La violenza invisibile: l’arma dell’alienazione contro donne e bambini

scritto da il 08 Marzo 2019

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C’è un’altra violenza che si consuma sulla pelle di donne e bambini: subdola, strisciante, non codificata nel vocabolario comune degli abusi di genere. Sconosciuta ai non addetti ai lavori è in grado di isolare le donne che ne sono vittima, relegandole in un inferno di perizie, carte, ricorsi. “Rivittimizzandole”, come si dice in gergo: e quindi rispondendo alla violenza con altra violenza. Stiamo parlando della Pas (Parental alienation syndrome), che è stata importata negli anni ’90  da oltreoceano. Il teorico della Pas era Richard Gardner, un medico americano che iniziò a scriverne nel 1985, insieme ad alcuni articoli per i quali fu accusato, per altro, di sostenere la pedofilia.

Si tratta di una teoria che inquadra il rifiuto dei bambini nei confronti di un genitore in una vera e propria malattia psichiatrica o disturbo relazionale, che sarebbe frutto di un lavaggio del cervello da parte dell’altro genitore, spesso la madre in quanto genitore collocatario, affetta  anche lei dalla stessa patologia, dallo stesso disturbo. Le conseguenze sono facilmente intuibili: madri e figli diventano casi psichiatrici da trattare e le loro affermazioni nei tribunali del tutto inattendibili. Se poi il contesto è quello della violenza familiare, come spesso accade nei casi di diagnosi di alienazione, il paradosso è ancor più pericoloso:  la donna che  all’interno delle pareti domestiche abbia subito abusi e maltrattamenti sarà scoraggiata dal denunciare dietro il timore di essere dichiarata manipolante con conseguente perdita della custodia dei bambini. Un ribaltamento della violenza, insomma, in cui la vittima diventa carnefice e viceversa. «Spesso si tratta di separazioni che fanno seguito a un periodo più o meno lungo di violenza in famiglia – spiega Andrea Mazzeo, psichiatra ed esperto di questa teoria – violenza del marito verso la moglie e i figli, violenza assistita nei confronti dei figli o di abusi sessuali del padre sui figli. E quindi in questi casi non esiste nessuna campagna denigratoria di un genitore nei confronti dell’altro ma viene spacciata per denigrazione quella che è la realtà dei fatti denunciata dalle vittime: la violenza». L’alienazione parentale in Italia è stata più volte oggetto di pronunce e prese di posizione, anche da parte della giurisprudenza. Tra le più clamorose una sentenza, nel 2013, della Cassazione che ha sconfessato la dignità scientifica della sindrome. Ancora prima la netta  presa di distanza del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di sanità.

Tra sostenitori e oppositori, favorevoli e contrari, l’alienazione si è fatta strada intanto nei tribunali italiani: non di rado – ma una casistica ufficiale non esiste – vengono presentate consulenze tecniche di ufficio (Ctu) in cui si “diagnostica” una malattia che a oggi non ha mai trovato spazio nel Dsm, la bibbia mondiale delle patologie psichiatriche. Ma il punto di svolta per l’alienazione è arrivato con il ddl Pillon, la riforma dell’affidamento condiviso ora all’esame del Senato: il rifiuto del bambino a frequentare uno dei genitori sarà motivo sufficiente, tra l’altro, per «il collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata per il pieno recupero della bigenitorialità».


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Ultimi commenti (3)
  • Andrea Mazzeo |

    Il concetto di alienazione parentale nasce negli USA negli anni ’80 del secolo scorso; nasce come strategia processuale difensiva per screditare la testimoninanza dei bambini che accusavano un genitore di violenza o di abusi sessuali. Nella stragrande maggioranza dei casi questo genitore era un uomo. Veniva naturalmente utilizzata contro le madri, cioè contro il genitore amato dal bambino; stragrande maggioranza non significa in tutti i casi, esistono casi in cui il genitotre rifiutato è la madre e il genitore amato è il padre. Parlare ancora oggi di sindrome è segno di non conoscenza dei fatti, perché nel 2012 il Ministro della salute ha dichiarato che questa sindrome non ha alcuna base scientifica; da quel momento gli stessi che prima ne parlavano come di una grave malattia che colpiva donne e bambini dopo la separazione (chissà perché non prima della separazione, le malattie, quelle vere, non fanno differenza tra prima e dopo la separazione) hanno tolto la parola sindrome per non essere criticati pe ril fatto di usare un concetto antiscientifico. Ma lasciando immutato tutto il resto (presunta manipooazione del minore, sintomi e terapia) è chiaro che intendono la stessa cosa. Circa il fatto che sia provocata dal genitore collocatario, questa è la disinformazuone messa in giro dagli psicologi giuridici, e sono ancora molti quelli che ci cascano. Di recente ho contestato una perizia fatta dal Dr Camerini (quello che sosteneva la cosa del genitore collocatario) nella quale lui attribuiva la causa della PAS al genitore non collocatario. Praticamente si trattava di un ragazzo di 13 anni, collocato dlla madre, che, stanco delle presioni psicologiche che la madre esercitava su di lui stanco di sentir parlare sempre male del padre, a un certo punto se ne è andato a vivere dal padre. Bene, l’esimio collega ha avuto l’ardire di fare una perizia favorevole alla madre sostenendo che il padre (genitore non collocatario) aveva indotto l’alienazione parentale nel figlio. Ignorando del tutto, volutamente, la storia della vicenda (bambino collocato dalla madre e che non sopportandolo più se ne è andato spontaneamente dal padre). Un caso analogo lo sto seguendo adesso, il bambino ha 9 anni, collocato dalla madre, non sopportandola, se ne è andato dal padre. Anche in questo caso il CTU ha parlato di PAS indotta dal padre sul bambino. Questi soggetti per anni hanno raccontato frottole e molti continuano a dar loro credito.

  • alessio |

    Secondo lei cara giornalista la sindrome da alienazione parentale danneggia prevalentemente le donne? Se è così Avrei una domanda, Ma su quale pianeta vive?

  • Silvio Pammelati |

    La sindrome di alienazione parentale avviene nella stragrande maggioranza dei casi da parte del genitore collocatario nei confronti del genitore non collocatario. Deriva dall’estremo potere che il primo genitore ha sul secondo e sui figli. Vanno esclusi casi in cui vi sia tatta violenza nei confronti del primo genitore.