Le donne nella musica non vogliono più chiedere permesso: cosa è cambiato in dieci anni

La scalata più difficile, per le donne nella musica, non è quella delle classifiche. Ma quella degli stereotipi di genere che le vogliono eccezioni alla regola. Artiste, producer, autrici, dj: le donne, nell’industria musicale, ci sono e vogliono esserci di più. Ma, dal 2016 a oggi, sono state raccontate come talenti isolati, successi individuali, casi da celebrare uno alla volta. Come se il problema fosse la scarsità di voci femminili e non, più profondamente, la struttura dell’industria che quelle voci seleziona, legittima o esclude.

Negli ultimi dieci anni la presenza femminile nella musica è cresciuta, la visibilità è aumentata, il dibattito si è ampliato. Ma, fermarsi alla visibilità, rischia di essere fuorviante: il vero discrimine resta l’accesso al potere, la possibilità di incidere sulle scelte e la tenuta strutturale della presenza femminile nel tempo.

Le classifiche Fimi come termometro del cambiamento

Le classifiche della Federazione Industria Musicale italiana (Fimi) restituiscono una fotografia parlante, capace di misurare il cambiamento e coglierne i limiti. Nel 2016, la classifica annuale dei singoli vedeva al primo posto Cheap Thrills di Sia: un successo globale, ma anche l’unico brano guidato da una donna a raggiungere la vetta. Scorrendo la Top 20 e la Top 50 di quell’anno, la presenza femminile risultava rarefatta e quasi sempre legata ad artiste internazionali.

Le artiste italiane faticavano a emergere: comparivano sporadicamente nelle classifiche dei singoli o degli album, spesso nelle posizioni medio-basse e senza continuità. Nomi come Francesca Michielin, Elisa o Giorgia riuscivano a entrare in classifica, ma senza incidere sull’andamento complessivo dell’anno e senza occupare stabilmente le posizioni di vertice. Anche sul fronte album, la Top 100 restituiva un panorama fortemente sbilanciato, in cui la presenza femminile italiana restava episodica e marginale. Il quadro cambia progressivamente negli anni successivi. Nel 2023, Annalisa firma il singolo più venduto dell’anno; nel 2024, Anna, classe 2003, porta un album al primo posto per nove settimane consecutive, interrompendo una lunga assenza femminile dal podio annuale. Elodie, Madame, Rose Villain, Giorgia diventano presenze riconoscibili e ricorrenti nelle parti alte delle classifiche settimanali e annuali. Eppure, guardando anche al 2025, il cambiamento appare ancora parziale. Analizzando le classifiche Fimi dei 100 album più venduti, le donne restano una minoranza: 13 donne su 100 nel 2023 (di cui 8 italiane), 12 su 100 nel 2024 (ancora 8 italiane) e 13 su 100 nel 2025 (con 9 italiane). Numeri che mostrano una lieve continuità, ma non un salto strutturale.

Rappresentazione: il cambiamento c’è, ma resta fragile

Il confronto delle classifiche tra il 2016 e oggi mostra uno scarto evidente: dalle presenze isolate si è passati a una maggiore continuità. Ma il passaggio da eccezione a sistema resta incompiuto.

«Nonostante oggi si parli indubbiamente molto più di prima di parità e inclusione, la nostra percezione è che il cambiamento sia ancora per lo più simbolico»: Equaly, associazione fondata da Sara Colantonio, Irene Tiberi, Francesca Barone, Josie Cipolletta e Lucia Stacchiotti, dal 2021 lavora per la parità di genere nell’industria musicale italiana. Le founder sottolineano ad Alley Oop qual è il punto di vista da assumere per leggere in profondità il cambiamento degli ultimi anni: «Se andiamo a vedere a livello strutturale – classifiche degli album più venduti, presenza sui palchi, middle e top management – i numeri sono più o meno sempre gli stessi». La maggiore visibilità delle artiste, quindi, non si è ancora tradotta in una trasformazione profonda dei meccanismi di selezione e legittimazione. «Ci sono state delle prime nomine importanti, che hanno un valore simbolico, ma non cambiano la sostanza del quadro generale» evidenzia l’associazione. Il rischio è confondere la crescita della presenza con una redistribuzione reale del potere: «Guardando alle classifiche degli album più venduti, ai cartelloni dei festival o ai ruoli decisionali dell’industria, la rappresentanza femminile resta minoritaria e spesso concentrata sempre sugli stessi nomi» fa notare Equaly.  Una presenza che esiste, ma che non è ancora strutturale, né garantita nel tempo.

Le donne ci sono, «ma continuano a essere percepite come poche»

La lettura di Equaly trova piena consonanza nelle parole di Alessandra Micalizzi, docente e psicologa, curatrice delle ricerche di SAE Institute Milano nell’ambito del progetto Women in music: «Il punto non è solo quante donne vediamo oggi nella musica – spiega ad Alley Oop Micalizzi – Ma il fatto che continuino a essere percepite come poche».

Anche quando i numeri migliorano, come è accaduto in dieci anni, la presenza femminile resta fragile, esposta, costantemente sotto osservazione. Un’evidenza già emersa nel 2023, con lo studio “Poche. La questione di genere nell’industria culturale italiana”: nelle pagine del rapporto, Micalizzi sottolinea come la possibilità di essere parte dei processi di co-costruzione di senso abbia rappresentato nel tempo un importante privilegio. Storicamente, questo privilegio è stato riservato agli uomini e le conseguenze sono visibili nei processi creativi del mercato musicale: «È come se la legittimità delle donne nella musica non fosse mai data per scontata – sottolinea Micalizzi -. Ogni successo deve essere continuamente riconfermato».

Oltre il palco, dove sono le donne nell’industria musicale

Se le classifiche raccontano un cambiamento che lentamente diventa visibile, lo sguardo si fa molto più critico quando si allarga agli altri ruoli dell’industria musicale: produzione, tecnica, scrittura, DJing, management. Qui i numeri restano nettamente sbilanciati e i segnali di trasformazione sono ancora deboli. «I dati che abbiamo non sono molto incoraggianti e cambiamenti significativamente impattanti, al momento, non ce ne sono», osservano da Equaly.

Secondo lo studio “Inclusion in the Recording Studio? Gender & Race/Ethnicity of Artists, Songwriters & Producers across 1.300 Popular Songs from 2012 to 2024”, pubblicato a gennaio 2025, le producer rappresentano solo il 5,9% del totale dei brani analizzati. Tra queste, appena il 26,9% è razzializzato o con background migratorio. Un dato che evidenzia una doppia e tripla esclusione e che, come sottolineano da Equaly, non tiene nemmeno conto delle artiste con disabilità, per le quali mancano raccolte dati ufficiali a livello europeo.

La situazione non migliora guardando al mondo dei DJ. Nella Top100 DJs 2025 di DJ Mag, una delle classifiche internazionali di riferimento per la musica dance, le donne sono 16 su 121, pari al 13,22%. Anche qui, una presenza che resta marginale e concentrata in poche figure. Lo stesso vale per i ruoli simbolicamente più centrali del sistema musicale mainstream: «A Sanremo, anche quest’anno, non è prevista una direttrice artistica o una conduttrice principale – dicono ad Alley Oop le founder di Equaly – Nella storia del festival, le conduttrici sono state 9 su 70, pari all’11,4%, mentre la direzione artistica femminile si ferma al 4,1%, con una sola donna e sempre in co-direzione con uomini».

Numeri simili emergono anche quando si guarda al lavoro di scrittura. Dentro e fuori il festival di Sanremo. A livello europeo, si stima che le autrici e compositrici iscritte alle società di collecting, come la Siae, rappresentino una quota compresa tra il 9% e il 20%. Una forbice ampia, che restituisce l’assenza di un monitoraggio sistematico e la difficoltà di rendere visibile un lavoro spesso invisibile. «La situazione non è ottimale – riconosce l’associazione – Ma questi cambiamenti strutturali richiedono tempo perché possano attecchire e venire inglobati nella cultura generale di un Paese come il nostro». Se la tendenza dovesse mantenersi, spiegano, «Ci aspettiamo cambiamenti sempre più significativi nei prossimi anni». Una prospettiva che, però, non può prescindere dal lavoro in rete e da un intervento sistemico, capace di agire ben oltre il palco e la visibilità.

La consapevolezza che cambia

Un terreno su cui il cambiamento degli ultimi dieci anni è stato particolarmente profondo, è quello della consapevolezza sulla disparità nell’industria musicale. Per Alessandra Micalizzi, questo passaggio ha un momento preciso e riconoscibile: «Il 2020 è stato uno spartiacque. La crisi del Covid non ha solo interrotto la filiera musicale, ma ha reso visibili squilibri che fino a quel momento erano rimasti in gran parte sommersi. È stato un momento di verità: ha mostrato con grande chiarezza che la questione di genere non era congiunturale, ma strutturale».

Secondo la psicologa, l’impatto della pandemia ha funzionato come una lente di ingrandimento: «È emerso in modo netto che giovani e donne erano le categorie che avevano pagato di più quella crisi – osserva Micalizzi -. Sia in termini di perdita di lavoro sia di possibilità di rientro nel settore». Nella musica questo è stato ancora più evidente, aggiunge Micalizzi, «perché parliamo di un sistema già fragile, precario, con pochissime tutele: il Covid ha costretto a collegare il momento che stavamo vivendo con tutto ciò che era venuto prima. Ha reso impossibile continuare a leggere queste difficoltà come episodi isolati». Da quel momento ha preso forma una nuova fase: più lucida nel riconoscere i meccanismi strutturali della disuguaglianza, più esplicita nel nominarli, più collettiva nel cercare risposte condivise.

«Negli ultimi anni se ne parla sicuramente di più, con maggiore sensibilità e coscienza – aggiungono da Equaly -. La questione viene affrontata maggiormente sia all’interno del settore (negli incontri della Milano Music Week, del Medimex, del KeepOn Live Fest e di alcuni festival), sia sulla stampa, anche generalista, che cerca di indagare il problema da più punti di vista».

Fare rete senza disgregarsi: la forza dei collettivi

Negli ultimi anni, la crescita della consapevolezza si è tradotta anche in una moltiplicazione di reti, collettivi e realtà associative. Un segnale che, secondo Equaly, testimonia un cambiamento reale nel modo in cui il tema viene affrontato. «Possiamo dire che la trasformazione è in atto, il tema è sul tavolo, e sicuramente negli ultimi anni se ne parla di più, con più sensibilità e coscienza».

Un’attenzione che non nasce dal nulla, ma che è legata a una maggiore consapevolezza diffusa e alla nascita di nuove esperienze collettive: «Guardando al settore musicale, oltre a Equaly, che a febbraio 2026 festeggia i suoi cinque anni di vita, ci sono nuove realtà significative come Armonia Fluida, La Cantautrice, Poche, Canta fino a dieci, Non Chiamateci Muse, Live for All» spiega l’associazione, che fa riferimento anche a singole artiste che scelgono di esporsi in prima persona come Francamente, Anna Castiglia, Epoque, TheyCallMeAdriana, Incantiamoci, Turbolenta, Giulia Mei o La Niña. «Si sta passando dalla consapevolezza sulla carta, che le artiste hanno bene o male sempre avuto, alla sua traduzione in musica, parole, pensieri e decisioni» conclude Equaly.

Il rischio della frammentazione

Nella proliferazione di voci e reti, Micalizzi invita a tenere alta la guardia e fare squadra: «La frantumazione e la parcellizzazione della rappresentanza femminile sono iniziate troppo presto –. osserva l’esperta – Nel tentativo di dare spazio a tutte le sottorappresentanze, si è creata una frammentazione che rischia, a mio avviso, di danneggiare la rappresentanza stessa».

Micalizzi racconta come, nel tempo, momenti di confronto condivisi e appuntamenti riconoscibili si siano progressivamente dispersi. «Una volta c’erano degli appuntamenti fissi, dei momenti in cui ci si vedeva, si discuteva, si costruiva quasi un calendario comune. Oggi capita che lo stesso tema venga affrontato in cinque tavoli diversi, quando forse uno solo, con la massima visibilità, sarebbe stato più efficace».

Una dispersione che non nasce da conflitti aperti, ma da un processo di individualizzazione che rischia di disperdere la solidità delle istanze: «È come un cartello stradale – spiega – Un cartello di un solo colore è immediatamente leggibile e riconoscibile. Un cartello fatto di tanti colori può colpire, ma diventa più difficile da decodificare». Il rischio, sottolinea Micalizzi, è quello di perdere incisività politica proprio nel momento in cui il tema sta emergendo: «Forse in questa fase storica avremmo avuto bisogno di restare ancora un po’ più unite».

Competenze, modelli e percorsi di accesso

Accanto alla questione della rappresentazione, un’altra costante continua ad attraversare il lavoro delle donne nella musica. Dieci anni fa come oggi: il talento, da solo, non è sufficiente. «Il percorso di accesso è sempre molto irto – spiega Micalizzi -. È fatto di una serie di difficoltà e di banchi di prova su cui molte donne si fermano. Quelle che arrivano sono poche». Una selezione che non riguarda un solo ambito, ma attraversa palco, backstage e management.

In questo contesto, il tema delle competenze assume un ruolo centrale. «Le donne lavorano moltissimo sulla formazione, sulla costruzione del profilo e sulla certificazione del sapere» osserva Micalizzi. Un investimento che non nasce necessariamente da una propensione individuale, ma dalla necessità di compensare un bias strutturale del settore musicale, in cui le competenze femminili vengono sistematicamente sottovalutate. Per essere riconosciute come legittime, le professioniste arrivano «iperpreparate, ipercompetenti, iperprofessionalizzate».

Nelle interviste raccolte per Women in Music, questa sproporzione ritorna come una formula ricorrente: «Devo essere cinque volte più brava». Cinque volte più competente, più formata, più professionale. «È un modo di dire – precisa l’esperta – Ma restituisce con precisione il peso percepito di questa differenza». I percorsi di accesso lo confermano: mentre per molti uomini l’ingresso passa da esperienze informali e non strutturate, per le donne è spesso un percorso lungo, accademico e certificato, fatto di scuole di musica, lauree, master e specializzazioni.

Questa iper-competenza può diventare una risorsa, persino uno strumento di autodifesa. «Per chi riesce a strutturarsi, la competenza diventa una sorta di corazza», afferma Micalizzi. Un’arma che consente di rimettere in discussione i rapporti di potere e di costruire una reputazione professionale solida, ma che comporta un costo elevato in termini di tempo, risorse economiche e pressione individuale. «Guadagnare meno vuol dire avere meno tempo e meno possibilità di investire nella propria carriera» aggiunge Equaly, ricordando come la precarietà diffusa del settore musicale – «spesso mascherata da finte partite Iva» –  produca effetti diretti sulla continuità professionale e sulla tutela della maternità. Per rispondere a queste criticità, negli ultimi anni l’associazione ha lanciato percorsi di formazione, borse di studio e programmi di mentoring: l’obiettivo è incidere sulle condizioni strutturali di accesso e permanenza delle donne nell’industria musicale.

Streaming e piattaforme: il programma Equal di Spotify

Visibilità, rappresentazione e legittimazione: anche le piattaforme di streaming assumono un ruolo sempre più centrale nel determinarle. Non sono più solo luoghi di ascolto, ma snodi editoriali che contribuiscono a costruire carriere: Equal è il programma globale di Spotify nato nel 2021 proprio per amplificare la presenza femminile nella musica.

«Equal nasce per costruire un’industria musicale autenticamente inclusiva e rappresentativa – spiega Melanie Parejo, Head of Music for Southern and Eastern Europe -. In questi cinque anni abbiamo lavorato per amplificare il talento femminile, offrendo visibilità, pari opportunità e il giusto riconoscimento professionale: crediamo che la diversità sia una fonte inesauribile di creatività e che le artiste debbano poter contribuire pienamente alla definizione del panorama musicale globale. Investire nel talento femminile significa rafforzare un’industria più solida, innovativa e sostenibile».

Il cuore del progetto è il sistema delle Equal Ambassador: ogni mese, in ciascun Paese, un’artista viene selezionata come volto della playlist locale e sostenuta attraverso un lavoro editoriale e promozionale mirato, con l’obiettivo di rendere la presenza femminile continuativa e riconoscibile, non episodica. Nel 2024, le playlist Equal hanno superato i 12 milioni di ascolti, per oltre 330 mila ore di ascolto. A livello globale, dal lancio del programma sono state coinvolte più di 20.800 artiste e oltre 1.200 ambassador. In Italia, i risultati mostrano come questa esposizione possa incidere in modo concreto: Paola & Chiara hanno registrato una crescita superiore al 1200% in termini di ascoltatori globali; Laura Pausini, con oltre 500 milioni di ascolti, è l’ambassador EQUAL italiana più ascoltata nel mondo; Joan Thiele, scelta come ambassador nel 2025, ha visto i propri ascolti crescere di oltre 1300% durante la settimana di Sanremo.

Oltre la visibilità

Dieci anni fa la sfida era entrare in classifica. Oggi è restarci, contare, decidere. Le classifiche Fimi raccontano un progressivo cambiamento reale nella rappresentazione, ma mostrano anche i suoi limiti. Se per troppo tempo le donne sono state trattate come eccezioni, oggi il rischio è fermarsi alla superficie del cambiamento. Perché la vera partita, allora come ora, non si gioca solo su chi è visibile, ma su chi ha il potere di restare, scegliere e trasformare il sistema.

Durante la cerimonia dei Grammy 2026, Lady Gaga ha ritirato il premio per Best Pop Vocal Album con Mayhem: l’artista ha parlato senza filtri delle difficoltà che molte donne incontrano in studio, soprattutto in ambienti a prevalenza maschile. «Voglio dire alle donne nella musica che so che a volte, quando siete in studio con un gruppo di ragazzi, può essere dura: ascoltate sempre voi stesse e lottate per le vostre idee» ha sottolineato Gaga, invitando le musiciste a difendere le loro canzoni e il proprio ruolo anche come produttrici. «Assicuratevi di farvi sentire». dice Gaga dal palco, mentre il cambiamento è tutto in divenire.

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Alley Oop compie 10 anni e dal 15 febbraio al 3 marzo, giorno dell’evento celebrativo che si terrà nella Sala della Regina di Montecitorio, a Roma, pubblicherà una serie di articoli in edizione speciale che ci racconteranno come è cambiata la società dal 2016 ad oggi.

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  • Carlo |

    questa cosa del femminismo a tutti i costi, sta un po’ sfuggendo di mano

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