
Stupri e stupri di gruppo? Ci dovrebbe pensare la scuola, puntando sulla prevenzione e sull’educazione sessuo-affettiva adeguata, con figure competenti e specializzate. Cyberbullismo, violenza digitale, compagne e professoresse spogliate con l’AI? Serve più educazione digitale, da fare ovviamente.. a scuola. Studente accoltellato a scuola? Insegnanti, psicologici, personale scolastico devono vigilare, la scuola deve prevenire, deve educare contro la violenza.
Oggi, certamente, si chiede tanto agli insegnanti e alla scuola, spesso di supplire ad altre carenze, altre mancanze. Nell’Italia dell’altro secolo, oltre a un ruolo della famiglia generalmente più forte, c’erano più luoghi di aggregazione e i ragazzi e le ragazze vivevano e facevano esperienze fuori casa, mentre ora stanno sempre più rinchiusi nelle proprie stanze. Un tempo frequentavano di più centri sportivi, oratori, centri sociali, luoghi di incontro come le piazze, le strade, i centri commerciali; oggi giocano tra loro con lo smartphone in mano anche quando sono nello stesso luogo e seguono ossessivamente i social.
Il mondo è cambiato e con questo dobbiamo fare i conti. Di fronte a ogni emergenza, a ogni mutamento che spaventa, a essere chiamata in causa è sempre più spesso la scuola, luogo democratico, spazio comune a cui tutte e tutti i ragazzi hanno accesso dove, oltre alle conoscenze, alla cultura, di dovrebbero assorbire le regole delle relazioni e del vivere con gli altri.
La generazione ‘smartphone’ ha indubbiamente compiuto un cambiamento copernicano e una scuola che non si cali nelle problematiche di oggi, non faccia i conti con le fragilità e ansie giovanili, l’iperconnessione, le relazioni interpersonali, non è una scuola che, come dice un insegnante, prepara alla vita. Tuttavia, la domanda, di fronte a professori oggi tra i meno pagati d’Europa, programmi densi da portare a termine, burocrazia, nasce ugualmente: oggi stiamo certamente chiedendo tanto alla scuola, ma stiamo forse chiedendo troppo? Chiediamo troppo alle e agli insegnanti? Sono i docenti pronti a dare le risposte richieste?
Pratelli (Roma Capitale): non lasciare sola la scuola, servono alleanze educative
Riflette Claudia Pratelli, assessora alla scuola, formazione, lavoro di Roma Capitale: «A sentire il discorso pubblico la scuola viene caricata della responsabilità di rispondere a ogni emergenza, eppure è indiscutibile che il primo e principale spazio pubblico di vita dei ragazzi e delle ragazze sia proprio la scuola, dunque quello in cui pareggiare le diseguaglianze e affrontare le grandi questioni del nostro tempo. La vera questione è far sì che la scuola sia messa nelle condizioni di rispondere a bisogni reali e talora nuovi, che emergono con forza proprio nei e dai contesti scolastici. L’educazione all’affettività, alle relazioni e alla sessualità, l’educazione digitale non sono da considerarsi ‘aggiunte’, ma dimensioni che riguardano il benessere di ragazze e ragazzi e il loro stare a scuola e nel mondo. Lo riconoscono le scuole stesse, i dirigenti, i docenti e le comunità educanti.
Le stesse linee guida nazionali indicano il benessere scolastico come una condizione essenziale per un apprendimento di qualità e per lo sviluppo delle competenze chiave, che sono competenze trasversali. L’apprendimento non è separato dagli aspetti emotivi, dalla relazione educativa, da ciò che ci succede intorno».
Tuttavia, alla luce di tutto questo, prosegue Pratelli, «la scuola non può essere lasciata sola: va sostenuta, accompagnata, messa nelle condizioni di lavorare con professionalità adeguate. Non si tratta di chiedere agli insegnanti di fare tutto, ma di costruire alleanze educative capaci di dare strumenti ai ragazzi e alle ragazze, di lavorare con classi meno numerose, di avere spazi di confronto e formazione per il corpo docente».
Costantino: l’educazione affettiva va fatta a scuola, ma occorre un investimento serio
Sulla stessa linea Celeste Costantino, attivista, politica e scrittrice (autrice del recente libro ‘Predatori. Sesso e violenza nelle mafie’) sostiene che è compito delle insegnanti e degli insegnanti non voltarsi dall’altra parte, intervenire con gli strumenti adeguati.
«Quando vedono e li vedono necessariamente, bambini e bambine, ragazzi e ragazze in difficoltà non possono fare a meno di chiedersi come fare ad intervenire. Per farlo – sostiene Celeste Costantino – hanno bisogno di formazione, dí strumenti adatti per prevenire e contrastare forme di bullismo, razzismo, violenza di genere, discriminazioni nei confronti della disabilità e dei più fragili. Tutto questo avviene in classe, a scuola. Nel luogo in cui gli e le studenti trascorrono la maggior parte del loro tempo insieme ai loro insegnanti che sono le figure adulte di riferimento».
Questo è uno dei motivi per cui l’educazione sessuo-affettiva va fatta a scuola ma per farla c’è bisogno di un investimento serio, sottolinea Costantino, che prosegue: «Certo che gli insegnanti si sentono oberati. Perché si fa ricadere sulle loro spalle delle responsabilità didattico educative enormi ma senza supporto formativo ed economico. Gli stipendi sono rimasti gli stessi, il carico di lavoro è aumentato, le interferenze esterne sono più frequenti, il riconoscimento del loro ruolo non esiste più. Come Fondazione infatti continuamo a dire che le proposte di legge che sono state depositate sull’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, anche le più avanzate in termini contenutistici, non vanno bene per noi perché tutte si concludono con la frase: “senza oneri per lo Stato”. Pensare di inserire questo sapere strutturalmente nel nostro Paese senza prevedere un adeguato capitolo di bilancio significa di fatto non volere l’educazione sessuo affettiva nel nostro ordinamento».
Vespri (consulente del MiM): occorre cambiare visione e metodo
Il tema è caldo e Vincenzo Vespri, professore di Analisi matematica all’università di Firenze e consigliere del ministero dell’Istruzione e del merito, propone di intervenire a monte, abbandonando i modelli tradizionali e ripensando radicalmente l’impostazione dell’insegnamento più in generale.
«La mia impressione — afferma — è che, continuando a ragionare secondo i vecchi paradigmi, non ne usciremo. Stiamo sommergendo la scuola di progetti e di burocrazia che hanno poco a che fare con l’insegnamento classico. Se invece, all’interno dei grandi classici, parlando di Dante attraverso lo studio dei canti di Paolo e Francesca, di Brunetto Latini o dell’amore di Dante per Beatrice sarebbe naturale introdurre riflessioni sull’educazione sessuale e sull’educazione affettiva. Questa potrebbe essere una soluzione efficace, perché i discorsi e i ragionamenti non vengono affrontati all’improvviso, né calati dall’alto, ma nascono in modo naturale dal testo. È molto meglio per i ragazzi essere esposti a una visione integrata della conoscenza».
Allo stesso modo, secondo Vespri, «se, leggendo i sonetti di Saffo, non si affrontano anche temi appartenenti alla sfera sessuale, non solo non è possibile coglierne fino in fondo il senso, ma si perde anche un’occasione importante. Con una visione parcellizzata delle discipline, inoltre, è evidente che non si riesce a incidere davvero su nessuna di esse».
L’arrivo dell’intelligenza artificiale rappresenta, a suo avviso, una spinta decisiva verso l’integrazione dei saperi e verso un apprendimento inter- e transdisciplinare. «L’insegnamento a scuola deve essere unitario: non ha più senso separare rigidamente le materie scientifiche da quelle umanistiche. È necessario un approccio diverso, un metodo nuovo, che deve ancora essere pienamente elaborato, per poi essere condiviso e standardizzato».
Non tutti gli insegnanti sono preparati al cambiamento, serve aggiornamento continuo
La domanda cruciale diventa allora: gli insegnanti sono preparati a un cambiamento di questo tipo? «No, non tutti — risponde Vespri — ma vanno preparati. Il paradigma della scuola sta cambiando. Abbiamo introdotto, per esempio, l’insegnamento dell’informatica fin dalla scuola primaria: possono farlo immediatamente tutti gli insegnanti? No, perché non tutti hanno competenze informatiche. Ma per superare questa difficoltà è necessario offrire corsi di formazione mirati. Bisogna abituare gli insegnanti ad aggiornarsi continuamente, perché il mondo cambia sempre più velocemente e non si può più pensare che le conoscenze acquisite durante il periodo di studio siano sufficienti per tutta la loro vita lavorativa».
Dal dialogo in classe alla tutela del benessere dello studente: insegnanti in prima linea
La sfida formativa ed educativa è complessa, e i protagonisti di questa sfida sono proprio gli insegnanti, il corpo docente che vive con sensibilità diverse le continue (ma necessarie, in un società che cambia così velocemente) richieste alla scuola. «Il problema non è (o non è solo) il “che cosa”: il problema sta soprattutto nel “quando”. Insegno da trent’anni e non ho mai evitato di affrontare, da educatore e da adulto, le questioni dell’ambito sessuo-affettivo. L’ho fatto liberamente, se lo richiedeva il dialogo con la classe e in relazione a questioni affrontate nel contesto disciplinare» osserva Paolo Randazzo, professore di latino e greco al liceo classico con 30 anni di insegnamento.
«Oggi, nell’orario settimanale di una scuola superiore, sono state inserite in modo sciatto, disordinato e poco meditato circa novanta ore, tra orientamento in uscita, scuola lavoro ed educazione civica. Inoltre, a quelle novanta ore si aggiungono moltissime ore dedicate ai rapporti col territorio e alla gestione democratica e consapevole della scuola. Non riusciamo più a lavorare» proseue il professore, che conclude: «Il tempo dell’insegnamento e dell’apprendimento delle discipline è stato depauperato, frammentato, privato di quell’ampiezza e regolarità che rendono efficaci i processi formativi. I risultati nella tenuta culturale del Paese sono purtroppo evidenti e non credo che ce lo possiamo permettere».
Francesca Grande insegna nella scuola secondaria di primo grado in Veneto. A suo avviso è «tempo di abbandonare la nostalgia della scuola del sapere, che misura la preparazione di ragazze e ragazzi con il metro del nozionismo. I nostri giovani meritano un cambiamento di prospettiva, meritano una scuola che oltre a far amare i testi letterari della tradizione, educhi anche attraverso gli esempi e le esperienze dei nostri padri della letteratura a vivere delle relazioni sane e a riconoscere quelle tossiche, a saper attuare le scelte utili al raggiungimento del benessere interiore, e a saper affrontare le difficoltà della vita con determinazione»
«É riconosciuto scientificamente – prosegue l’insegnante – che un apprendimento significativo passa attraverso lo stato di benessere dello studente, e che questo è più facilmente raggiungibile attraverso la dimensione relazionale. Insomma, si impara di più e meglio se si apprende facendo e ancor di più insegnando, e quindi vivendo lo studio in una modalità relazionale. Proprio per questo educazione civica, orientamento, educazione all’affettività e alla sessualità sono ambiti di apprendimento che vanno adeguatamente progettati, nel rispetto della trasversalità e non possono essere lasciati al caso. Occorre, pertanto, un lavoro sinergico tra colleghi e con gli specialisti e un’adeguata formazione del corpo docente».
Risposte urgenti per una generazione fragile
Racconta la sua esperienza anche Giusi Burgaretta, docente di italiano e latino al liceo scientifico di Avola, nella Sicilia sudorientale: «A scuola parliamo di tante problematiche attuali, dal cyberbullismo alla violenza sulle donne alla legalità alla mafia. Trattiamo tutti questi argomenti anche attraverso la letteratura. Ma il problema è capire quanto si possa entrare nel caso specifico, fino a che punto l’insegnante può, nei limiti della privacy, entrare nel merito. La scuola talvolta non ha la libertà e gli strumenti adatti e manca anche il raccordo con l’università che spesso si basa su modelli diversi, più nozionistici rispetto a quelli che oggi vengono richiesti alla scuola».
Quanto all’educazione affettiva «se ne parla molto, andrebbe fatta, ma servono figure specializzate e competenti, non è facile. Dare una risposta a tutto questo è tanto più importante e urgente perché c’è una fragilità di fondo che caratterizza le nuove generazioni che è trasversale, si nota in tutti i contesti scolastici e familiari».
Torniamo così alla fragilità raccontata in The Anxious Generation di Haidt. La scuola non può non starci nelle grandi tematiche di oggi, ma non può starci da sola. Deve puntare sulla collaborazione della scuola con le famiglie e le istituzioni. Non è facile, ma poi quando ci riesce i risultati si vedono. «Quando stimolati nella giusta maniera i miei studenti e le mie studentesse danno una risposta positiva, entusiasta e creativa», conclude Burgaretta.
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