Longevità, le relazioni contano quanto gli stili di vita

Una persona su sei nel mondo prova solitudine. Non occasionalmente, ma abbastanza da trasformare la mancanza di relazioni soddisfacenti in un fattore di rischio per la salute, il benessere e la sua stessa aspettativa di vita.

Secondo il primo rapporto globale della Commissione sulla connessione sociale dell’Organizzazione mondiale della sanità, la solitudine è associata a oltre 871mila morti ogni anno: circa cento ogni ora. Decessi a cui si aggiungono costi ancora difficili da quantificare interamente, distribuiti tra maggiore spesa sanitaria, perdita di produttività e minore partecipazione alla vita economica e sociale.

Quasi 10 milioni di italiani soli

Il dato globale assume un peso particolare se osservato alla luce delle trasformazioni demografiche italiane. Secondo il Rapporto annuale Istat 2026, nel biennio 2024-2025 viveva da solo un adulto su cinque: 9,9 milioni di persone, pari al 19,9% della popolazione maggiorenne. Trent’anni prima erano appena il 9,5%. Dopo i 65 anni, in particolare, vive solo quasi un italiano su tre, il 32,1%, per un totale di 4,6 milioni di persone. Dopo i 74 anni la percentuale raggiunge il 49,9%. In questa fase della vita il fenomeno riguarda soprattutto le donne, che rappresentano il 69,2% degli anziani soli, prevalentemente per effetto della maggiore longevità e della perdita del coniuge.

Numeri che obbligano a cambiare prospettiva: la solitudine non è più soltanto una condizione privata e individuale, da affrontare in silenzio, ma è una questione di salute pubblica e, insieme, un indicatore di tenuta delle comunità. In una società che invecchia, nella quale le famiglie si restringono e quasi dieci milioni di italiani adulti vivono soli, la qualità delle relazioni diventa una delle infrastrutture meno visibili, ma più decisive, del Paese.

Nelle età più avanzate, in particolare, la solitudine abitativa può trasformarsi facilmente in vulnerabilità sociale, pensiamo ad esempio alle maggiori difficoltà incontrate per la mobilità. Con l’invecchiamento, inoltre, tendono a restringersi le reti di sostegno: nel 2025, tra le persone sole con più di 75 anni, meno di uno su due (il 43,7%) dichiarava di poter fare affidamento su parenti non conviventi. Un fenomeno che è destinato ad assumere un peso crescente anche per effetto della progressiva espansione delle famiglie con un solo figlio (sono il 49% sul totale delle famiglie).

Tra solitude e loneliness

Vivere soli, tuttavia, non significa necessariamente sentirsi soli. La prima è una condizione abitativa, la seconda un’esperienza soggettiva che nasce dalla distanza tra le relazioni che si desiderano e quelle che si hanno realmente. Si può abitare da soli e mantenere una rete sociale ricca, così come ci si può sentire profondamente soli all’interno di una famiglia, di un luogo di lavoro o di una comunità. Confondere le due dimensioni rischia sia di considerare problematica un’autonomia scelta sia di non riconoscere una solitudine che resta nascosta dietro una vita apparentemente piena. Per questo, è fondamentale ricordare che la relazione non è soltanto una risorsa privata: è anche il risultato del modo in cui costruiamo città e comunità, come dimostra ad esempio la ricerca di nuove forme di aggregazione abitativa, come il cohousing.

Che il tema stia progressivamente uscendo dalla dimensione privata lo dimostra anche il fiorire di iniziative culturali orientate alla riconnessione e alla creazione di nuovi spazi di significato. Luoghi in cui le persone sono invitate a tornare ad abitare il corpo, a pacificare la mente e a riscoprire la propria natura più intima, trovando, in una dimensione non competitiva e sicura, la propensione a reincontrare l’altro. Tra le iniziative nate di recente, vi è il Festival della Solitudine, che ha visto una prima presentazione sul finire dell’estate a Merano, cittadina dell’Alto Adige. In questo contesto, la solitudine è diventata protagonista di dialoghi tra filosofi, psicoterapeuti e artisti dai quali è emersa la distinzione tra solitude, il tempo scelto e potenzialmente generativo trascorso con noi stessi, e la loneliness, la sofferenza prodotta dalla distanza tra le relazioni che una persona desidera e quelle che realmente possiede. Una differenza tutt’altro che terminologica: il fine ultimo, infatti, non è eliminare ogni spazio di solitudine, ma impedire che quella subita diventi isolamento e invisibilità sociale.

Le relazioni sono il pilastro della longevità

La questione, del resto, non è soltanto quanti anni vivremo, ma dentro quali reti di relazioni. Se il movimento, l’alimentazione e la prevenzione sono ormai riconosciuti come pilastri della longevità, le evidenze scientifiche invitano ad aggiungerne un altro: ovvero, proprio la connessione sociale. Una metanalisi condotta su 148 studi e oltre 308mila persone, pubblicata su PLoS Medicine da Julianne Holt-Lunstad, Timothy B. Smith e J. Bradley Layton, ha rilevato che chi dispone di relazioni sociali più solide presenta una probabilità di sopravvivenza superiore del 50% rispetto a chi possiede legami deboli o insufficienti. Il campione comprendeva persone di età e condizioni diverse, osservate attraverso indicatori come l’integrazione nella rete sociale, la frequenza dei contatti, la presenza di relazioni familiari e amicali e il sostegno percepito o effettivamente disponibile. E il risultato è stato netto. L’associazione tra relazioni e benessere è rimasta significativa anche dopo aver considerato altri fattori capaci di influenzare la salute e la mortalità, tra cui l’età, il sesso, lo stato di salute iniziale e lo status socioeconomico. Gli autori hanno dichiarato, quindi, che l’effetto delle relazioni sociali era comparabile, per grandezza, a quello di fattori di rischio già ampiamente riconosciuti, come l’inattività fisica, l’obesità e il consumo eccessivo di alcol.

Le relazioni, quindi, non rendono soltanto la vita più ricca: possono contribuire a renderla più lunga e, soprattutto, più sana. In una società in cui sempre più persone vivono sole, considerare la connessione sociale come una componente della salute significa ripensare i servizi, i quartieri e le politiche di prevenzione. Non si tratta di imporre la socialità, ma di fare in modo che nessuno sia costretto a vivere senza possibilità concrete di incontro, sostegno e partecipazione.

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