Gino Cecchettin ai ragazzi in comunità: non lasciate che la rabbia vi rubi la vita

Da una parte, ragazzi con storie difficili e sofferenze con cui devono fare i conti ogni giorno. Dall’altra, un uomo che attraversa il proprio dolore e trova il coraggio di mostrarlo. In mezzo, una lettera e il bisogno di capire come si possa tornare a fidarsi dopo una vita di sofferenza. A Kayròs, comunità alle porte di Milano che accoglie giovani con storie familiari difficili e provenienti da percorsi penali, Gino Cecchettin parla con i ragazzi. Racconta di Giulia e del suo sorriso che lo accompagna ogni giorno, della difficoltà di fidarsi delle persone e dell’importanza di lasciar andare la rabbia, di attraversare il dolore e di farci i conti. Tutte emozioni che i ragazzi di don Claudio Burgio, fondatore di Kayròs e cappellano del carcere minorile Beccaria,  conoscono bene.

Una lettera per provare a rialzarsi

A invitare Gino Cecchettin a Kayròs è stato un ragazzo della comunità, poco più che ventenne, attraverso una lettera. «In questi anni ho seguito il suo percorso e c’è una cosa che mi ha colpito profondamente: il modo in cui, dentro un dolore così grande, è riuscito a trovare la forza di andare avanti». Gli racconta la stanchezza dopo anni di sofferenza, le delusioni ricevute dalle persone a cui ha voluto bene e la difficoltà di fidarsi ancora. «Ascoltarla potrà farci solo del bene. Noi qua cerchiamo continuamente di rialzarci. E chi più di lei può spiegarci al meglio come si fa?», gli scrive. L’incontro a Kayròs si apre proprio con la lettura di quelle parole. Da lì nasce il dialogo: come raccontare quello che si prova, a chi affidarlo, come riconoscere una persona capace di aiutare. Domande che legano il lavoro quotidiano della comunità all’impegno di Cecchettin, che con la Fondazione intitolata a Giulia, uccisa l’11 novembre 2023 da Filippo Turetta, incontra i giovani per educare al rispetto e prevenire la violenza.

Da sinistra don Claudio Burgio, Livia Zancaner e Gino Cecchettin

La fiducia comincia dal coraggio di parlare

«Per iniziare a fidarsi di nuovo, bisogna avere il coraggio di esprimere quello che abbiamo dentro», dice Cecchettin. Un passaggio difficile per chi ha imparato a proteggersi dalle delusioni, tenendo gli altri a distanza. Per questo conta trovare qualcuno che sappia ascoltare, «quelle persone che non giudicano e ti dicono: Cosa posso fare per te?, quelle sono le persone di cui fidarsi».  Cecchettin torna alla morte della moglie, avvenuta un anno prima di quella di Giulia. Racconta come lui e i tre figli abbiano imparato a sostenersi: «ci puntellavamo a vicenda».

In quel dolore ha scoperto di poter mostrare ai figli la propria fatica. «Ho imparato a farmi vedere fragile e quella mia fragilità per loro non era una debolezza, ma una cosa umana». «È normale non sapere come affrontare il dolore». Piangere, sentirsi afflitti, non avere una risposta sono emozioni da accettare. Eppure molti ragazzi faticano a esprimerle. Soprattutto quando è stato insegnato loro che «il modello dell’uomo vincente è quello che non deve chiedere mai». Un modello che lascia soli davanti alle difficoltà. «Ma gli uomini che non chiedono mai sono felici? Purtroppo no. Perché nella vita ci troviamo di fronte a quegli ostacoli che da soli non riusciamo a superare e abbiamo bisogno dell’aiuto di qualcuno», continua il papà di Giulia.

Non lasciare alla rabbia il nostro tempo

«Come hai fatto a non farti travolgere dalla rabbia?», gli chiedono i ragazzi. «Avrei potuto farlo, avrei potuto farmi travolgere dal desiderio di vendetta», dice Cecchettin. «Ma questo avrebbe comportato uno sforzo grandissimo, mi avrebbe rubato molto tempo, permettendo a lui — Filippo Turetta — di portarmi via, oltre a mia figlia, anche il tempo da dedicare alle persone e ai momenti per me più importanti». Poi un’altra domanda: «Che cosa hai provato quando hai visto l’assassino di tua figlia?». «Io sono andato in tribuanle come chi non si aspetta nulla dalla vita, perchè avevo già perso tutto». Però – continua Cecchettin – percepivo la rabbia di tutti: se ci fosse stato un «odiometro» per misurare l’odio, sarebbe schizzato. «Io, invece, avevo raggiunto una tranquillità strana, perché avevo fatto un percorso. E ho provato pena per lui».

Guardare negli occhi chi ha sbagliato

Gino Cecchettin sa che queste parole hanno suscitato critiche, ma spiega ai ragazzi il senso della propria posizione: «Noi dovremmo guardare negli occhi chi sbaglia, anche chi ha sbagliato in modo incredibile. Solo così che possiamo cambiare le cose». «Non siamo giudici. Nel momento in cui non giudichiamo, l’unica cosa che possiamo fare è aiutare, capire come la società possa cambiare e diventare migliore». A Turetta vorrebbe fare delle domande, per comprendere che cosa lo abbia portato a uccidere e quali emozioni non sia riuscito a gestire: «Cosa ti porta fino a quel punto, fino ad arrivare a uccidere una persona? Di quali strumenti hai bisogno per poterti fermare?». Risposte che potrebbero contribuire a capire come intervenire prima che la violenza si compia. E poi l’invito ai ragazzi: attenzione a non normalizzare un’offesa, certe parole, la violenza.

Il sorriso di Giulia che ripaga più di ogni successo

Poi il racconto torna a Giulia, al suo desiderio di diventare illustratrice. Poco prima di laurearsi in ingegneria aveva confidato al padre di volersi iscrivere al corso triennale di illustrazione della scuola internazionale di Comics, a Reggio Emilia. Lui l’aveva incoraggiata: «Non devi vederla come punto di arrivo, ma come punto di partenza». E aveva aggiunto: «Ti voglio vedere diventare la più grande illustratrice d’Italia». «Il sorriso che Giulia mi ha fatto in quel momento è la cosa più bella che ti può capitare nella vita. Non c’è un successo professionale che mi abbia ripagato più di quel sorriso lì». E ancora: «Anch’io pensavo che per essere felice, bisognasse essere qualcuno, fare soldi. Alla fine un sorriso mi ha reso felice per una vita».

I disegni di Giulia e il film in arrivo

La passione di Giulia per l’illustrazione trova spazio nella mostra «Continuiamo a fare rumore», inaugurata il 30 settembre nella sede di Banco Bpm, in Piazza Meda, a Milano. L’esposizione raccoglie circa quaranta opere realizzate dagli studenti dei corsi di illustrazione della Naba, Nuova Accademia di Belle Arti e della scuola internazionale di Comics. Accanto ai loro lavori sono esposti anche alcuni disegni originali realizzati da Giulia  Cecchettin, la cui storia arriverà al cinema. «Se domani non torno», diretto da Paola Randi e tratto dal libro «Cara Giulia», scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso, sarà presentato in anteprima il 23 ottobre alla Festa del Cinema di Roma e ad Alice nella città. Uscirà nelle sale il 5 novembre. Il film,  prodotto da Notorious Pictures, ripercorre i giorni a cavallo del femminicidio di Giulia, attraverso le parole e la presa di coscienza di Elena, sua sorella e di Gino Cecchettin.

«Il femminicidio è un omicidio di Stato, perché lo Stato non ci tutela, perché non ci protegge. Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Serve un’educazione sessuale e affettiva capillare, serve insegnare che l’amore non è possesso. Bisogna finanziare i centri antiviolenza e bisogna dare la possibilità di chiedere aiuto a chi ne ha bisogno. Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto». È uno stralcio della lettera scritta da Elena dopo la morte della sorella, un appello alla responsabilità collettiva e al cambiamento, di cui oggi è portavoce la fondazione Giulia Cecchettin.

Custodire i momenti memorabili

Sono passati quasi tre anni dal femminicidio di Giulia, che ha segnato uno spartiacque nel dibattito sulla violenza contro le donne, portando a interrogarsi su comportamenti prima sottovalutati e su una violenza spesso percepita come qualcosa che riguarda soltanto gli altri. Gino Cecchettin continua a parlare con i ragazzi e le ragazze nelle scuole di tutta Italia. Anche a Kayròs indica una direzione: «Se vogliamo una vita piena e se, a un certo punto della vita, vogliamo guardarci indietro e dire: tutto sommato sono felice di come ho vissuto, non ho buttato via nessuno dei miei giorni, ecco, quella è la direzione». La felicità, racconta ai ragazzi di Kayròs, è anche saper riconoscere e custodire certi momenti, che «prendi, metti in cornice e tieni lì». Per lui quel momento è il sorriso della figlia, un sorriso che «fa parte dei momenti memorabili della mia vita, un momento a cui vorrei ambire tutti i giorni».

***

Se stai subendo stalking, violenza verbale o psicologica, violenza fisica puoi chiamare per avere aiuto o anche solo per chiedere un consiglio il 1522 (il numero è gratuito anche dai cellulari). Se preferisci, puoi chattare con le operatrici direttamente da qui.

Puoi rivolgerti a uno dei numerosi centri antiviolenza sul territorio nazionale, dove potrai trovare ascolto, consigli pratici e una rete di supporto concreto. La lista dei centri aderenti alla rete D.i.Re è qui.

***

La newsletter di Alley Oop

Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.

Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com