How to have sex − L’educazione al consenso parte dall’educazione di sé

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito oltre 100 scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla. #unite #rompiamoilsilenzio

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È recentemente uscito al cinema “How to have sex”, opera prima della regista inglese Molly Manning Walker.

Il film, presentato al festival di Cannes 2023 all’interno della Semaine de la Critique, racconta l’estate dopo il diploma di un trio di amiche inglesi della working class, Em, Skye e Tara. Quest’ultima (Mia McKenna Bruce, straordinariamente espressiva) è l’unica del gruppo a non avere ancora perso la verginità ed è determinata a farlo nella settimana di vacanza che trascorrono in un resort turistico popolato da altri studenti con le stesse intenzioni. Una vacanza all’insegna di un sesso inteso non come piacere ma come dovere. Un dovere, più che personale, sociale, una prova del proprio “valore di mercato”: in una società ossessionata dal sesso, se nessuno vuole venire a letto con noi, quanto valiamo?

Pur non avendo mai frequentato località turistiche come quelle del film, quei templi del divertimento in cui l’eccesso è un sacramento e la vodka è acqua santa, ho empatizzato con Tara, ragazza spumeggiante ma insicura, con la sua ricerca spasmodica di esperienza, con quel bisogno feroce di aggrapparsi fino all’ultimo all’affetto delle migliori amiche (il triangolo, come ben sa ogni donna, è una forma di relazione tipica dell’amicizia fra ragazze).

Il film inquadra un concetto molto interessante: il sesso degli adolescenti (ma anche giovani adulti) spesso non ha a che fare col desiderio per l’altro, ma col desiderio di piacere. Il consenso ricercato non è quello della persona con cui si desidera andare a letto, men che mai il proprio: è il consenso della società in generale e dei coetanei in particolare. Ed è così che Tara e le sue amiche conoscono un altro trio (due maschi etero cis e una ragazza lesbica) del balcone accanto. Tara è indecisa fra i due ragazzi e per una serie di ragioni finirà col fare sesso con quello meno raccomandabile possibile.
Il film mi ha lasciata a lungo col fiato sospeso perché, da adulta, sapevo cosa sarebbe successo a Tara, cosa avrebbe provato. Una sensazione di disagio difficile da mettere a fuoco: sulla spiaggia cretese di Malia, Tara, nel suo vestito verde fluo trasparente, uno di quei vestiti che ha un senso solo a sedici anni in vacanza al mare, vuole disperatamente perdere la verginità. Prima di farlo il ragazzo glielo chiede: posso? E glielo chiede d’estate, sulla spiaggia, e lui è giovane e bello (coetaneo), lei si sente sola e quasi vecchia visto che dopo quell’estate inizia il college. E dice sì. Quel che ne segue è deludente: Tara non capisce bene perché, lo intuisce forse, ma non possiede ancora gli strumenti per decifrare le origini di quell’insoddisfazione, quel malessere che nei giorni seguenti le leva il sorriso, la loquacità. E poi succede di nuovo, e questa volta Tara è un pochino più consapevole: attraverso il linguaggio del corpo manifesta che non vuole farlo, ma il ragazzo la ignora, ci prova, non si capacita, lei esprime il suo dissenso a parole “sto dormendo” ma il ragazzo comunque insiste. La violenza a cui assistiamo non è quella degli orchi, degli sconosciuti nei vicoli: è quella di un ragazzo che chiede sinceramente: “Ti piace così?” Esattamente come due sere prima le ha chiesto se potessero farlo. Perché lui, tanto quanto lei, non ha i mezzi per capirlo. Tara però dovrà farlo per forza attraverso il proprio corpo, la propria anima, nel modo più doloroso possibile. È una scena straziante, come straziante è vedere la luce dentro Tara spegnersi. Siamo in quella zona grigia del consenso con cui si fa pace dopo anni. Io ce ne ho messi quasi venti.

A lungo, quando mi hanno chiesto se avessi avuto rapporti con uomini, ho detto sì, moltissimi, perché non devi fare niente. Lo dicevo ridendo, senza rendermi conto della gravità di questa cosa. Avevo degli amici fidati ma c’erano anche ragazzi che conoscevo meno e si offrivano di accompagnarmi a casa. Ero, sono, una persona curiosa, e non mi sono mai posta problemi sul genere delle persone con cui andare a letto. Semplicemente, nel mio mondo di provincia, non capitava mai che fossero ragazze. Mentre i ragazzi capitavano.

I ragazzi avevano il potere di “capitare”.

Capitava che mi chiedessero di pagare una specie di pedaggio per riaccompagnarmi a casa.

Capitava che fermassero la macchina da qualche parte sulla costa, troppo lontano dal centro abitato.  Capitava che mi pregassero. Capitava che insistessero.

Quelle estenuanti trattative, prive di qualunque forma di erotismo, le consideravo l’effetto collaterale della libertà di cui godevo. I maschi erano così, insistenti.
So’ ragazzi, veniva detto con leggerezza.
Sei una ragazza, veniva detto come un ammonimento.

Attribuivo la mia insoddisfazione per quei rapporti al fatto che non avvenissero con persone verso le quali provavo un vero sentimento. Un giorno avrei trovato l’amore vero e sarebbe stato bellissimo. Non riconoscevo l’importanza del mio desiderio, il grande assente in quelle notti. Mi concentravo piuttosto su cosa ci fosse di sbagliato in me, che quel desiderio appunto non lo provavo, mentre mi abituavo a tollerare quello altrui. Come molte donne, non ero stata educata a riconoscere i comportamenti abusanti, perché mi erano sempre stati proposti come fisiologici all’interno di una narrazione che vede nel sesso una merce di scambio in grado di regolare rapporti fra i generi che sono sostanzialmente dei rapporti di forza.

Ho avuto incontri simili anche in età adulta, quando il mio orientamento sessuale mi è diventato più chiaro e sono riuscita a esprimerlo a me stessa e agli altri. La tentazione degli uomini di “farmi provare” qualcosa di diverso si è spesso fatta insistenza, e più di una volta mi sono trovata, anche nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, in situazioni in cui, estenuata, l’unica soluzione possibile per uscirne era quella di attraversarla.

Nessuno di quegli uomini mi ha fatto cambiare idea rispetto al mio orientamento sessuale, ma col tempo ho cambiato idea rispetto ai miei confini, e a dare un nome a quella sensazione di fastidio, disagio, malessere, che da sempre costituivano la scia di quegli incontri.

È stato solo un paio d’anni fa, quando il lavoro di cinque anni su una serie dedicata al processo che seguì il massacro del Circeo volgeva al termine, e avevo ormai metabolizzato molti concetti relativi al consenso e al desiderio, che ho sentito in me il bisogno di raccontare quei sentimenti che mi avevano attraversata negli anni. È nata così la sceneggiatura di “Sei mesi dopo”, un cortometraggio che racconta, idealmente, quello che fra vent’anni Tara potrebbe raccontare a quel ragazzo. Quando ho iniziato a cercare collaboratrici per il progetto, le adesioni sono state immediate: ho scoperto così che tutte noi ci siamo trovate in quella situazione, spesso più di una volta nella vita. E che quella zona grigia del consenso è uno spazio attraversato distrattamente, senza empatia, senza uno sguardo sull’altra. E che lo stupro, nella sua accezione più ampia, non ha a che fare col sesso proprio perché manca di quello sguardo, che costituisce l’elemento fondativo dell’erotismo: la percezione dell’altro, dei suoi confini, la sintonizzazione dei desideri. È un discorso sottile da fare perché spesso associamo il sesso a parole che attingono dal vocabolario dell’animalesco (non sempre con accezione positiva), si pensa al sesso come a qualcosa di molto netto, all’eccitazione come un fenomeno meccanico, quando invece è un fenomeno fisico, e pertanto reversibile, fatto di micro movimenti.

Quando ho iniziato a raccontare la storia a quelle che sono le mie amiche e collaboratrici non mi aspettavo di ricevere tanto supporto: se da un lato la loro adesione al progetto mi ha fatta sentire meno sola, dall’altro la facilità con cui hanno empatizzato con la protagonista mi ha convinta definitivamente della necessità di raccontare quella storia che è la storia di tutte noi.

Secondo l’Istat, infatti, le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex.

Forse perché mancano le percosse, le minacce, le fattezze di un uomo mostruoso, possibilmente straniero, sicuramente uno sconosciuto, ma a volte ci mettiamo anni a capire che ciò che avviene quando il consenso è assente è comunque una violenza. Ci arriviamo da sole accumulando esperienze traumatiche, finché non arriva un punto di rottura.

In una società ossessionata dal sesso dire che quello che hai fatto non ti è piaciuto perché ti sei sentita – e sei stata − usata, è scandaloso.
Il vero scandalo è che sei stata abusata. Ma di questo non parla nessuno.

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Se stai subendo stalking, violenza verbale o psicologica, violenza fisica puoi chiamare per avere aiuto o anche solo per chiedere un consiglio il 1522 (il numero è gratuito anche dai cellulari). Se preferisci, puoi chattare con le operatrici direttamente da qui.

Puoi rivolgerti a uno dei numerosi centri antiviolenza sul territorio nazionale, dove potrai trovare ascolto, consigli pratici e una rete di supporto concreto. La lista dei centri aderenti alla rete D.i.Re è qui.

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