lavoro alla precarietà contrattuale, senza dimenticare il timore di subire ritorsioni professionali».

La serialità è un altro elemento ricorrente nelle storie delle giornaliste coinvolte nell’indagine. Il direttore di un media nel quale è finita Alma, dove i tirocini e gli stage erano tutti svolti da ragazze selezionate in base al loro aspetto fisico, faceva battute a sfondo sessuale, mettendo le mani sul viso e sulle gambe alle giovani. Una delle stagiste, dopo essere stata toccata sulla coscia, sotto il vestito, ha avvertito la madre che è subito andata a prenderla. La donna voleva denunciare il direttore, ma la figlia le ha chiesto di lasciare perdere. «La nostra inchiesta fa comprendere che non si tratta di casi isolati – sottolinea Biasini – Bensì di un problema sistemico e strutturale, dove gli equilibri di potere tendono a proteggere chi si trova ai vertici».

Le conseguenze della violenza sulla salute mentale

«Le giornaliste intervistate hanno deciso di parlare con noi nei modi che hanno ritenuto più opportuni: per alcune colleghe il confronto con noi è stato il primo che hanno avuto rispetto a quello che avevano vissuto. – ricorda ad Alley Oop Francesca Candioli – C’è chi ci ha detto che il percorso fatto per quest’inchiesta è stato liberatorio. Per altre è stato più difficile. C’è chi non è riuscita nemmeno a leggere tutta l’inchiesta, una volta pubblicata, tanto è alto il grado di dolore e disperazione causato dalle molestie e dalle discriminazioni subite».

Le testimonianze dell’inchiesta si riferiscono a fatti recenti o di pochi anni fa, fino ad arrivare a vicende più datate ma che hanno ancora ripercussioni sul presente in termini psicologici ed economici. Aurora, ad esempio, racconta di aver pensato di togliersi la vita in seguito a una tentata violenza sessuale. Un collega col doppio dei suoi anni, mentre erano in auto insieme di ritorno da un servizio, le ha toccato le cosce e poi le è saltato addosso. Dopo un breve momento di freezing – fenomeno psicologico che porta a reagire alla paura con una immobilizzazione temporanea fisica ed emotiva – l’ha spinto via con tutte le sue forze, restando con una sensazione di soffocamento per il peso addosso dell’uomo.

Le molestie, gli abusi di potere e le discriminazioni sul luogo di lavoro implicano effetti pesanti sulla salute mentale delle donne, come riportano alcune ricerche che indicano l’aumento del rischio di suicidio e di tentato suicidio. In particolare, uno studio del 2023 pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas)”, ha analizzato oltre 7.800 scansioni cerebrali in 29 Stati, riscontrando addirittura alterazioni fisiche vere e proprie nel cervello delle donne nei Paesi dove le discriminazioni di genere sono più forti.

I danni economici e sociali

Oltre che sul piano psicologico, le molestie hanno conseguenze economiche negative a livello individuale, aziendale e sociale. Interruzioni di carriera, periodi di disoccupazione e perdita di reddito: le vittime spesso si sentono costrette a lasciare il lavoro per evitare maltrattamenti.

Lo confermano anche le giornaliste intervistate: a livello aziendale, le molestie possono portare a un maggiore turnover, a una maggiore segregazione di genere e a difficoltà nel trattenere e reclutare dipendenti di talento. A livello sociale, rafforzano modelli più ampi di disuguaglianza di genere nel mercato del lavoro, minando i principi di pari opportunità. «Una delle nostre fonti ha chiesto a uno studio di consulenti del lavoro di calcolare il danno economico patito a causa del ricatto sessuale subito – riportano le autrici dell’inchiesta – La cifra, considerando che la giornalista ha un contratto con articolo uno a tempo indeterminato, con i contributi Inps e il trattamento di fine rapporto, è stata calcolata su 22 anni di lavoro e supera il milione di euro».

La segregazione verticale ostacola la carriera delle donne

L’analisi di Monia Azzalini, ricercatrice dell’Osservatorio sui media dell’università di Pavia, colloca nel contesto attuale le ripercussioni economiche evidenziate nell’inchiesta e riconosce una forma di «segregazione verticale» nelle redazioni, cioè la sovrarappresentazione maschile nei livelli gerarchici apicali e quella femminile nelle posizioni subalterne che ostacola l’avanzamento di carriera delle donne.

«Il giornalismo fa parte di quel gruppo di mestieri in cui il reclutamento e l’avanzamento di carriera non si basano necessariamente sull’esistenza di titoli o meriti», spiega Azzalini. Nei settori in cui la progressione di carriera è regolata da criteri molto chiari, come la pubblica amministrazione, infatti, la segregazione verticale si riduce, così come il divario economico di genere. Nel settore privato, invece, questi due fenomeni aumentano: l’Inps rileva che i giornalisti guadagnano il 16% in più delle colleghe e che il divario si mantiene in tutte le fasce d’età. Lo stesso avviene per i trattamenti pensionistici: in media le pensioni degli uomini raggiungono i 71mila euro, quelle delle donne 48mila euro. Avere più donne in posizioni di leadership nelle redazioni potrebbe contribuire a ridurre il divario economico di genere e le discriminazioni. Ma, come ricorda Azzalini, la sola presenza femminile non basta: serve una consapevolezza trasversale e la capacità di essere solidali con le altre colleghe.

Dai racconti, infatti, emerge che le giornaliste che fanno attività sindacale e si battono per l’adozione di un linguaggio corretto vengono bloccate negli avanzamenti di carriera e che alcuni settori dell’informazione restano prettamente maschili. Erica, una delle testimonianze, ricorda di essere stata bersagliata per anni perché ha cercato di usare un linguaggio inclusivo. «Discussioni continue con caporedattori per un titolo o una foto che non sessualizzasse le intervistate. Spesso tutto inutile e controproducente. Non so se sia stato per questo o per il fatto di essere donna, non mi hanno mai dato la carica di caposervizio, nonostante io di fatto svolga questo ruolo». Racconti simili vengono riferiti anche da altre giornaliste che vengono derise durante le riunioni di redazione: Augusta è stata bersagliata per anni, tutte le mattine, da un gruppo di colleghi che facevano il turno di apertura con lei nell’emittente dove lavorava perché veniva considerata «una femminista». «Mi prendevano in giro perché volevo usare un linguaggio corretto – racconta nell’inchiesta – Mi dicevano che non si poteva più dire nulla, che ero una fissata, che “ministra” non si poteva sentire perché ricordava “minestra”».

«Anche quando vinci, non vinci mai davvero»: la difficoltà delle denunce

Andreina, caporedattrice, dopo anni di vessazioni, ha vinto una causa per mobbing, ricevendo sei mesi di stipendio come risarcimento. Ma è stata licenziata, mentre il suo aggressore è rimasto al suo posto. «Anche quando vinci, non vinci mai davvero», ha detto. Questa storia spiega perché solo il 3% delle intervistate si è rivolta a un avvocato o un’avvocata. «Negli ultimi anni, come sindacato, abbiamo contribuito a creare strumenti che diano alle colleghe la serenità di poter segnalare e denunciare qualunque tipo di abuso o molestie» commenta Vittorio di Trapani, presidente della Fnsi. Il riferimento è al Codice anti-molestie (promosso da Usigrai e adottato dalla Rai nel 2017) e al Vademecum contro molestie e intimidazioni in ambito giornalistico (presentato un anno fa, dopo la pubblicazione di “Voi con queste gonnelline mi provocate”).

Cambiare la cultura

«Gli strumenti e le leggi per difendersi, sia in campo civile sia penale, ci sono – concludono le autrici dell’inchiesta –  L’iter, però, risulta difficile». Lo chiarisce Roberta Cavaglià ad Alley Oop: «Se da un lato aiutare le donne a denunciare è importante, dall’altro la responsabilità non può sempre ricadere su chi subisce – spiega la giornalista – Come abbiamo provato a spiegare nell’inchiesta, tante donne non hanno la possibilità di segnalare gli abusi subiti per motivi economici, professionali e psicologici. In questo contesto, denunciare resta un privilegio».

Che cosa serve per invertire la rotta? Il cambiamento culturale. «Formazione sulle discriminazioni, non solo di genere e non solo sul posto di lavoro. La tanto contestata educazione sessuo-affettiva a scuola sarebbe già un enorme passo avanti» spiega Cavaglià, che aggiunge: «Serve maggiore sorveglianza sul linguaggio utilizzato sui media quando parliamo di donne e di violenza di genere. Anche qui, gli strumenti non mancano: esiste il manifesto di Venezia, un documento che contiene linee guida fondamentali per il rispetto e la parità di genere nell’informazione. Ma come ricorda una delle nostre fonti nell’inchiesta, Erica, averlo appeso in redazione non basta, anche perché il linguaggio discriminatorio è il gradino più basso, ma non per questo meno importante, della cultura dello stupro». La cultura si cambia con la cultura, a partire dalle redazioni dove il linguaggio è sostanza.

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