Come fermare i femminicidi? Più misure cautelari ai primi segni di violenza

scritto da il 17 Settembre 2021

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Se ne parla troppo ormai, e il risultato è che i femminicidi non si fermano, più se ne parla e più c’è un effetto imitazione”. Capita di sentire anche questi commenti dopo che si sono tristemente contati otto femminicidi in 10 giorni (l’ultimo quello della giovane Alessandra Zorzin, mamma di una bimba di due anni) e salgono sopra quota 50 le donne uccise per mano del partner e dell’ex da inizio anno, oltre 70 in ambito familiare o affettivo. Davanti a questi numeri, dice Valeria De Vellis, avvocata matrimonialista, partner dello Studio Missaglia De Vellis di Milano, non bisogna però fermarsi, bisogna anzi continuare l’importante lavoro mediatico di conoscenza del fenomeno. Ma deve cambiare la reazione. Usare subito le misure cautelari, ai primi segni di violenza, agire nell’interesse dei minori, proteggendoli dalle violenze, aiutare le donne dal punto di vista psicologico. È la soluzione concreta proposta da De Vellis che da oltre 25 anni si occupa diritto di famiglia, della persona e dei minori.  “Credo molto – dice nell’intervista ad Alley Oop Il Sole 24 Ore – nel lavoro di prevenzione”.

whatsapp-image-2021-09-16-at-15-53-20Perché, dal suo punto di vista, non si riesce a fermare la spirale della violenza?

I femminicidi ci sono sempre stati, le statistiche parlano di uno ogni tre giorni, è un dramma.  Se non si interviene per porre rimedio, il problema non si risolverà, anzi è destinato a crescere. In primis, bisogna agire sulla prevenzione. L’omicidio, e questo lo dicono psichiatri e psicologi, è nella maggior parte delle volte preceduto da una serie di segnali. Si assiste a un’escalation di violenza: spesso si inizia con la violenza psicologica, poi con quella sugli oggetti e sulle persone. Prima del femminicidio si verificano minacce, maltrattamenti, comportamenti persecutori, percosse.  Bisogna, quindi, intervenire immediatamente, mettendo al riparo le vittime con i provvedimenti cautelari previsti dalla legge, ma molto spesso non concessi dai giudici.

Il vulnus è quindi nella formazione mancante della magistratura?

In effetti le leggi ci sono, vanno applicate, a volte è ancora difficile avere misure cautelari. Mi riferisco agli ordini di protezione e cioè all’allontanamento del familiare violento dalla casa familiare, al divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima, come il luogo di lavoro o la scuola dei figli, e alle misure accessorie come l’incarico ai Servizi Sociali di disciplinare le frequentazioni dei minori. D’altronde, ci sono Paesi come gli Usa dove se un marito fa una minima parte di quello che a volte si vede in Italia, finisce in carcere. Certamente, l’Italia è un  Paese più garantista, ma bisogna essere garantisti anche nei confronti delle vittime. È ancora troppo alta la soglia per concedere le misure cautelari, anche se registro un miglioramento rispetto a una ventina di anni fa. Mentre nei primi anni di applicazione della legge n. 154/2001 gli ordini di protezione venivano dati solo nei casi di violenza fisica, con referti di pronto soccorso e lesioni gravi, oggi, grazie a un’opera di sensibilizzazione anche a livello mediatico, vengono concessi anche quando si forniscono prove della sola violenza psicologia. Recentemente ho seguito due casi con prove di violenza psicologica molto gravi: urla, minacce anche di morte, stalking, insulti tesi a svilire e ad annichilire la personalità della vittima, reiterati nel tempo. Il marito è stato quindi allontanato dalla casa familiare. I giudici hanno capito che il passo dalla violenza psicologica a quella fisica è breve.

Che cosa accade invece nell’ambito della responsabilità genitoriale nel caso di un padre violento?

Purtroppo, siamo ancora lontani dal comprendere che il marito, il compagno violento non può essere un buon padre, bisogna mettere in discussione la genitorialità subito. La violenza assistita è violenza a tutti gli effetti, come è dimostrato dai rapporti dell’Oms. I danni che fa la violenza assistita sui minori sono gli stessi degli abusi diretti sui minori. Ci sono gli stessi risvolti psicologici, dalla depressione, al difetto di autostima, agli scarsi risultati scolastici, alle problematiche affettive e comportamentali.  Un padre che picchia o è violento con la madre davanti al figlio non può essere un bravo genitore. Di fronte a questa certezza, una delle misure che bisognerebbe adottare più spesso è quella degli incontri protetti con tutte le cautele necessarie. Nei casi più gravi bisogna invece arrivare ai provvedimenti di sospensione delle visite e alla limitazione o decadenza dalla responsabilità genitoriale.

Secondo lei perché si riscontra questa carenza di interventi sulla genitorialità di un padre violento?

I giudici molto spesso scambiano questi casi per banali separazioni conflittuali. Quello che dovrebbero capire è che, invece, il minore va protetto dai comportamenti del genitore violento perché il rischio è non solo quello che il bambino abbia un danno irreversibile nel suo sviluppo, ma che recepisca passivamente i comportamenti violenti che poi riprodurrà nelle sue relazioni.  Un bambino che vive con un genitore che maltratta e vittimizza l’altro sarà un uomo violento.  Un bambino vittima di violenza assistita sarà un padre violento. Dobbiamo quindi chiederci: che tipo di generazioni vogliamo far crescere? Non vogliamo spezzare la catena generazionale della violenza? Il danno, infatti, non sarà solo per la vita del bambino, ma anche per quella delle donne che si relazioneranno con lui, una volta cresciuto. La mamma (o il padre nei più rari casi sia la madre a essere violenta) che chiede misure di protezione per il figlio, incontri protetti, viene scambiata come madre alienante. Se ci sono le prove della violenza, chi chiede misure di protezione non è un genitore conflittuale, ma sta doverosamente proteggendo il figlio.

Qual è allora in sintesi la soluzione che propone? 

Credo molto nella prevenzione: occorre adottare misure cautelari ai primi segnali della violenza, mettere in sicurezza i bambini, e poi, e qui c’è un problema di risorse, incrementare l’aiuto psicologico per le vittime. Chi ha subito violenza deve andare in terapia, non è un optional. Spesso le donne vittime di femminicidio hanno aperto la porta all’aggressore, ancora una volta si sono fidate. Con adeguato aiuto psicologico probabilmente non cadrebbero in questo errore.

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Ultimi commenti (1)
  • Ezio |

    Condivido in pieno l’invito finle per un supporto psicologico alle vittime di violenza, fin dall’inizio delle manifestazioni e mi permetto di aggiungere che lo stesso supporto psicologico deve essere previsto anche per il violento, affinché capisca e si renda conto di avere problemi che possono essere risolvibili se aiutato, in modo che possa eviatre di rovinare la vita della compagna, la sua e quella dei figli quando ci sono.
    Perché la parola d’ordine condivisa deve essere la prevenzione su tutti i fronti, anchi su chi causa i problemi e non solo su chi ne subisce poi le conseguenze.