Violenza sulle donne: come superare i problemi del braccialetto elettronico

Protocolli definiti e dettagliati, personale formato, monitoraggio h24. E ancora: valutazioni caso per caso dell’idoneità del braccialetto, fatta da magistrati spesso affiancati da commissioni ad hoc per una comprensione approfondita di ciascuna situazione. In Paesi europei come Francia e Spagna si rintracciano varie best practice nell’uso del braccialetto elettronico usato come antistalking nei casi di violenza contro le donne. E in Italia?

Guardando all’attualità, in un caso recente, un uomo di 36 anni, già accusato di violenza sessuale, è evaso dai domiciliari e, secondo gli inquirenti, ha stuprato una ragazza. Aveva l’obbligo di braccialetto elettronico, ma il dispositivo non era disponibile, e lui aveva approfittato per andare in discoteca. Dopo altri casi tristemente famosi di malfuzionamento dei dispositivi che purtroppo hanno avuto come esito anche il femminicidio, ci si è interrogati a lungo sulla correttezza del sistema e si è intervenuti a livello normativo.

Ora l’articolo 97 ter, disposizioni di attuazione del codice di procedura, prevede la verifica della fattibilità tecnica ed operativa dei braccialetti da parte della polizia giudiziaria e della società incaricata. Una previsione che sicuramente denota un passo avanti, ma che non basta. Previsione che poi è stata sostanziata e accompagnata recentemente da un’odg assunto al Senato che impegna il Governo alla realizzazione concreta delle nuove disposizioni.  Anche perché per far funzionare questo strumento occorre una risposta fattiva, a livello di sistema. La soluzione, cioè, sostengono magistrati ed esperti, deve passare da una visione integrata, da valutazioni comparate e politiche mirate, più risorse umane.

Gli impegni per il governo a rendere concreta la nuova norma

Nell’ordine del giorno assunto in Senato in sede di esame del disegno di legge per la conversione del decreto-legge 29 novembre 2024, n. 178 sulle misure urgenti in materia di giustizia, il governo viene impegnato riguardo alle modalità per l’accertamento della fattibilità tecnica, inclusa quella operativa, precisando gli ambiti di competenza della polizia giudiziaria e le attività di supporto tecnico del personale della società incaricata di fornire i servizi relativi ai braccialetti elettronici; le modalità di verifica periodica della fattibilità tecnica, compresa quella operativa, tenuto conto anche del concreto funzionamento degli strumenti elettronici di controllo.

Ancora, al governo viene chiesto di impegnarsi sulle modalità di informazione delle persone interessate dal provvedimento sui comportamenti da tenere per garantire il corretto funzionamento e l’efficacia dei dispositivi anche mediante la consegna di adeguate istruzioni; le modalità di rilevazione e gestione degli allarmi generati dai dispositivi elettronici di controllo, anche attraverso un unico centro elettronico di monitoraggio nazionale, oltre che le istruzioni operative per gli interventi di competenza della polizia giudiziaria delegata per la vigilanza; la presentazione semestrale al Parlamento da parte del ministro dell’interno e del ministero della Giustizia di una relazione congiunta sull’applicazione dello strumento elettronico con specifico riferimento alla efficace tutela delle persone offese.

Valente (Pd): braccialetto è deterrente, valutare caso per caso

Una serie di impegni che dimostra come, una volta inserite le norme che mancavano nel nostro ordinamento per rendere operativi i braccialetti, ci sia ancora tanto da fare. «Molto spesso – commenta la senatrice Valeria Valente, membro della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e già presidente della stessa –  per l’applicazione dei braccialetti si sono riscontrati tempi tecnici che diventano pericolosi per la tutela della donna. Bisogna inoltre considerare che visto che la legge Roccella del 2023 ha reso il braccialetto obbligatorio, il campo di azione si è allargato molto,  occorre quindi anche affrontare un problema di numero di strumenti necessari».

A  monte, va poi ricordato che il braccialetto resta un forte deterrente rispetto all’escalation della violenza, ma bisogna sempre valutare caso per caso. «Se non funziona bene, se il segnale non c’è, se non c’è fattibilità tecnica, il braccialetto può anche essere un’arma a doppio taglio . prosegue la senatrice – La donna può infatti sentirsi, giustamente, più libera di muoversi, ma se il braccialetto non funziona bene questa libertà può metterla maggiormente in pericolo. Per quanto riguarda i comuni piccoli, ad esempio, si verifica un problema di distanziamento nell’applicazione del braccialetto; in questi casi si può valutare, invece del braccialetto, l’applicazione  di misure di sicurezza e prevenzione come il divieto di soggiorno  nello stesso comune dove abita la donna».

L’ordine del giorno che impegna il Governo su vari fronti «presentato dal Pd e assunto in Senato, accompagna la norma, gli impegni vanno poi messi a terra. Vanno resi concreti e rispettati per rendere a sua volta concrete le previsioni del 97 ter del codice di procedura penale», aggiunge Valente.

Menditto: malfuzionamenti tecnici marginali, problema vero legato a numeri

Secondo il magistrato Francesco Menditto, ascoltato anche in Parlamento su questa problematica visto che la procura di Tivoli è stata pioniera nell’uso di questo strumento,  «bisogna distinguere: ci sono dei veri e propri malfunzionamenti tecnici, problema che Fastweb di volta in volta risolve sostituendoli, perché tutto può essere difettoso. Ma è un problema marginale, non frequente. Poi ci sono i casi in cui il braccialetto non funziona perché non può funzionare». Ad esempio se manca il segnale radiomobile (vale a dire per i cellulari) ed è «un problema non tecnicamente superabile con l’attuale tecnologia».

In una terza categoria di casi scattano allarmi per ragioni varie, «se l’interessato ad esempio non carica il telefonino che gli viene dato e che deve portare con sé. Il problema vero è che chi effettua il controllo deve avere la possibilità di poter individuare immediatamente l’allarme reale», dice Menditto.

La legge 168/2023, ricorda il magistrato, ha normato quello che facevano già la procura e i giudici di Tivoli, l’obbligatoria applicazione, una distanza minima di 500 metri, una misura più grave nel caso in cui l’indagato non dia il consenso al braccialetto.  «Premesso ciò, e premesso che ci sono delle criticità da risolvere, il sistema è positivo, è a tutela alle donne, e ha passato anche vaglio della Corte Costituzionale», dice  Menditto.

Da cosa derivano la maggior parte di queste criticità? «Dal fatto che quando non era obbligatorio applicavano in media e in tutta Italia 25  braccialetti al mese, oggi 500 al mese, quindi il sistema di controllo da parte di polizia e carabinieri si è rivelato molto più complicato ed è necessario aggiornarlo».

Le best practice europee

Ma guardiamo meglio quanto accade negli altri Paesi. In Francia ad esempio, è prevista una valutazione caso per caso dell’idoneità del braccialetto, fatta dai magistrati spesso affiancati da commissioni ad hoc per una comprensione approfondita di ciascuna situazione. Il numero di braccialetti in uso è molto inferiore e dunque assicura una gestione più agevole ed efficace. Il monitoraggio è affidato a centrali operative dedicate, private o pubbliche, operative 24/7 con personale formato ad hoc.

In Gran Bretagna viene individuata una “responsible person for electronic monitoring” che ha il compito di monitorare, analizzare e validare gli allarmi di violazione generati dal sistema e allertare la control room (centrale operativa) delle forze dell’ordine. Le forze dell’ordine verificano che ci sia stata una violazione delle disposizioni del giudice, valutano il tipo di intervento necessario e avvisano la donna.

La Spagna rappresenta un po’ il benchmark per gli altri Paesi europei in materia di contrasto alla violenza sulle donne: la legge n. 1/2004 è stata la prima ad autorizzare l’uso di dispositivi elettronici per monitorare gli aggressori. Nel 2009 è stato implementato il sistema di monitoraggio telematico che consente di monitorare in tempo reale il rispetto degli ordini restrittivi. La legge n.10/2022, nota come “Solo Sí es Sí”, ha rafforzato queste misure, consentendo alle vittime di ricevere rapidamente i dispositivi, laddove ritenuto necessario.

La fattibilità è solo uno degli elementi, serve valutazione approfondita

Le nuove disposizioni parlano di verifica della fattibilità tecnica e operativa del braccialetto richiedendo un intervento della polizia giudiziaria sulla possibilità di attivare e rendere operativi questi strumenti, tenendo conto di vari fattori pratici come le caratteristiche del luogo, la distanza, la copertura di rete, la qualità della connessione e i tempi di trasmissione dei segnali. Una volta completata la verifica, la polizia giudiziaria deve trasmettere il rapporto all’autorità giudiziaria entro 48 ore, indicando la fattibilità tecnica delle modalità di controllo. Questo rapporto serve al giudice per valutare se applicare i dispositivi elettronici.

«Ciononostante, a mio avviso, le fattibilità tecnica e operativa – commenta Perla Allegri, ricercatrice dell’Università di Torino – rappresentano soltanto alcuni degli elementi che il giudice deve considerare. È fondamentale una valutazione più approfondita e complessa di ciascun caso specifico, che prenda in considerazione le condizioni sociali, ambientali e contestuali delle persone coinvolte. Solo così si potrà garantire che gli strumenti di controllo siano adottati in situazioni in cui risultano veramente efficaci, proporzionati e adeguati».

La soluzione? Politiche mirate, più risorse umane, visione integrata

Quale potrebbe essere in estrema sintesi la soluzione? Secondo Menditto «in Spagna, ad esempio c’è un protocollo di 16 pagine che precisa come applicare il braccialetto elettronico e quali verifiche tecniche fare oltre che come informare l’indagato e la parte offesa. Ancora, sempre in Spagna, il luogo dei controlli è centralizzato a livello nazionale, un altro elemento positivo».

Per Allegri «al fine di risolvere le criticità appare necessario far coincidere forma e sostanza, evidando interventi di «cosmesi giuridica». Occorre invece «una visione integrata che consideri sia le specificità della violenza di genere sia le possibilità e i limiti delle tecnologie impiegate. Per ottenere risultati concreti e sostenibili, è imprescindibile coinvolgere esperti di volenza di genere in grado di comprendere le dinamiche complesse delle situazioni di rischio, e specialisti in tecnologie di sorveglianza». A tutto ciò va aggiunto «un incremento delle risorse umane con personale – anche non appartenente alla polizia giudiziaria ma esperto del settore adeguatamente formato e in numero sufficiente a garantire un monitoraggio continuo e tempestivo».

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Se stai subendo stalking, violenza verbale o psicologica, violenza fisica puoi chiamare per avere aiuto o anche solo per chiedere un consiglio il 1522 (il numero è gratuito anche dai cellulari). Se preferisci, puoi chattare con le operatrici direttamente da qui.

Puoi rivolgerti a uno dei numerosi centri antiviolenza sul territorio nazionale, dove potrai trovare ascolto, consigli pratici e una rete di supporto concreto. La lista dei centri aderenti alla rete D.i.Re è qui.

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  • Arianna Pigini |

    Ho sempre creduto nel braccialetto elettronico.
    Il concetto di braccialetto elettronico come forma di tutela per le donne vittime di violenza di genere è sicuramente valido e merita attenzione. L’idea di istituire una sala operativa a livello regionale è fondamentale per garantire un monitoraggio efficace e tempestivo del funzionamento dei dispositivi. Questo permetterebbe di intervenire rapidamente in caso di necessità, aumentando la sicurezza delle donne.

    Inoltre, l’integrazione di tecnologie come il GPS avanzato è cruciale. Un braccialetto che funzioni come un orologio e che abbia una copertura più ampia, permettendo di allertare le autorità anche quando l’aggressore si trova a una distanza superiore ai 500 metri, potrebbe fare la differenza nella prevenzione di episodi violenti.

    Rivisitando il design e le funzionalità del braccialetto, si potrebbe puntare su un dispositivo che non solo offra segnalazioni immediate, ma che possa anche incorrere in una rete di supporto più robusta e accessibile, potenziando così la protezione delle donne in situazioni di rischio. In sintesi, una combinazione di tecnologia avanzata, monitoraggio costante e un supporto direzionale potrebbero migliorare significativamente l’efficacia di questi dispositivi nel salvaguardare le vittime di violenza di genere.
    A Roma 21 smartwatch per tutelare le donne vittime di violenza. Il progetto entra nel vivo dopo la firma di un protocollo tecnico nei mesi scorsi tra Comando provinciale dei carabinieri e Procura di Roma. E’ stato già avviato in altre città a partire da Napoli, Torino e Milano.

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