Giulia Schiff, la violenza del nonnismo che colpisce anche le donne

scritto da il 29 Dicembre 2020

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Era il 20 ottobre 1999 quando il nostro Paese concesse alle donne la possibilità di arruolarsi nelle forze armate. Da allora, da quella legge 380/99, sono passati quasi 22 anni e le professioniste che hanno scelto questo tipo di carriera sono circa 16mila (dato al 2019). Si tratta di numeri ancora bassi rispetto al totale dei membri delle Forze armate e che tuttavia iniziano a raccontare una storia nuova anche all’interno di settori e carriere considerate da sempre maschili.

Una storia fatta di sogni realizzati, come quelli di tante ragazze che per anni hanno desiderato arruolarsi nell’Esercito, nella Marina, nell’Aeronautica o nel corpo dei carabinieri. Ma anche di aspettative deluse dall’incontro – o meglio dallo scontro – con la parte più buia, più deteriore delle Forze armate, quella che affonda le sue radici nella prepotenza e nell’intimidazione trasformate in rito: il nonnismo.

Il “caso Scieri”, che rivelò il nonnismo all’opinione pubblica
Una parola che nella mente di tanti italiani si lega al ricordo del “caso Scieri”, forse la più clamorosa e terribile vicenda di nonnismo in caserma. Il caso prende il nome dalla sua vittima: Emanuele Scieri, giovane avvocato di 26 anni che appena conseguita la laurea, nel 1999, dovette, come tutti all’epoca, fare il servizio di leva obbligatorio. Emanuele scelse il corpo dei parà e venne destinato alla caserma Gamerra di Pisa dove arrivò e morì il 13 agosto 1999. Il suo corpo venne ritrovato tre giorni dopo e la sua morte considerata per oltre 20 anni “un incidente”. Solo nel 2020 due procure, quella militare e quella ordinaria di Pisa, dopo aver riaperto il caso hanno chiesto il rinvio a giudizio per 5 superiori di Emanuele. Tre di questi, secondo i pubblici ministeri che hanno indagato, avrebbero sorpreso Emanuele a parlare al cellulare – cosa vietata in caserma – e avrebbero deciso di punirlo picchiandolo e spingendolo a scalare una torretta di asciugatura dei paracadute dalla quale sarebbe poi precipitato da circa 10 metri di altezza. La vicenda, anche a causa delle molte omissioni e silenzi, scosse profondamente l’opinione pubblica e contribuì a far maturare la decisione di rendere il servizio di leva non più obbligatorio.

Ma la morte di Emanuele Scieri portò anche all’attenzione del Paese il fatto che gli atti di nonnismo erano una terribile realtà in tante caserme italiane anche perché, proprio come nel caso di Emanuele, venivano tollerati e persino nascosti, da chi trovandosi in posizioni di comando avrebbe dovuto invece reprimerli e scoraggiarli. Consapevoli della capillarità del problema circa un anno prima della morte di Emanuele, nel 1998, le Forze armate stesse avevano creato l’Osservatorio permanente sul nonnismo che in quell’anno registrò 268 casi. Scesi poi repentinamente a 122 nell’anno del caso Scieri, il 1999.

Un fenomeno che scompare o un fenomeno ancora sommerso?
Andando avanti negli anni si riscontrano 153 episodi nel 2000 e poi una progressiva sparizione del fenomeno tanto che nella relazione 2018 sullo stato della disciplina militare e sullo stato dell’organizzazione delle Forze armate (in cui già da diversi anni sono confluiti i dati dell’ex osservatorio permanente sul nonnismo) si legge che “Si conferma la tendenza in atto negli ultimi anni, in base al quale si può affermare che la manifestazione di episodi riconducibili al fenomeno del nonnismo abbia carattere sporadico”. Talmente sporadico che secondo i dati 2018 sono stati più numerosi i casi di molestie sessuali: otto, a cui si aggiunge un caso di stalking. Al di là della capacità di questi dati di fotografare davvero la realtà di un problema che, proprio come la violenza contro le donne, nella maggior parte dei casi non viene denunciato per paura di ritorsioni, c’è da dire che questi numeri raccontano soprattutto un fenomeno nuovo, legato all’ingresso delle donne nelle Forze armate.

Le donne sono sempre più vittime
La violenza mascherata da goliardia che per anni è stata riservata agli uomini che sembravano più deboli, o semplicemente meno aggressivi, colpisce oggi anche le donne. Lo ha ammesso anche Marco De Paolis, procuratore generale militare, durante un discorso tenuto per l’inaugurazione dell’anno giudiziario militare a marzo 2019. “Poiché oggi nelle forze armate sono presenti anche le donne – ha dichiarato De Paolis – gli atti di prevaricazione e di violenza che costituiscono il ‘nonnismo’ spesso si connettono e si associano con una finalità di carattere sessuale”. Era quello che avveniva, per fare un esempio, nella caserma Clementi di Ascoli Piceno dove le indagini per l’omicidio di Melania Rea hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica anche diversi casi di nonnismo “di carattere sessuale” di cui erano state vittime varie allieve, ma solo poche avevano avuto il coraggio di denunciare.

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Il coraggio della denuncia di Giulia Schiff
Chi ha avuto il coraggio di denunciare e sembra oggi pagare le conseguenze del suo gesto è anche Giulia Jasmine Schiff. Vent’anni, capelli biondi, fisico atletico, Giulia cresce a Mira, in provincia di Venezia, con il sogno di diventare pilota delle Frecce tricolori. Sostenuta dal padre, ex ufficiale, oggi pilota di aerei civili, a gennaio 2018 Giulia partecipa e vince il concorso per allievi ufficiali dell’Aeronautica militare, la via per ottenere il brevetto di pilota militare. Su 200 candidati arriva quarta e inizia l’addestramento alla Scuola di Volo di Latina. Giulia Schiff è brava e appassionata e il 4 aprile 2018 vola per la prima volta da sola. Nel gergo militare si chiama “la solista” e si tratta di un momento così importante da meritare una cerimonia ad hoc: il cosiddetto battesimo del volo. Un rito goliardico che consiste nell’essere bagnati dai compagni con un secchio d’acqua o con un tuffo in piscina. Nel caso di Giulia Schiff, al bagno in piscina si aggiungono delle frustate con verghe di legno e il lancio a mo’ di ariete contro l’ala di un aereo. La giovane racconta tutto al padre, gli fa vedere il video realizzato durante la cerimonia e anche le foto dei segni che le frustate avevano lasciato sul suo corpo. Lui decide di rivolgersi ad alcuni ex colleghi e così partono le prime indagini interne che si concludono senza nessuna conseguenza, bollando il fatto come un episodio goliardico.

Le conseguenze non si fanno invece attendere per Schiff che, come hanno raccontato suo padre e il suo avvocato sia ai giornali che alla trasmissione televisiva “Chi l’ha visto”, da quel momento viene esclusa dai compagni e presa di mira dai superiori. Giulia Schiff, in breve tempo, colleziona infatti molte lettere di biasimo e punizioni. In tutto 60 giorni di consegna che lei stessa in varie interviste commenta così: «Mi punivano per qualsiasi sciocchezza, una pesca addentata a un metro dalla zona consentita, una chiacchiera sulle scale…». Questa collezione di punizioni e richiami porta, il 6 settembre 2018, all’esclusione dall’Accademia per “insufficiente attitudine militare”. Pochi giorni dopo Giulia sarebbe dovuta partire per Lecce dove avrebbe dovuto conseguire il brevetto di pilota militare. A quel punto la giovane decide di denunciare e di chiedere il reintegro che viene prima negato dal Tar del Lazio e poi accolto dal Consiglio di Stato che, a giugno 2019, le consente di riprendere l’addestramento all’Accademia militare di Pozzuoli. Anche in questo però, secondo quanto dicono la famiglia e i legali, va in scena lo stesso copione: esclusione dai colleghi e punizioni dai superiori. Questa volta Giulia collezione in 8 mesi 31 giorni di consegna, 4 rimproveri e 3 richiami formali. Secondo il Corriere della Sera “sommati ai 60 dell’intero anno precedente costituiscono un record nella storia dell’aviazione italiana”.

Come a Latina, Giulia non ritiene che all’origine di questo trattamento ci siano delle mancanze sue ma piuttosto la volontà di emarginarla. Per questo inizia a fare domande ai pochi colleghi che ancora sono disposti a parlare. Una persona in particolare – che lei registra – le dice che gira voce che dall’alto abbiano dato indicazione di escluderla. Chi non dovesse essere disposto a farlo rischia di mettere in discussione la sua stessa carriera. A questo punto Giulia Schiff chiede un’indagine interna per mobbing. L’amministrazione aeronautica indaga ma conclude che “i presunti atti di mobbing, comportamenti vessatori o comportamenti persecutori (…) non hanno trovato riscontro”. Nel documento, mostrato dalla trasmissione Chi l’ha visto si legge invece che la ragazza sarebbe “insofferente alla disciplina”. Ed è questa sua insofferenza a motivare la scelta, a marzo 2020, di escludere nuovamente Schiff dall’Accademia ribadendo che non è “idonea dal punto di vista militare per ulteriori attività presso le scuole di volo militari”.

Se quello che è accaduto a Giulia Schiff sia davvero un caso di nonnismo o no, lo decideranno il tribunale militare di Roma e quello ordinario di Latina. Entrambe le procure dopo mesi di indagini hanno infatti chiesto e ottenuto dal giudice competente il rinvio a giudizio per gli 8 compagni della giovane che avevano partecipato al rito. Nel caso del tribunale militare di Roma la prima udienza è fissata il 9 marzo 2021 per le accuse di “concorso in lesione personale e ingiuria”. A Latina invece il processo inizierà il 5 novembre 2021 per “violenza privata”.

Un sentiero tortuoso, che vale la pena di percorrere
Al di là di come andrà il processo, la vicenda di Giulia Jasmine Schiff racconta cosa può accadere a chi sceglie di denunciare. Può accadere di non essere credute, di essere trattate ancora peggio, ma anche che chi indaga prenda sul serio le nostre accuse e decida, di provare a capire come sono andate davvero le cose. Questo non toglie il fatto che scegliere di denunciare, di fare nomi e cognomi, sia ancora oggi incredibilmente difficile. È difficile trovare il coraggio per farlo in un contesto normale e diventa quasi impossibile in ambienti dove lo spirito corporativo tende ad avere sempre la meglio sui problemi del singolo. La storia di Giulia, indipendentemente dall’esito giudiziario, racconta però che una strada esiste, per quanto tortuosa ed impervia. E come tutti i sentieri, più piedi troveranno il coraggio di percorrerlo più questo diventerà battuto e spianato. Un sentiero in cui è importante non sentirsi mai sole.

Ultimi commenti (5)
  • Mario |

    Giusto oggi 5/1 il TAR non ha accolto il ricorso della Shiff per essere riammessa in AM. Dalla sentenza si legge che già prima del corso di volo la commissione giudicatrice valutava negativamente la sua attitudine militare, ma era comunque ammessa al corso di volo che ha superato, nella speranza che nel periodo di addestramento formale potesse recuperare. Ciò non è accaduto e la Shiff è stata terminata. Tutto documentato e il Tribunale non ha potuto fare altro che confermare l’espulsione. Comunque, tranquilli, la Shiff diventerà pilota civile e speriamo che si plachi nella sua insubordinazione prima che diventi comandante.

  • Mike |

    Che quindi, secondo quanto affermi, “essere idoneo alla vita militare” significa essere propensi ad annullare la propria dignità di persona umana. Sai, faccio parte di una forza di polizia ad ordinamento militare da 35 anni e non sono l’ultima ruota del carro. Non ho mai trattato i miei collaboratori come “inferiori” di fantozziana memoria. Ti inviterei a ben ponderare le tue affermazioni, che rispetto, ma non condivido affatto

  • Mike |

    È tutto vero. Quando la casta decide di escluderti non hai scampo. Loro ti tirano le pietre nascosti da una radura. Tu sei al centro di un campo di calcio sotto i riflettori e ti vedono benissimo. Loro continuano a condurre la loro vita serenamente e tu logori la tua. Esprimo la mia piena solidarietà a questa coraggiosissima ragazza

  • Agostino |

    Come si può pensare che una ragazza che si è classificata 4^ su 200 e che ha passione per il volo sia cosi sciocca da subire non so quanti giorni di consegna e richiami vari. Io sono militare e conosco l’ambiente e penso che la ragazza dice il vero e che questa situazione sia scappata di mano ai superiori.

  • michele |

    Bah… Io dico che un militare che non regge lo “stress” di un tuffo in piscina (rito goliardico a cui vengono sottoposti TUTTI i giovani piloti) forse ha sbagliato carriera… Invito tutti ad andare a vedere il video per valutare le “vergate” di cui si parla nell’articolo.
    Sicuramente nel suo caso sono stati fatti due errori: 1) non accorgersi durante la valutazione psicologica effettuata durante la selezione del fatto che non fosse idonea alla vita militare 2) il mobbing successivo all’episodio