
Una trasformazione silenziosa ma radicale. Dal 2016 a oggi, mentre il dibattito pubblico su diritti, parità, violenza e rappresentazione si faceva sempre più centrale, anche il cinema ha iniziato a raccontare storie diverse, con nuovi linguaggi e prospettive. Il cinema non è solo un’industria e una forma di intrattenimento: è un linguaggio, un modo di vedere e di raccontare il mondo. E la storia del cinema, da sempre, porta le tracce profonde di chi ne controlla lo sguardo e chi ne occupa la macchina da presa. Le pioniere del cinema – registe, produttrici, sceneggiatrici, ma anche montatrici e operatrici – sono state spesso invisibili nella storiografia ufficiale, pur avendo contribuito in modo determinante alla costruzione di un linguaggio capace di rappresentare la complessità delle vite femminili.
Lo squilibrio di genere nel cinema
Il rapporto “Gender Equality & Inclusivity in the Film Industry” – quinta edizione dell’indagine Almed curata da Mariagrazia Franchi e Rossella Gaudio – fotografa un cinema italiano ed europeo ancora profondamente segnato da disuguaglianze di genere. Oltre 30mila carriere analizzate dal 2017 a oggi raccontano un sistema diviso: le donne sono la maggioranza nei ruoli legati alla “cura” – costumi, trucco, scenografia – ma restano quasi invisibili nei reparti tecnici e nelle posizioni di comando. Solo l’8% dirige il suono, il 10% firma le musiche, e le grandi produzioni sopra i 3,5 milioni di euro restano per l’80% appannaggio maschile. Eppure, dentro questa fotografia senza filtri, qualcosa si muove. Le registe crescono, soprattutto tra le under 35, con un ritmo sette volte superiore ai colleghi uomini. Nel 2024, nonostante il rallentamento delle produzioni, il 20% dei film è stato diretto da donne. E quando arrivano ai festival, vincono: meno budget, più premi.
In una decade in cui lo sguardo femminile ha iniziato a farsi strada con sempre maggiore forza, un film per ogni anno – dal 2016 a oggi, tutti diretti da registe – racconta come il punto di vista stia cambiando.
“Certain Women”, 2016: i diritti invisibili nelle pieghe della quotidianità
Kelly Reichardt sceglie la via del minimalismo per raccontare una verità politica tanto più incisiva quanto più sommessa: le disuguaglianze più profonde non hanno bisogno di alzare la voce per farsi sentire. In “Certain Women” il conflitto non esplode, si sedimenta. Abita i silenzi, gli sguardi sfuggenti, le conversazioni che non portano a nulla. È un cinema della sottrazione, in cui l’assenza diventa linguaggio.
Il film intreccia le storie di donne diverse per età, professione e condizione sociale, accomunate dalla fatica di vedersi riconosciuta un’autorità piena sul lavoro, nelle relazioni, nello spazio pubblico. Il diritto al lavoro, alla parola, all’autonomia non viene negato in modo esplicito, ma continuamente ridimensionato, spostato, rinviato. Reichardt mostra come il “soffitto di cristallo” non sia soltanto un ostacolo professionale, ma una struttura culturale diffusa che attraversa il linguaggio, le aspettative, le dinamiche affettive e persino il paesaggio del Montana, vasto e apparentemente aperto, ma in realtà segnato da distanze e isolamento. Lontano da ogni retorica, “Certain Women” anticipa molte delle riflessioni contemporanee sul lavoro femminile e sulla marginalità sociale, mettendo in scena una politica del quotidiano: quella che si consuma nelle micro-umiliazioni, nelle incomprensioni, nella costante necessità di giustificare la propria presenza.
“Lady Bird”, 2017: educazione sentimentale e disuguaglianza sociale
Greta Gerwig racconta l’adolescenza come un territorio politico. “Lady Bird” non è soltanto una storia di crescita, ma un’indagine sottile sulle possibilità negate e su quelle conquistate con fatica. Il desiderio di “andarsene” della protagonista è anche una fuga dalle gabbie della classe sociale, dalle aspettative di genere, da un’idea di femminilità addomesticata. Il diritto allo studio, alla mobilità, all’autodeterminazione emerge come privilegio fragile, mai garantito. Gerwig costruisce un personaggio imperfetto, ostinato, vivo, restituendo complessità a un’età e a un genere troppo spesso semplificati dal cinema mainstream.
“Una giusta causa”, 2018: il diritto come strumento di cambiamento sistemico
Con “Una giusta causa”, Mimi Leder porta sullo schermo la battaglia legale della magistrata Ruth Bader Ginsburg prima della Corte Suprema, mostrando come le conquiste civili nascano spesso da casi apparentemente marginali.
Il film racconta l’ingresso di una donna in un mondo giuridico costruito su misura maschile e mette in luce il legame profondo tra diritti delle donne e diritti universali. Non si tratta solo di parità di genere, ma di smascherare un sistema normativo che discrimina chiunque non rientri nella norma dominante. È un racconto di perseveranza e visione, che restituisce al diritto la sua dimensione politica e trasformativa.
“Ritratto della giovane in fiamme”, 2019: lo sguardo come atto di libertà
Céline Sciamma, con il suo “Ritratto della giovane in fiamme”, firma uno dei manifesti cinematografici più radicali e compiuti degli ultimi anni, un film che rovescia le convenzioni dello sguardo tradizionale. Elimina deliberatamente il “male gaze” maschile – concetto elaborato dalla teorica del cinema Laura Mulvey per descrivere quello sguardo dominante che nel cinema classico costruisce la donna come oggetto del desiderio e della visione maschile, subordinandone la soggettività – per dare forma a un universo in cui il desiderio femminile non è osservato, ma vissuto; non è oggetto, ma soggetto pienamente agente.
Ambientato alla fine del XVIII secolo, in un’epoca che relega le donne fuori dalla sfera pubblica e decisionale, il film parla con forza al presente: il diritto di scegliere chi amare, come vivere e cosa ricordare diventa una forma di resistenza politica e personale. Sciamma intreccia memoria, arte e amore in una narrazione essenziale e luminosa, restituendo alle donne la possibilità di esistere oltre le imposizioni e le narrazioni dominanti.
“Ritratto della giovane in fiamme” costruisce così uno spazio cinematografico in cui la soggettività femminile è riconosciuta nella sua complessità e autonomia — non come deviazione dalla norma, ma come principio narrativo centrale.
“Promising Young Woman”, 2020: la violenza sistemica e la responsabilità collettiva
Emerald Fennell realizza un’opera che affronta frontalmente la violenza di genere e la cultura che la rende possibile. “Promising Young Woman” smonta la narrazione consolatoria secondo cui il problema riguarda “pochi mostri”, rivelando invece un sistema di complicità diffuse, silenzi e giustificazioni.
Il film interroga il concetto stesso di giustizia, ponendo una domanda scomoda: cosa accade quando le istituzioni falliscono nel proteggere i diritti fondamentali? Senza mai assolvere la società, il racconto diventa una denuncia politica che chiama in causa tutti, uomini e donne, nella responsabilità del cambiamento.
“Nomadland”, 2021: l’Oscar che racconta i diritti sociali
Vincitore di tre Premi Oscar, “Nomadland” di Chloé Zhao porta al centro del cinema globale una popolazione invisibile: chi vive ai margini del sistema economico. Attraverso la storia di Fern, il film riflette sul diritto alla casa, al lavoro dignitoso, alla vecchiaia senza esclusione. Zhao costruisce un racconto che intreccia libertà e precarietà, mostrando come l’autonomia possa diventare una scelta obbligata quando le reti di protezione sociale si spezzano. È un film che allarga il discorso sui diritti oltre il genere, interrogando il modello stesso di sviluppo occidentale.
“Women Talking”, 2022: la parola come fondamento della democrazia
In “Women Talking” Sarah Polley mette in scena l’intensa discussione di un gruppo di donne in una comunità religiosa isolata che, dopo aver scoperto le aggressioni sessuali sistematiche compiute dagli uomini del loro villaggio, si confrontano per decidere se restare, battersi o andarsene.
Il film, adattamento cinematografico del magnifico romanzo “Donne che parlano” di Miriam Toews, edito in Italia da Marcos y Marcos, non è solo una rappresentazione della violenza subita: è soprattutto un’esplorazione profonda del consenso, della responsabilità e del potere delle donne di decidere insieme il proprio destino. Attraverso dialoghi serrati e riflessioni condivise in un fienile che diventa simbolo di spazio democratico e terreno di confronto, Polley restituisce alla parola femminile una forza politica radicale. In un mondo che spesso esclude le donne dai luoghi del potere e sceglie di non ascoltare le loro voci, “Women Talking” trasforma la voce, il parlare, in atto rivoluzionario e la scelta collettiva in un esercizio di democrazia reale. La narrazione filmica diventa così una potente riflessione sull’autonomia, sul linguaggio come strumento di emancipazione e sulla capacità di comunità di affrontare traumi profondi per costruire un nuovo futuro.
“C’è ancora domani”, 2023: storia delle donne, storia di un Paese
L’esordio alla regia di Paola Cortellesi è un caso cinematografico e culturale. “C’è ancora domani” ripercorre l’Italia del dopoguerra attraverso lo sguardo di una donna intrappolata nella violenza domestica e nella subordinazione sociale.
Il film ricostruisce la genealogia delle disuguaglianze di genere, mostrando come il diritto di voto, l’indipendenza economica e la libertà personale siano conquiste recenti e fragili. Il successo internazionale dell’opera dimostra che raccontare la storia delle donne significa raccontare la storia collettiva, senza nostalgia ma con consapevolezza politica. Un racconto che apre nuovi interrogativi: quanto è diversa la vita delle donne di oggi?
“Gloria!”, 2024: l’arte come gesto sovversivo
Margherita Vicario sceglie la musica e l’ironia per raccontare l’oppressione e la ribellione. “Gloria!” è un film che parla di corpi disciplinati, di voci negate, di creatività come strumento di liberazione. Ambientato in un istituto femminile del Settecento, il racconto mostra come l’accesso alla cultura e all’espressione artistica sia anch’esso un diritto politico. Scritto insieme ad Anita Rivaroli, il film è il risultato di un’indagine storica tra documenti e aneddoti, in cui Vicario ha scoperto le storie di «compositrici che, come fiori secchi, sono state dimenticate nelle pagine della Storia». La musica diventa linguaggio politico, la sorellanza una forza trasformativa. “Gloria!” è un film che parla di diritti culturali, di accesso all’espressione e di possibilità di immaginare mondi alternativi.
“La voce di Hind Rajab”, 2025: infanzia, guerra e diritti umani negati
“La voce di Hind Rajab” di Kaouther Ben Hania è un film ispirato a eventi reali che pone al centro dell’esperienza cinematografica la voce autentica di Hind Rajab, una bambina palestinese che, intrappolata in un’auto sotto attacco nella Striscia di Gaza, chiama disperatamente i soccorritori mentre la guerra le nega ogni protezione e possibilità di salvezza. La regista tunisina costruisce l’opera attorno alle vere registrazioni della chiamata della bambina con la Mezzaluna Rossa Palestinese, alternando alla performance degli attori la forza emotiva del suono originale, con l’intento di restituire voce a chi nella violenza dei conflitti spesso non viene ascoltato.
In questo dramma umano intenso, il film interroga il valore della vita, la fragilità dell’infanzia sotto le bombe e la difficoltà delle organizzazioni umanitarie di intervenire in un teatro di guerra. L’opera sfida l’idea di distanza morale: ciò che avviene “altrove” solleva domande profonde sulla responsabilità collettiva e politica di chi guarda e ascolta, trasformando il cinema in strumento di testimonianza, denuncia e memoria.
Durante il gala del Cinema for Peace di Berlino, la regista tunisina Kaouther Ben Hania ha rifiutato di ritirare il premio assegnato al suo film: «“The Voice of Hind Rajab” non riguarda solo una bambina, riguarda il sistema che ha reso possibile il suo omicidio – ha sottolineato la regista -. Ciò che le è successo fa parte di un genocidio». Spiegando le ragioni del suo gesto, ha aggiunto: «Rifiuto di lasciare che la loro morte diventi lo sfondo di un discorso educato sulla pace», affermando di provare «più responsabilità che gratitudine». Ma quello di Kaouther Ben Hania non è un rifiuto permanente: «Lo lascio qui come promemoria e, quando la pace sarà perseguita come obbligo legale e morale, radicato nella responsabilità del genocidio, allora tornerò e lo accetterò con gioia».
2026, sguardi futuri: nuove narrazioni per nuovi diritti
Il 2026 si annuncia come un anno chiave per il cinema diretto da donne, con titoli attesi che promettono di alimentare il dibattito pubblico. Tra questi, il nuovo progetto di Greta Gerwig per l’adattamento di “Narnia”, il travolgente “Hamnet – Nel nome del figlio” di Chloé Zhao e il già discusso “Cime tempestose” di Emerald Fennell. In Italia, crescono le attese per i lavori di figure come Alice Rohrwacher, già acclamata a livello internazionale, e per nuove firme emergenti che stanno ridisegnando il linguaggio cinematografico nazionale con sguardi originali e profondamente personali. Film che non si limitano a rappresentare il presente, ma lo mettono in crisi, continuando a dimostrare che lo sguardo delle registe non è una categoria a parte, bensì una delle forze più vitali del cinema contemporaneo.
Se negli ultimi anni il cinema delle donne ha lavorato soprattutto sulla riscrittura della memoria, sulla denuncia delle disuguaglianze e sulla messa in discussione dello sguardo dominante, nel 2026 sembra emergere una nuova fase: non più solo rivendicazione o contro-narrazione, ma piena occupazione dell’immaginario. Le registe non si collocano ai margini del sistema produttivo, ma sperimentano con i generi – dal fantasy al thriller psicologico, dall’horror d’autore al racconto storico – e ridefiniscono le regole stesse del mainstream. Quest’anno il punto non è chiedersi se esista uno sguardo “femminile”, ma osservare come questo sguardo stia contribuendo a trasformare l’industria, la narrazione cinematografica e l’immaginario collettivo. Dentro e fuori dai confini nazionali.
***
Alley Oop compie 10 anni e dal 15 febbraio al 3 marzo, giorno dell’evento celebrativo che si terrà nella Sala della Regina di Montecitorio, a Roma, pubblicherà una serie di articoli in edizione speciale che ci racconteranno come è cambiata la società dal 2016 ad oggi.
***
La newsletter di Alley Oop
Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com