Dall’oro a Tokyo 2020 alla presidenza del Coni. Gli obiettivi di Bebe Vio

scritto da il 20 Aprile 2017

bebe-vio6“Il mio role mode è una bambina di dieci anni che si chiama Margherita ed è nata senza un braccio. Questo però non le ha impedito di praticare il takwondo e diventare fortissima”. Non ha alcun dubbio Bebe Vio, 20 anni, campionessa paralimpica di fioretto. È a Margherita infatti che pensa nei giorni in cui vede il bicchiere mezzo vuoto e fatica a dire una delle frasi che hanno fatto conoscere a tutti il suo ottimismo: “Perché dire che palle se puoi dire che figo?”.

Vedere il lato positivo delle cose che ti capitano, ribaltare le situazioni – anche quelle più negative – a proprio favore, è la grande lezione che le ha insegnato lo sport: “Fare sport – ha spiegato Bebe Vio durante un’intervista al Salone del Risparmio di Milano organizzata da Goldman Sachs Asset Management – ti insegna che tutti abbiamo sia difetti, sia qualità. Il segreto è riuscire a sfruttarli a proprio vantaggio”.

bebe3Beatrice Maria Vio, detta Bebe, ha iniziato a praticare la scherma a 5 anni, quando – come ricorda – “avevo ancora tutti i pezzi”. Ma certe passioni non si scordano e non si lasciano. Nemmeno quando una meningite fulminante si porta una parte di te e ti costringe a ricominciare da capo. “Il giorno in cui sono rinata è stato quando ho messo piede per la prima volta al centro protesi. Lì ho finalmente avuto la possibilità di ricominciare a essere autonoma”.

Autonomia per Bebe ha significato imparare a lavarsi da sola, a mangiare, e poi anche a camminare. Ha dovuto prendere confidenza con le sue nuove braccia e con le sue nuove gambe e imparare ad accettare la nuova se stessa. Cicatrici comprese. “A me piacciono le mie cicatrici”, ha dichiarato fiera: “Sono una parte di me esattamente come gli occhi o i capelli. Se non ti piaci e non ti accetti non andrai mai avanti nella vita”.

Una vita che secondo Bebe va invece sempre e comunque vissuta al massimo, anche grazie all’aiuto della tecnologia. “Io sono tecnologia per almeno il 40% del mio corpo. Ho ad esempio dei piedi nuovissimi che mi permettono di camminare molto bene e persino di indossare i tacchi. Se però mi si scaricano le batterie delle mani sono perduta””.

Ma la tecnologia che riempie la vita di Bebe Vio è anche quella dei social network che lei usa sia per comunicare con gli amici, sia per veicolare messaggi come le campagne sull’importanza dei vaccini. “Come tutti gli strumenti – continua Bebe – anche i social sono buoni o cattivi in base all’uso che ognuno di noi ne fa. Io personalmente ho avuto a che fare con gli haters ma dico sempre a me stessa che non si può piacere a tutti e che la vita vera non è quella su Facebook ma tutto ciò che ci succede fuori”.

bebe-obamaLa vita “vera” per Bebe sono le passeggiate senza paura dei flash dei fotografi a Mogliano Veneto, il piccolo comune in provincia di Venezia in cui è nata, ma anche gli incontri importanti come quello con l’ex presidente americano Barack Obama. Bebe l’ha conosciuto lo scorso 18 ottobre durante la cena di Stato alla Casa Bianca organizzata per la delegazione simbolo dell’eccellenza italiana (che ha raccontato su La Gazzetta dello Sport).

Bebe Vio era andata lì come rappresentante dello sport italiano ma, come spesso le accade, anche in quell’occasione ha deciso di farlo a modo suo: “Ho chiesto a Obama un selfie ma lui mi ha risposto che era impossibile perché contro il protocollo. Allora gli ho detto una frase che sapevo avrebbe fatto colpo: Mr President io non conosco la parola impossibile!”. Il risultato? Un selfie con Obama che ha fatto il giro del mondo e l’ennesima dimostrazione che superare i propri limiti è possibile. Basta volerlo.

Capire questo, secondo Bebe, è la chiave di volta che può aiutare tutti gli amputati a vivere una vita normale senza paure e senza limiti auto imposti. È spesso infatti la paura del giudizio e dello sguardo degli altri che spinge tanti mutilati a nascondersi e isolarsi, dimenticando che la vita si vive invece prima di tutto “in squadra”.

Ed è proprio per trasmettere questo messaggio che Bebe Vio e la sua famiglia hanno creato l’associazione Art4Sport. “Attualmente seguiamo 21 minorenni amputati e li accompagniamo lungo tutta la loro crescita insegnandogli il valore dello sport e del gioco di squadra”. È solo quando ci si trova tutti in uno spogliato che, secondo Bebe, si inizia ad abbandonare le difese e a fare meno caso a ciò che ci rende diversi. “Andare a un’Olimpiade è bellissimo, ma vi assicuro che il sorriso di un bambino amputato che per la prima volta si sente parte di una squadra non ha prezzo”.

bebe2Lo sport e l’impegno nell’associazione non sono però gli unici lavori di Bebe: “Sono cresciuta con l’idea che prima veniva la scuola e poi lo sport. Di recente mi sono, infatti, diplomata e ho iniziato a lavorare come grafica in un’agenzia occupandomi delle campagne sociali. Ora sto pensando a specializzarmi e frequentare l’Università ma nel cassetto ho anche un grande sogno che riguarda il mondo dello sport”.

La campionessa paralimpica ha confessato di ambire a unire il Comitato Olimpico Nazionale Italiano e il Comitato Italiano Paralimpico per diventare un mix dei due presidenti, Giovanni Malagò e Luca Pancalli. “Il mio sogno è quello di costituire un unico comitato che unisca quello olimpico e quello paralimpico”. È solo da qui infatti, secondo Bebe, che può passare l’idea dello sport come valore universale che non conosce distinzioni né pregiudizi.


Il video dell’intervista è disponibile a questo link

GOLDMAN SACHS INCONTRA BEBE VIO: TECNOLOGIA E RESILIENZA PER SUPERARE I PROPRI LIMITI