
Più che eredità, esperienza viva. Più che testimonianza, urgenza. Chi era ed è Carla Lonzi lo si capisce dalle mani delle donne che, di generazione in generazione, hanno sottolineato le sue parole. Chi a matita, chi a penna, chi con l’evidenziatore: dopo anni di fotocopie e pdf rimbalzati più o meno furtivamente tra chat, i testi di Lonzi sono tornati su carta, ripubblicati dalla casa editrice La Tartaruga. Ora la sua storia arriva al cinema con il documentario “Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo” di Francesca Archibugi, presentato il 6 settembre alle Giornate degli autori dell’83ª Mostra del cinema di Venezia e in sala il 26, 27 e 28 ottobre. Ed è la storia di tutte. Perché in quello «sconquasso e anche una festa» c’è il senso pratico e l’esperienza di un femminismo che non insegna: scopre, disvela, abbraccia. «Abbiamo guardato per 4000 anni, adesso abbiamo visto!», recitava il manifesto di Rivolta Femminile che, da quell’estate del 1970, ha portato alla luce e rivendicato il «soggetto imprevisto»: le donne, nella loro differenza sessuale.
«Mi sono spalancata all’imprevisto accettandomi com’ero», scrive Lonzi in “Taci, anzi parla”. Parole che, nella loro fluidità, abbracciano anche il movimento del documentario di Archibugi: avvicinarsi a una donna che ha cambiato il modo di pensare le relazioni, a partire da sé. E dalla sue parole. Perché Lonzi non è “soltanto” l’autrice di “Sputiamo su Hegel”, la teorica del femminismo della differenza, la femminista che ha scelto di sottrarsi al patriarcato delle istituzioni. È anche una persona attraversata da dubbi, desideri, contraddizioni, legami e fratture.
Archibugi ricostruisce la sua vita attraverso le testimonianze di chi l’ha conosciuta e l’archivio personale dell’intellettuale, che ha tenuto un diario e registrato su audiocassetta alcune delle conversazioni più significative, comprese quelle legate alla crisi del rapporto con lo scultore Pietro Consagra. Una storia intima, che si apre attraverso le voci e i materiali di chi l’ha vissuta. C’è anche una vicinanza personale all’origine del film: Archibugi è la compagna di Battista Lena, unico figlio di Lonzi, che ha composto le musiche originali e ha accompagnato la regista nella ricerca. «Pensavo che fosse molto importante raccontare la sua postura nel mondo, che avesse un grande significato», spiega Archibugi ad Alley Oop. E per raccontarla, la regista torna a una domanda che riguarda Lonzi, ma anche il nostro presente: che cosa significa essere libere di guardare il mondo senza riprodurne le gerarchie?
Il rifiuto del potere come scelta di libertà
Critica d’arte, intellettuale, fondatrice di Rivolta Femminile insieme a Elvira Banotti e Carla Accardi. Lonzi ha attraversato il mondo della cultura per poi prenderne le distanze. «Abbandonare era niente, rispetto al dolore di tradire me stessa», scrive. Il suo rifiuto non riguardava soltanto le istituzioni, ma anche le forme di autorità che organizzano la produzione culturale e stabiliscono chi ha il diritto di interpretare il lavoro altrui. Già con “Autoritratto”, costruito attraverso le conversazioni con quattordici artisti, aveva spostato il centro della critica dall’autorità di chi giudica alla relazione e all’ascolto.
Archibugi insiste sulla coerenza di questa scelta, che non era semplicemente una presa di posizione teorica. «Lei ha sempre detto no a qualsiasi incarico che chiedesse una gestione del potere», racconta. «È stata molto coerente e non era una scelta rigida, era una specie di smania esistenziale. Diceva: “Io non ce la faccio, io non ce la faccio”».
A 24 anni, quando Longhi le chiese di fare l’assistente all’università, disse di no. Rifiutò poi di fare una critica d’arte di potere. E negli anni Settanta, riferisce la regista, scoprì che Feltrinelli le aveva chiesto di dirigere una collana di scritti femministi: anche quell’incarico, come ogni incarico che comportasse la gestione di un potere, venne rifiutato. «È stata fuori dal mondo – dice Archibugi – Eppure completamente nel mondo». La sua scelta ha cambiato il modo in cui poteva stare in relazione con gli altri: «Questa possibilità di guardare il mondo dall’esterno, senza avere motivazioni personali per poter guardare le relazioni, l’ha resa in realtà più prossima a queste relazioni, perché era libera – sottolinea la regista – Era libera nelle relazioni che vedeva nel mondo. Questa cosa per me è molto spettacolare, è particolare».
È da qui che il titolo del documentario evolve: Lonzi non cercava un posto più alto da cui esercitare un’autorità diversa. Metteva in discussione la necessità stessa di occupare quel posto. E in questa distanza, secondo Archibugi, si apriva una possibilità di prossimità, uno sguardo meno condizionato dal bisogno di affermarsi.

«Ognuna ha il suo passo»
Il pensiero di Lonzi continua a interrogare il femminismo anche là dove mette in discussione l’idea che esista un solo percorso possibile verso la libertà. Le sue parole non offrono un modello da replicare, ma invitano a partire dalla propria esperienza e a riconoscere la pluralità delle strade. È un punto che Archibugi sente particolarmente vicino, soprattutto quando osserva le divisioni che possono attraversare i movimenti femministi.
«Ognuna ha il suo passo», dice. «C’è chi corre, c’è chi marcia, c’è chi segue la propria via. Credo che tutto sia legittimo e l’unica cosa che sento veramente assurda sono spesso le lotte tra femminismi».
La metafora del passo restituisce un’idea di ricerca ed emancipazione che non procede a una velocità uguale per tutte e non può essere misurata attraverso un’unica forma di appartenenza. C’è chi trova le parole per nominare subito una discriminazione, chi ha bisogno di tempo per riconoscerla, chi sceglie l’attivismo, chi attraversa queste domande attraverso la cultura, la scrittura o le relazioni personali.
Il punto, per Archibugi, non è negare le differenze o i conflitti, ma evitare che diventino un sistema di giudizio reciproco. «Credo che tutto sia legittimo», ribadisce. È una questione che si lega alla scelta di Lonzi di non cercare legittimazione nelle istituzioni. Se la libertà passa anche dalla possibilità di sottrarsi alle gerarchie, allora riguarda pure il modo in cui le donne si riconoscono tra loro, senza essere costrette a conformarsi a un’identità prestabilita.
La presunta neutralità dello sguardo
La cultura è uno dei luoghi in cui questa libertà incontra ancora resistenze. Il punto di vista maschile ha a lungo coinciso con quello considerato universale; quello femminile, invece, viene spesso percepito come particolare, come se raccontasse soltanto una parte del mondo. Archibugi non pensa che la questione si risolva semplicemente aumentando la presenza delle donne: occorre anche interrogare le categorie con cui si giudicano le opere e si decide che cosa abbia valore.
«È necessario che ci sia un femminismo che riesca a vedere, a esprimere con l’arte, con i libri, con i film, con le poesie, un punto di vista femminile che non c’entri niente con il potere», afferma.
Un punto di vista, dunque, che non cerchi soltanto di conquistare una posizione dentro le strutture esistenti, ma possa mettere in discussione il modo stesso in cui quelle strutture definiscono il valore, la bellezza e l’autorevolezza. È una questione che riguarda il cinema, la letteratura e l’arte, ma anche la possibilità di riconoscere come legittime esperienze che per lungo tempo sono rimaste ai margini.
Archibugi non si definisce un’attivista. Il suo modo di intervenire è continuare a porre domande, anche quando il confronto diventa scomodo. «Voglio continuare a dire: siete sicuri che siete liberi nel vostro sguardo, nel vostro giudizio? Siete sicuri di essere fuori dalle categorie? Ma vi volete interrogare su questo, invece di prendervela sempre come se qualcuno vi accusasse?».
Nella sua risposta c’è anche il disagio di fronte a un dibattito che rischia di interrompersi prima ancora di cominciare. «Il fatto che non si possa nemmeno aprire una discussione del genere – osserva – che qualsiasi discussione femminista e femminile venga scambiata per una rivendicazione». È in questo passaggio che la riflessione di Lonzi incontra il presente: non basta dichiarare neutrale uno sguardo perché lo sia davvero. Bisogna domandarsi da dove viene, quali esperienze riconosce e quali lascia fuori.
Un film per incontrare Lonzi
Ricostruire la vita di Lonzi significa confrontarsi con materiali personali, registrazioni, diari e testimonianze. Ma l’archivio non è soltanto un deposito di documenti: permette di seguire una persona mentre cambia, si contraddice, mette in discussione le proprie scelte. La dimensione privata non è un’aggiunta alla storia intellettuale di Lonzi, ma una parte del suo pensiero, perché è nelle relazioni concrete che prende forma la sua ricerca di libertà.
Il legame di Archibugi con Battista Lena rende questo lavoro anche un incontro con una memoria familiare. La regista cerca una pluralità di voci e di punti di vista, restituendo la complessità di una donna che non può essere contenuta in una definizione sola. E non si aspetta necessariamente che il film produca un dibattito collettivo o una risposta condivisa. «Uno li fa per tante persone, penso alle platee, penso alle tante sale che lo proiettano contemporaneamente, ma in realtà chi fa un film pensa a uno spettatore», racconta. «È sempre un viaggio individuale».
È un modo di intendere il cinema che si sottrae all’idea di dover fornire una lezione o una conclusione. Archibugi spera che ciascuno possa incontrare Lonzi a partire dalla propria esperienza, anche senza conoscerne già gli scritti o la storia del femminismo. Non è necessario arrivare al film con un’appartenenza, né condividere in partenza tutte le idee della protagonista. Il cinema può essere il luogo in cui una domanda comincia a prendere forma.
«Voglio ancora essere la presenza che può servire a liberare le altre»
«Sono stati tantissimi»: gli imprevisti, racconta Archibugi, nella realizzazione del film sono stati bellezza. Permettendole di entrare in contatto con persone diverse, di incontrare esperienze e sensibilità che hanno ampliato il suo sguardo sulla vita di Lonzi. Tra questi incontri, la regista ricorda quello con l’ultima moglie di Pietro Consagra. «È stata incredibilmente generosa», racconta, mettendole a disposizione numerosi materiali e accompagnandola nella ricostruzione di una storia complessa. La sua disponibilità, spiega Archibugi, è stata “sorprendente” e “imprevista” proprio perché ha superato le interpretazioni più immediate delle relazioni personali, lasciando spazio alla collaborazione e al desiderio di contribuire alla storia di un’altra donna. È un episodio che restituisce, nella pratica, una delle domande che attraversano il documentario: che cosa succede quando si rinuncia a leggere le relazioni attraverso categorie già pronte? Che cosa diventa possibile quando l’altra non viene ridotta a una rivale, a una figura secondaria o a un ruolo definito dalla relazione con un uomo, ma riconosciuta come una persona con una propria esperienza e una propria disponibilità?
L’imprevisto, in questo caso, non è soltanto ciò che la ricerca porta alla luce, ma ciò che accade tra le persone mentre quella ricerca prende forma. Un incontro che cambia il racconto, allarga l’archivio e mette in discussione le aspettative.
Il “soggetto imprevisto”, ancora. Non solo in relazione a sé. Ma anche in relazione alle altre. Un invito e una volontà – «Voglio ancora essere la presenza che può servire a liberare le altre», scrive Lonzi – che chiede di guardare di nuovo, di ascoltare le altre e di accettare che la libertà possa cominciare proprio dove le categorie abituali smettono di bastare. «È stato nel femminismo che mi sono scoperta inesauribile, lucida, senza pause, in contatto vivo con le altre»: Lonzi, ancora, dentro e fuori dal mondo.
***
La newsletter di Alley Oop
Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com