Gaia Gorla, una carriera da avvocata tra Dubai e Barhein

scritto da il 08 Gennaio 2024

Da Milano a Dubai, passando per Abu Dhabi, e poi approdare in Barhein: la parabola umana di Gaia Gorla segue anche i trasferimenti fisici. Avvocata, laureata iall’università Cattolica di Milano, a 23 anni è praticante nello studio Gianni & Origoni dove cresce fino a diventare managing associate. All’apice di una carriera non facile, dieci anni fa, il trasferimento nel Golfo. Scelta particolare, soprattutto per una donna, professionista e madre.

«Mio marito è partito nel 2013. Ho aspettato un anno e poi ho deciso di non dividere la famiglia. Nonostante fossi arrivata al picco della mia carriera (in Italia) e al coronamento del mio sogno professionale. Ho potuto continuare a lavorare dalla sede (dello studio italiano) di Abu Dhabi. Poi nel 2019 mi sono detta, posso provare a mettermi in proprio».

Mettersi in gioco

Se la partenza la obbliga a rimettersi in discussione ed è una sfida, allo stesso tempo amplia il suo sguardo sul futuro. «Quando sono arrivata in Medio Oriente l’ambiente era molto diverso da quello che si trova oggi. Dubai era multiculturale sì, ma non così tanto. Abu Dhabi era un posto molto chiuso e molto arabo. Se una persona conosce le tradizioni locali sa che gli uomini – che sono i soggetti al potere – tendenzialmente non interagiscono sempre volentieri con le donne, se (poi) sono bionde, se sono occidentali. Gli stessi arabi non lo ammettono facilmente – lo dico avendolo vissuto in prima persona».

Lontana dall’Europa per quanto in un ambiente ricco di contatti internazionali, si trova a costruire un nuovo set-up lavorativo, dovendo dimostrare la propria professionalità per la clientela locale e per quella italiana, francese e inglese. Per far questo la tecnologia le è cruciale, già da prima che la pandemia la rendesse una modalità accettata e accettabile. «Il Covid in un certo senso mi ha aiutato perché ha sensibilizzato le persone. O meglio, diciamo, le ha risvegliate ricordandogli che si poteva lavorare anche in modo diverso. Questo mi ha permesso di assistere i miei clienti senza troppe preoccupazioni anche da parte loro. In questi anni ho chiuso accordi e transazioni importanti collegata in Zoom».

Un nuovo equilibrio

Alla fine la professionalità, paga, conferma Gorla, che ha ampliato la sua clientela andando a servire anche alcune delle controparti incontrate lungo la carriera. «I miei clienti in generale sono molto impegnati e viaggiano tantissimo per cui la modalità online rappresenta la risoluzione di un problema. Molti sono venuti da me (preferendomi) a chi ha modalità più tradizionali», come l’appuntamento in studio, l’incontro conoscitivo di persona. Certo, non nega, bisogna essere flessibili e restare a disposizione magari in orari non consueti, ma la tecnologia permette di evitare alcuni sacrifici anche già solo abbattendo gli spostamenti dovuti a incontri di persona. Ci si guadagna in termini di tempo per se stessi e per la famiglia.

«Ammetto di essere stata una workaholic. Quando lavoravo a Milano era l’unico modo. Trasferirmi all’estero e avere che fare con culture molto diverse mi ha insegnato il rispetto dei weekend e del tempo personale. Mi sono “rieducata” a rispettare me stessa prima di tutto, controparti e clienti. Se il mio modo ha funzionato è anche perché sono estremamente flessibile e capisco le esigenze dei clienti. Allo stesso tempo però cerco di mettere dei paletti di fronte a impegni famigliari importanti. Il mio lavoro è fondamentale, ma faccio in modo che (i sue aspetti) si rispettino a vicenda. Gli spazi per la famiglia per me sono sacri».

Un simile approccio al lavoro, più flessibile quando possibile, in Italia sembra ancora anche culturalmente poco diffuso. «Mi sono resa conto (della situazione) ex post. Mi sentivo costantemente in colpa quando dovevo uscire per cenare coi miei figli. Succedeva anche quanto avevo già 36 o 37 anni. È una forma mentis. Oggi, quando lavoro da casa, risparmio tempo che posso utilizzare diversamente. Se anche negli studi italiani si ragionasse di più in questo modo, oltre al risparmio economico le persone potrebbero avere uno stile di vita diverso. Comunque si lavora lo stesso tantissimo. Dopo il Covid tanti studi sono tornati a chiedere la presenza e si vive certa flessibilità come un’eccezione, non come una modalità usuale. All’estero c’è un concetto diverso. Tu non ti identifichi con il lavoro, fai un lavoro. Questo (sguardo) cambia il modo di rapportarsi al lavoro».

Cambiamenti culturali

Con una visuale che abbraccia due mondi e culture, Gaia Gorla non nasconde le differenze profonde esistenti e la necessità di provare a comprendere alcune caratteristiche di questa regione, mantenendo uno sguardo benevolo sulla situazione attuale e le evoluzioni in corso.

«Il Medio Oriente è una realtà di grande complessità, ogni nazione ha una sua vita e delle regole. Il Kuwait, gli Emirati, l’Oman, sono tutti diversi. L’Arabia Saudita, per esempio, sta cambiando alla velocità della luce, nel bene e nel male. È un posto incredibile di cui si parlerà tanto dove però ci vuole tempo affinché possa processarsi un cambiamento radicale. Non lo nascondo, per me soprattutto i primi anni, rendersi conto che la tua professionalità non conta perché sei donna o perché il tuo interlocutore (locale) non è familiare nel parlare di temi professionali con una donna, è stato frustrate e demoralizzante. In certe realtà è ancora così». Stiamo parlando di Paesi in cui solitamente i luoghi di potere sono ancora maschili e dove il cambiamento quindi richiederà tempo, imparando, da occidentali, che esistono una logica, linguaggi, gesti, abitudini, abiti diversi.

Lavorare in ambito internazionale

A livello professionale, si impara velocemente a confronto con un ambiente internazionale abitato da giganti e un mercato del lavoro molto competitivo. «Per me all’inizio è stato scioccante. Mi ha reso umile: mi sono rimessa in gioco e sono ripartita da zero. Sei da sola ti confronti con collegi di tutto il mondo e devi dimostrare chi sei e cosa sai fare. Prima come persona perché devi farti conoscere e stringere alleanze, poi come professionista. È stato durissimo anche perché è arrivato in un momento della mia vita in cui pensavo di star raccogliendo qualcosa. Ho ricominciato. Ricominciare spaventa sempre, ma ti insegna che questa è la vita, non si può dare niente per scontato. Ti toglie la boria, l’ego. A me ha fatto capire di quanto avessi bisogno della mia famiglia».

Nelle difficoltà, allora, la crescita e, con l’esperienza, la possibilità di dare consigli a chi volesse partire. Il primo suggerimento è fare tabula rasa delle certezze e prepararsi a ricominciare. Con uno sguardo positivo però, perché nel re-iniziare si può inventare un percorso nuovo. «Se qualcuno me lo avesse detto – riflette -, penso ne sarei stata grata perché credo sia la cosa più vera e onesta. Ricominciare è sempre una scommessa, ma è un grande regalo». Restando aperti sia alla cattiveria che alla generosità e all’amore delle persone. «Ci terrei a passare questo messaggio perché tutti ti danno un giudizio. Però (alla fine) deve essere il percorso giusto per te».

La terra che Gorla ha incontrato in questi anni è sicuramente ricca di opportunità, ma anche di forti spinte conservatrici. Rischi e benefici di cui non tutti hanno un’idea chiara. Molti la vedono come il luogo per fare soldi facili e arrivano allo sbaraglio. Poco coscienti delle sfumature, la vivono come momento transitorio. È successo per esempio durante il boom degli esperti di cryptocurrency. Appena hanno smesso di guadagnare molto, se ne sono andati a causa dei costi non più sostenibili. «Dall’Italia – nota in particolare – molti giovani arrivano impreparati, non parlano bene l’inglese e pensano di poterlo imparare sul posto. Attratti dal lifestyle, sanno poco di quello che vengono a fare. Di contro, arrivano (e restano) professionisti più maturi di grande esperienza che conoscono il contesto e hanno competenze settoriali particolari e un bagaglio solido».

Un mercato internazionale dai livelli di competizione altissimi, richiede di sfruttare al meglio le proprie competenze, coscienti allo stesso tempo che non mancheranno le difficoltà. «Però è anche la cosa bella: ti rende una persona migliore un/a professionista più capace, più empatico/a. Voglio comunicare l’importanza dell’approccio mentale giusto, partire con delle aspettative realistiche positive, ma oneste». Soprattutto se si parte con figli piccoli, come è successo all’avvocata che ha trovato l’esperienza  a Dubai bellissima. Ma anche un luogo in cui diventa difficile crescere degli adolescenti. «Trasferirmi in Bahrein, dove le famiglie lavorano e non vivono di rendita, mi ha aiutato a trovare la semplicità e certi aspetti di concretezza della vita. Trovo sia più sano i miei figli si confrontino con realtà più semplici, più vicino a quelli che sono i miei valori. Avranno tempo, più avanti studiando, per altre cose».

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