Quote di genere: i 15 anni della legge Golfo-Mosca per le società quotate e pubbliche

2011-2026: da quindici anni in Italia sono in vigore le quote di genere. Voglio celebrare questi quindici anni partendo non dai risultati di questo periodo. Ma ponendo alcune domande. Quelle che mi sono posta io. E quelle che mi sono sentita rivolgere, spesso con insistenza, da molte e molti incontrati lungo questo percorso.

Domande dirette, a volte scomode. Ma necessarie. Perché è attraverso i dubbi, le incertezze o gli interrogativi aperti che possiamo capire cosa ha funzionato. Cosa meno. E, soprattutto, perché oggi – proprio oggi – non possiamo permetterci di arretrare.

Le quote di genere servono ancora (davvero)?

Iniziamo da una domanda che mi accompagna dai tempi della stesura del testo che sarebbe diventato lette: le quote di genere servono ancora (davvero)?

La risposta, nonostante il tempo passato, resta la stessa: sì. Le quote funzionano. Non perché siano una scorciatoia, ma perché rompono inerzie radicate. Quando sono ben progettate e applicate con rigore, producono cambiamenti reali, misurabili e duraturi. Non sono un fine, ma uno strumento. E finora sono state lo strumento più efficace per far avanzare la parità.

Non avrebbero dovuto diventare superflue col tempo?

Lo sarebbero se nel frattempo si fosse innescato un meccanismo virtuoso capace di portare spontaneamente più donne nei luoghi decisionali. Quel meccanismo, però, non si è ancora attivato. Né nei vertici aziendali, né – più in generale – nel mercato del lavoro. Quando nel 2009 iniziammo a lavorare alla legge Golfo-Mosca, misure come le quote erano considerate un tabù. Tutti questi anni passati e ancora, quella che allora veniva definita una “forzatura”, resta l’unica leva capace di scardinare uno status quo profondamente ingiusto.

Cosa dimostrano i numeri dopo quindici anni?

Dimostrano che l’intervento ha funzionato. Prima della legge, la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate italiane era sotto il 10%. Cinque anni dopo l’entrata in vigore della Golfo-Mosca aveva superato il 30%.

Oggi ha raggiunto un massimo storico: il 43% dei posti nei board è occupato da una donna. Un risultato che ha portato l’Italia da fanalino di coda in Europa a uno dei primi tre Paesi dell’Unione per rappresentanza femminile nei vertici aziendali.

Perché la legge si è concentrata sui consigli di amministrazione?

Perché lì la sotto-rappresentazione era più evidente. Ma anche perché i cda sono luoghi di indirizzo strategico, spazi in cui si decidono le priorità, i rischi da assumere, le traiettorie di lungo periodo. Dal 2011, con la legge 120/2011 – rinnovata nel 2019 – alle imprese quotate e partecipate è richiesto di garantire almeno il 40% del genere meno rappresentato nei board.

È stata una svolta fondamentale. Ma non sufficiente a trasformare da sola il sistema.

Perché, nonostante i progressi, oggi parliamo di rallentamento?

Perché la crescita c’è, ma ha perso slancio. L’effetto a cascata che auspicavamo – verso una maggiore partecipazione femminile a tutti i livelli – non si è pienamente realizzato. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa si è mosso: la certificazione di genere, la direttiva europea sulla trasparenza salariale, la direttiva UE del 2022 che impone quote in tutti gli Stati membri, entrata in vigore nel 2024. Insieme alla legge francese Rixain, sono la prova che l’Italia non solo è stata pioniera, ma ha indicato una strada.

Perché insistere proprio adesso?

Perché il contesto è cambiato radicalmente. Viviamo una fase in cui l’attenzione sui temi di sostenibilità e inclusione rallenta, mentre crescono le tensioni geopolitiche, economiche e sociali. Ma la parità non è un “nice to have” da tempi favorevoli. La parità incide sulla qualità delle decisioni, sulla gestione del rischio, sulla capacità di visione. Può determinare la natura stessa delle scelte che imprese e istituzioni compiono.

Il mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Lo sperimentiamo ogni giorno: l’ordine globale che abbiamo conosciuto negli ultimi ottant’anni si sta disgregando e la rivoluzione tecnologica in corso ha una portata incomparabile rispetto a quelle che abbiamo vissuto negli ultimi cento anni, inclusa la rivoluzione di internet.

In questo scenario, o le donne sono al tavolo dove si decide come sarà il nuovo ordine, oppure – per parafrasare Mark Carney nel suo recente e acclamato intervento a Davos – rischiano di essere un piatto nel menu.

È per questo che non possiamo arretrare proprio adesso. Le quote non sono il traguardo. Sono il mezzo.

E finché non avremo condizioni davvero paritarie, restano indispensabili.

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Alley Oop – Il Sole 24 Ore compie 10 anni nel 2026.

Per celebrare questo decennale abbiamo chiesto a chi in questi anni ha operato per una società più inclusiva e giusta un contributo. Questo commento è di Alessia Mosca, classe 1975, è una politica e politologa italiana. È membro del consiglio di amministrazione di Crédit Agricole, docente di politica commerciale europea a Sciences Po (Parigi) e vice presidente dell’associazione Il Cielo ItineranteFino a fine 2021 è stata Segretario Generale dell’Associazione Italia-ASEAN e vice Presidente di Fuori Quota. È stata membro dell’8ª Legislatura del Parlamento Europeo dal 2014 al 2019 e membro della Camera dei Deputati dal 2008 al 2014. Firmataria della legge sulle quote di genere approvata nel 2011 con Lella Golfo (Forza Italia).

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