Dieci anni di mercato del lavoro: che cosa è cambiato per le donne

L’occupazione continua a crescere nel nostro Paese, e la disoccupazione scende ai livelli più bassi mai registrati, secondo i dati Istat rilasciati all’inizio del nuovo anno. Quale parte hanno avuto le donne in questi progressi?

Consideriamo in primo luogo i tre grandi aggregati che compongono la popolazione in età 15-74 anni: le occupate; le disoccupate; le inattive. Le donne sono metà della popolazione, ma sono minoranza tra occupati e disoccupati e sono maggioranza tra gli inattivi, sia in Italia sia in Europa (Figura 1).

Figura 1 – Quota di donne sul totale della popolazione, dell’occupazione, della disoccupazione e dell’inattività, in età 15-74, in Italia e in Europa – 2024 Elaborazioni su dati Eurostat

Questi dati di struttura si modificano lentamente nel tempo, ma dopo un decennio si può provare a fare un bilancio: che cosa è cambiato per la componente femminile del mercato del lavoro dal 2014 ad oggi?

Occupazione bassa e stabile

La presenza femminile nell’occupazione complessiva, misurata dalla quota percentuale di donne sul totale degli occupati, è rimasta quasi invariata nel corso del decennio, sia in Italia sia in Europa (Figura 2).

Figura 2 – F/MF% – Occupazione in età 15-74 – Anni 2014-2024 Elaborazioni su dati Eurostat

La quota delle occupate era 42,0% nel 2014 ed è salita attualmente solo di mezzo punto percentuale; anche in Europa l’incremento resta al di sotto di un punto percentuale nell’arco di dieci anni.

Il nostro Paese si colloca in fondo alla graduatoria dei Paesi europei (Figura 3), oggi come dieci anni fa, peggiorando anzi leggermente la sua posizione in classifica. Nel 2014, infatti, l’Italia era terzultima (42,0% contro 45,8% della media europea), mentre oggi anche la Grecia ci precede, e siamo penultimi col 42,5% contro 46,5% della media europea.

Figura 3 – F/MF% – Occupazione in età 15-74 nei Paesi europei – Anno2024 Elaborazioni su dati Eurostat

Disoccupazione è stabile e uguale alla media europea

Anche la presenza femminile nella disoccupazione, misurata dalla quota percentuale di donne sul totale dei disoccupati, è rimasta quasi invariata nel corso del decennio, sia in Italia sia in Europa (Figura 4).

Figura 4 – F/MF% – Disoccupazione in età 15-74 – Anni 2014-2024 Elaborazioni su dati Eurostat

La posizione del nostro Paese nel contesto europeo coincide esattamente con la media, oggi come dieci anni fa, ma il valore è in lieve peggioramento sia per l’Europa sia per il nostro Paese: nel 2014 infatti i tassi di femminilizzazione della disoccupazione erano rispettivamente 46,7% e 46,2%.

Inattive: dato maggiore della media europea

Fuori dal mercato del lavoro la componente femminile della popolazione diventa maggioranza, sia in Italia sia in Europa. Nel 2014 il 60,9% degli inattivi era di genere femminile in Italia (era il 58,7% in media europea); anche questa condizione dunque è cambiata ben poco a distanza di 10 anni: le donne sono ancora il 60,5% degli inattivi in Italia e il 57,8% in Europa (Figura 5).

Figura 5 – F/MF% – Persone inattive in età 15-74 – Anni 2014-2024 Elaborazioni su dati Eurostat

Le donne sono sempre la maggioranza degli inattivi, ma la percentuale nel nostro Paese è particolarmente elevata rispetto al contesto europeo: nella classifica dei Paesi europei solo la Grecia e la Romania hanno una presenza femminile più alta di quella italiana tra le persone inattive (Figura 6).

Figura 6 – F/MF% – Persone inattive in età 15-74 nei Paesi europei – 2024 Elaborazioni su dati Eurostat

Riassumendo, quello che caratterizza l’Italia rispetto alla media europea è la maggiore inattività delle donne in età lavorativa da un lato e la minor presenza femminile nell’occupazione dall’altro.

A fronte di questa bassa e stabile presenza femminile nell’occupazione totale, però, molti cambiamenti sono avvenuti nella composizione dell’occupazione nel corso dell’ultimo decennio, sia rispetto alla componente maschile sia rispetto alla media europea. In particolare, sono aumentate in valore assoluto le occupate over 50, le laureate, le dirigenti giovani e le dirigenti laureate, ma i rispettivi tassi di occupazione restano comunque sempre in fondo alla classifica europea.

Ma quanto cresce l’occupazione femminile?

L’occupazione cresce per entrambi i generi nel corso del decennio, e cresce un po’ di più per le donne che per gli uomini. Le occupate in Italia erano 9 milioni e 323 mila nel 2014 e sono 10 milioni e 155 mila al 2024; gli occupati erano 12 milioni e 887 mila al 2014 e sono 13 milioni e 712 mila al 2024. Posto uguale a 100 il numero di occupati del 2014 per genere, la componente femminile raggiunge quota 109 contro 106 della componente maschile.

Anche in media europea l’occupazione cresce più per le donne che per gli uomini, ma soprattutto cresce, per entrambi i generi, più che nel nostro Paese, raggiungendo quota 109 per gli uomini e 112 per le donne (Figura 7).

Figura 7 – Occupazione 15-74 per sesso in IT ed EU27 – V.a. 2014=100 Elaborazioni su dati Eurostat

Il tasso di occupazione femminile[1] italiano resta dunque in fondo alla graduatoria europea, oggi come dieci anni fa (Figura 8), peggiorando anzi leggermente la posizione in classifica. Nel 2014, infatti, all’ultimo posto c’era la Grecia (36%) mentre l’Italia era penultima (40%); attualmente l’Italia è proprio ultima: 46% contro 57% della media europea.

Figura 8 – Tasso di occupazione femminile nei Paesi europei al 2024 Elaborazioni su dati Eurostat

Le laureate hanno una marcia in più

L’occupazione delle laureate è cresciuta molto nel trascorso decennio, più di quella maschile e più della media europea (Figura 9). Anche le diplomate aumentano, sia pure di poco: passano infatti da 100 a 104, mentre le occupate senza diploma calano da 100 a 82 (in media europea i valori al 2024 sono rispettivamente 100 per le diplomate e 85 per le occupate senza diploma).

Figura 9 – Occupati laureati 15-74 per sesso – V.a. 2014=100 Elaborazioni su dati Eurostat

Nonostante questa marcata crescita, il tasso di occupazione delle laureate nel contesto europeo non migliora nel tempo (Figura 10): l’Italia è al penultimo posto dopo la Grecia, e peggiora la sua posizione rispetto al 2014, quando era terzultima con 68% contro 73% della media europea.

Figura 10 – Tasso di occupazione delle laureate nei Paesi europei al 2024 Elaborazioni su dati Eurostat

Per le laureate più giovani (under 30) la situazione è anche peggiore (Figura 11), perché la distanza dagli altri Paesi europei è ancora più marcata: il tasso di occupazione in Italia è pari al 65% contro il 77% della Spagna, l’85% della Francia e della Germania, supera il 90% nei Paesi Bassi, ed è pari all’83% in media europea.

Figura 11 – Tasso di occupazione delle laureate under 30 nei Paesi europei al 2024 Elaborazioni su dati Eurostat

Le over 50 sostengono la crescita

Con laurea o senza laurea, non sono state le donne più giovani a sostenere la crescita dell’occupazione nell’ultimo decennio, ma le donne over 50 (Figura 12).

Figura 12 – Occupazione femminile 15-74 per età e titolo di studio – 2014=100 Elaborazioni su dati Eurostat

Le occupate in età 25-49 anni sono aumentate rispetto al 2014 solo tra le laureate, e in misura molto minore rispetto alle over 50: 116 contro 175. La componente non laureata in età 25-49 anni cala invece drasticamente, passando da 100 del 2014 a 76 del 2024.

Poche donne tra i dirigenti, ma aumentano tra i laureati e tra gli under 40

La presenza femminile nelle posizioni dirigenziali, misurata dalla quota percentuale di donne sul totale dei dirigenti in età 15-74 anni, è rimasta quasi invariata nel corso del decennio, sia in Italia sia in Europa (Figura 13).

Figura 13 – F/MF% – Dirigenti per età e titolo di studio in Italia e in media europea Elaborazioni su dati Eurostat

Nel nostro Paese era pari al 27% nel 2014 ed è attualmente del 28%, facendo registrare un incremento di un solo punto percentuale in dieci anni. In media europea sono maggiori sia la quota sia l’incremento: da 32% a 35%. Per la componente più giovane i progressi sono un po’ più consistenti: in Italia si passa dal 30% al 34% e in media europea dal 36% al 39%. Ma è la componente delle dirigenti con laurea che presenta i progressi più evidenti: da 28% a 38% nel nostro Paese, quota ormai molto vicina a quella europea che è passata dal 34% del 2014 al 39% attuale.

In Italia pochi dirigenti laureati

L’abbinamento alle posizioni dirigenziali della componente femminile è sicuramente facilitato dal possesso di un titolo di studio terziario, e questo è un dato positivo, ma resta invariato il fatto che la quota di laureati, tra i dirigenti di entrambi i generi, è in Italia la più bassa tra tutti i Paesi europei (Figura 14).

Figura 14 – Percentuale di dirigenti con laurea su totale dirigenti – MF – 2024 Elaborazioni su dati Eurostat

Solo il 30% dei dirigenti italiani è laureato, il 70% non ha una laurea, mentre nell’Unione europea i dirigenti senza laurea sono in netta minoranza (39%). In Finlandia e in Lussemburgo quasi l’80% dei dirigenti è laureato, in Francia e Spagna quasi il 70%. Questo vale anche per la componente femminile: in tutti i Paesi tranne l’Italia più della metà delle dirigenti ha la laurea; solo nel nostro Paese la loro quota si ferma a 41% contro il 68% della media europea, il 74% di Francia e Spagna, l’80% del Lussemburgo e l’88% della Finlandia.

In sintesi, nel corso dell’ultimo decennio ci sono stati miglioramenti nelle occupate, nelle laureate, e nelle dirigenti, ma i progressi degli altri Paesi europei sono stati anche maggiori, quindi in tutti e tre i casi il nostro Paese resta in fondo alla graduatoria.

Gender pay gap grezzo in calo

Anche il gender pay gap si è ridotto, sia in Italia sia in Europa (Figura 15), e in Italia il suo valore si posiziona sempre ben al di sotto della media europea; questo però non è un bene, come potrebbe sembrare al primo sguardo, perché è in larga misura la conseguenza delle dinamiche sul mercato del lavoro descritte nei precedenti paragrafi.

Figura 15 – Gender pay gap in Italia e in media europea 2014 – 2024 Elaborazioni su dati Eurostat

Per capire il significato del livello e della tendenza del gender pay gap bisogna in primo luogo tener conto di come il valore del differenziale retributivo di genere viene calcolato. I dati sono rilevati da Eurostat (Structure of earnings survey) come differenza tra la retribuzione media oraria maschile e quella femminile, espressa in percentuale della retribuzione maschile. Questa rilevazione quadriennale fornisce informazioni comparabili sulla retribuzione dei dipendenti per sesso, età e titolo di studio, ma esclude dal calcolo gli occupati del settore agricolo, le imprese con meno di 10 addetti e tutti i dipendenti della pubblica amministrazione.

Il valore del gender pay gap così calcolato è attualmente pari al 2,2% per l’Italia e al 12,0% per la media europea.

Eurostat (2025) denomina questo indicatore gender pay gap grezzo (unadjusted) per distinguerlo dalle elaborazioni più complesse che vengono prodotte al fine di migliorarne la valenza informativa, e suggerisce cautela nella sua interpretazione definendolo un «indicatore equivoco di parità di genere»(p. 25). La differenza nella retribuzione media oraria rappresenta infatti solo una parte della disparità di retribuzione complessiva tra uomini e donne. Ad esempio, se si considera la retribuzione media mensile, invece della retribuzione media oraria, il differenziale si allarga in conseguenza del minor numero di ore lavorate della componente femminile. E il differenziale si allarga in misura anche maggiore se si tiene conto del basso tasso di occupazione delle donne che, pur avendo le stesse caratteristiche produttive degli uomini che lavorano, restano fuori dal mercato del lavoro.

Per tener conto di questi limiti, e per fornire una misura più informativa della reale parità di genere nelle retribuzioni, Eurostat ha sviluppato un indicatore, denominato Gender overall earnings gap, che misura l’impatto di tre fattori specifici – guadagni orari, ore retribuite e tasso di occupazione – sul reddito mensile medio di uomini e donne in età lavorativa. Il valore di questo indicatore nel 2022 è risultato pari al 32,8% per l’Unione europea e al 39,9% per l’Italia.

Le tendenze del mercato del lavoro nell’ultimo decennio mostrano un rafforzamento della selezione positiva delle donne meglio retribuite (più laureate, con maggior anzianità di servizio, occupate in ruoli dirigenziali) mentre le più giovani e le meno qualificate sono rimaste fuori dalle forze di lavoro, quindi a salario zero, e poiché nel calcolo del gender pay gap non se ne tiene conto, il suo valore diminuisce di conseguenza. Tener conto di queste tendenze è particolarmente importante per l’Italia, dove l’esiguo valore dell’indicatore grezzo può portare a una percezione troppo ottimistica della reale differenza di genere nelle retribuzioni. Questo risultato risente infatti molto marcatamente del fatto che le caratteristiche produttive delle poche donne occupate sono nettamente superiori a quelle medie degli uomini occupati, e se questa tendenza continuasse anche in futuro si potrebbe arrivare ad un rovesciamento del gender pay gap a favore della componente femminile, senza per questo garantire la parità di genere nelle retribuzioni.

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[1] Dato dal rapporto percentuale tra donne occupate su popolazione femminile della stessa classe d’età.

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