Manifestazioni studentesche, cosa chiedono e perché vanno ascoltate

ANSA / Fabio Cimaglia

«La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. È invece una grande questione sociale». Le parole del capo dello Stato Sergio Mattarella arrivano poche ore dopo le manifestazioni studentesche che hanno portato nelle piazze ragazzi e ragazzi in diverse città d’Italia. Da Nord a Sud. Le motivazioni delle proteste si leggono sui cartelli che sfilano in corteo: «Voi non ci fate sognare. Noi non vi faremo dormire».

Nel passo di chi cammina insieme, c’è la tensione ma anche l’urgenza di ritrovarsi intorno a un concetto di collettività che appare desueto rispetto a un’epoca di individualismo esasperato. Gli adolescenti si sentono sempre più soli, 7 su 10 chiedono agli adulti meno giudizi e più ascolto. Ma, soprattutto, chiedono strumenti e opportunità concrete per costruire il loro futuro. Considerato sempre più un “miraggio” o una sfida ad ostacoli in cui a pagare il prezzo non è solo la salute mentale dei giovanissimi, ma anche il benessere e lo sviluppo di un Paese avvitato su un’unica prospettiva: quella di chi può permettersi spazio, studio, casa, lavoro. L’ascensore sociale è bloccato: secondo Istat, nel 2025 il 22,6% della popolazione italiana era a rischio di povertà o esclusione sociale. Tra i minori, nel 2024 il rischio riguardava il 26,7% dei bambini e ragazzi sotto i 16 anni. La povertà tende a trasmettersi tra generazioni: nel 2023, il 34% degli adulti cresciuti in famiglie con difficoltà economiche era a rischio di povertà, contro il 14,4% di chi proveniva da famiglie economicamente più agiate.

Una situazione che si riflette direttamente sul futuro degli adolescenti: il costo di una camera in affitto nelle principali città universitarie è cresciuto del 50% in sei anni. Lavorare e studiare insieme spesso non basta a coprire le spese: i salari reali sono rimasti sostanzialmente stagnanti per decenni e, registra l’Ocse, all’inizio del 2025 erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021. E, anche tra i banchi di scuola, i giovani non si sentono al sicuro: il 59% degli edifici scolastici italiani è privo del certificato di agibilità e il 58,36% di quello antincendio (XXIV Rapporto di Cittadinanzattiva sulla sicurezza nelle scuole). Tra settembre 2025 e agosto 2026 si sono verificati 68 crolli. Solo il 7,4% degli istituti dispone di sistemi di condizionamento o ventilazione.

Spazio e legittimità, cosa chiedono gli studenti

(Foto di Marco Ottico/Lapresse)

«Ci stiamo mobilitando contro lo smantellamento del diritto allo studio, contro il caro vita, contro le politiche bellicistiche che investono in riarmo piuttosto che nei servizi per la collettività, dall’istruzione alla sanità, dal diritto all’abitare all’avere un lavoro dignitoso e tutelato» racconta ad Alley Oop Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete degli studenti medi. «Chiediamo investimenti e risorse per un cambiamento strutturale. Vogliamo essere ascoltati. Siamo una generazione a cui costantemente viene sottratto lo spazio per esprimersi e invece, quando sceglie di farlo, viene spesso demonizzata» sottolinea Verdecchia, che in piazza ha portato anche le tende: il simbolo di un futuro che definisce «incerto, offuscato e precario». Tanti interrogativi e poche certezze: tra queste, sottolinea la coordinatrice della Rete studenti medi, «quella di non volere che chi verrà dopo di noi sia costretto a crescere in questo modo, immerso nel disagio sociale, politico ed economico, in una società individualista e competitiva che isola e lascia indietro chi è già ai margini della nostra precarietà esistenziale».

Casa, scuola, lavoro: le proteste studentesche chiedono soprattutto questo. Ma non solo. «Vogliamo tutto», rivendica Tommaso Marcon, rappresentate di Osa – Opposizione Studentesca d’Alternativa. E indica iniziativa precise: «Conversione immediata dei 14 miliardi per nuovi armamenti in fondi per l’edilizia, ritiro decreto scuola, abolizione della riforma dei tecnici e professionali, stop al carovita. Queste sono le richieste su cui chiediamo subito una risposta da parte della classe dirigente». Ma non basta. «Gli studenti chiedono una nuova scuola pubblica, che passa per l’abolizione del modello attuale, quello della “scuola-caserma”, repressiva e selettiva» sostiene Marcon, che evidenzia: «La situazione oggi è ancora più grave. Guerra, carovita, assenza di futuro, razzismo, militarizzazione delle città e della società sono alla base del malcontento giovanile e studentesco. Il genocidio il Palestina ha fatto da detonatore, ma ora i giovani sanno che devono connettere le questioni».

Le istanze, secondo il rappresentante di Osa, attraversano ambiti diversi. Ma hanno radici comuni e trovano forza nella reciprocità e nella rivendicazione collettiva: «La lotta oggi è l’unico strumento che abbiamo per ritrovare un senso di collettività che ci hanno tolto. Ci vogliono individualisti e in competizione l’uno contro l’altro, ma noi attraverso le occupazioni, le assemblee, gli scioperi dimostriamo che un’altra società è possibile».

La mancanza di risorse che strozza il futuro

Nelle proteste degli studenti c’è il fastidio, la rabbia, l’indignazione, la mancanza, la precarietà. Ma anche il desiderio, la relazione, la progettualità, la solidarietà, l’empatia, il mutuo aiuto. Il talento che nasce dalla necessità: il privilegio, raccontano le loro voci, resterà sempre invisibile a chi ce l’ha. «Noi vogliamo che si cominci davvero ad investire nel nostro futuro, ma per farlo servono investimenti reali e strutturali e non le solite soluzioni parziali che tutelano il profitto e non la componente studentesca» spiega ad Alley Oop Sabrina Brizzola, coordinatrice nazionale Unione degli universitari.

Un’inversione di rotta che, aggiunge, è possibile a partire da specifiche misure: «Servono 1,7 miliardi per coprire tutte le borse di studio degli idonei in Italia, servono 2 miliardi per garantire un’università gratuita a tutti e tutte, servono più di 800.000 posti letto per garantire a tutti i fuorisede un alloggio». E, ancora, serve cambiare approccio: «Mettere nelle priorità di chi governa la formazione come diritto accessibile a tutte e non come un percorso privilegiato per chi ha i mezzi e le possibilità di permetterselo – indica la coordinatrice dell’Unione degli universitari – Noi siamo consapevoli che un altro mondo e un’altra idea di futuro sicuro, dignitoso e non precario è possibile e soprattutto è necessario. Per questo ci stiamo mobilitando e continueremo a farlo».

La “misura” delle mobilitazioni, in Italia e nel mondo

Francia, Romania, Spagna, Albania. Le rivendicazioni degli studenti stanno esplodendo non solo in Italia. Nel nostro Paese, secondo un sondaggio effettuato da Skuola.net su un campione di 1.500 alunni, un terzo degli studenti delle superiori (il 33%) sta partecipando attivamente alle proteste studentesche di questi giorni.

Entrando nel dettaglio delle adesioni, circa 1 su 10 ha dichiarato di prendere o di aver preso parte a un’occupazione vera e propria nel proprio istituto, mentre un quarto (24%) ha partecipato ad autogestioni, scioperi, manifestazioni o sit-in.⁠ Il motivo che lega le proteste in tutto il mondo è comune: «Il disagio generazionale, cui però pretendiamo di ricevere risposte e soluzioni concrete» risponde Verdecchia.  «Le occupazioni in Italia sono iniziate al grido di “Fare come in Francia” – ricorda Marcon – Sappiamo che l’Italia non può nulla di fronte alla centralizzazione politica ed economica dell’Unione europea e per questo lavoriamo a un coordinamento europeo delle lotte: le immagini dei cordoni operai e di insegnanti a difesa di studenti e studentesse hanno dato un’indicazione preziosissima e inequivocabile».

La mobiltiazione, assicurano, continuerà: «Fino al 20 di novembre – indica Verdecchia – Ci saranno sicuramente tappe intermedie ma d’altronde gli studenti continuano a mobilitarsi ogni giorno con pratiche e modalità diverse». E, in vista dello sciopero generale del 30 ottobre, «Vogliamo praticare, su scala di massa, l’alleanza fra studenti e lavoratori – afferma Marcon – Le premesse ci fanno ottimisti, ci possiamo riuscire».

«Gli studenti hanno diritto a immaginare un altro mondo»

Chi vive la scuola ogni giorno è solidale con le mobilitazioni studentesche. E, a riconoscere le ragioni della protesta, sono anche gli insegnanti che si confrontano direttamente con le difficoltà dell’istruzione pubblica e con le disuguaglianze che attraversano le classi. «Spessissimo i lavoratori della conoscenza sono solidali con le nostre battaglie e rivendicazioni, perché sono sentite da tutti, anche da chi la scuola non la vive più seduto ai banchi», afferma Angela Verdecchia. Gli studenti, spiega ad Alley Oop una docente di Lettere di un istituto tecnico a Roma, si accorgono delle conseguenze dei tagli e delle scelte politiche che riducono le possibilità della scuola di svolgere il proprio compito: «Fanno lezione in strutture fatiscenti e hanno notato la fatica che la scuola fa nell’assicurare loro viaggi di istruzione, progetti e iniziative collaterali». Non si tratta di attività secondarie: sono occasioni di apprendimento, incontro e innovazione della didattica. Quando vengono meno, la scuola perde parte della propria capacità di ampliare gli orizzonti di chi la frequenta.

Nel frattempo, alle famiglie viene chiesto sempre più spesso di sostenere costi aggiuntivi, mentre cresce, osserva la docente, l’ingerenza dei privati nell’offerta formativa. Le disuguaglianze risultano ancora più evidenti negli istituti considerati di serie B, dove gli studenti rischiano di avere meno strumenti per proseguire gli studi e costruire il proprio percorso.

«Neanche a scuola sono protagonisti, e questo per loro pesa» sottolinea l’insegnante. Da qui la necessità di difendere la scuola come diritto democratico e universale, che non deve essere meritato, ma garantito a tutte e tutti, a partire da chi incontra maggiori ostacoli. La responsabilità della comunità educante, ricorda, è anche quella di proteggere gli studenti e riconoscere loro la possibilità di prendere parola. «A scuola gli studenti dovrebbero imparare che un altro mondo è possibile, e che hanno tutto il diritto di immaginarlo adesso».

«A scuola il conflitto non è intergenerazionale, ma di classe»

A Torino, come in Francia, la solidarietà degli insegnanti si è tradotta in gesti concreti: durante le mobilitazioni, un cordone fisico creato dai docenti ha simbolicamente tutelato gli studenti. Una presenza che testimonia la volontà di non lasciare soli i ragazzi e le ragazze mentre esprimono il loro dissenso. «Per rendere l’istruzione uno strumento di inclusione –  racconta ad Alley Oop una docente di matematica dell’istituto Boselli a Torino – è necessario riportarla al centro delle politiche pubbliche e investire risorse adeguate sia negli edifici, molti dei quali costruiti decenni fa e ormai bisognosi di interventi, sia nelle persone che ogni giorno li abitano». A questo si aggiungono le difficoltà legate agli stipendi degli insegnanti, alla precarietà e agli spostamenti, che possono rendere più complesso lavorare nei contesti sociali fragili. Il nodo centrale, però, riguarda le disuguaglianze tra gli studenti: non tutti partono dalle stesse condizioni e garantire a ciascuno le medesime opportunità richiede di riconoscere bisogni differenti e mettere a disposizione strumenti adeguati. Eppure, osserva la docente, spesso sono proprio le scuole di periferia, chiamate a confrontarsi con maggiori fragilità economiche e sociali, ad avere meno accesso ai fondi necessari. Anche gli studenti con background migratorio possono avere bisogno di percorsi personalizzati e figure di supporto che favoriscano l’inserimento e la partecipazione alla vita scolastica.

«Non si può chiedere alla scuola di farsi carico da sola di queste necessità: serve una comunità educante che coinvolga famiglie, istituzioni e territorio. Le opportunità formative, infatti, non si esauriscono nelle ore trascorse in aula. La possibilità di frequentare un corso di musica o partecipare ad attività culturali può incidere sulla crescita e sul percorso scolastico, ma non tutte le famiglie possono permetterselo. Senza un sostegno collettivo, le disuguaglianze economiche rischiano così di trasformarsi in disuguaglianze educative», sottolinea l’insegnante. Per questo, aggiunge Marcon, «Il conflitto non è intergenerazionale, ma fra classi popolari e classi dominanti». Una lettura che sposta l’attenzione dalla distanza tra giovani e adulti alle disuguaglianze sociali ed economiche che condizionano l’accesso alle opportunità e la possibilità di costruire il proprio futuro.

La solidarietà dei docenti, fino alla scelta di proteggere fisicamente gli studenti durante le manifestazioni, rende visibile questa convergenza: le rivendicazioni non riguardano soltanto chi oggi siede ai banchi, ma chiamano in causa l’intera società. Ridurre le proteste a un problema di ordine e disciplina ignora le condizioni che alimentano il disagio. Ascoltare gli studenti, invece, aiuta: non solo chi protesta in strada. Ma anche chi, a casa, non riesce a dare un nome a quel disagio. Esistenziale a materiale insieme. Costruire consapevolezza, fornire senso critico, interrogare la società: quello che, la «scuola aperta a tutti» sancita dalla nostra Costituzione, fa.

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